1. Perché un sinodo sulla famiglia?

    A leggere l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium in combinato disposto con il famoso discorso programmatico tenuto dal cardinale Kasper sulle prospettive del sinodo, che tanto ha fatto discutere, e poi l’Instrumentum Laboris, si potrebbe pensare che la famiglia si prepara a ricevere forse un colpo mortale, o meglio, data la situazione attuale, il colpo di grazia.

    di Patrizia Fermani (25/07/2014)

    Si risponderà che la famiglia è sotto un attacco tanto potente, sferrato da tempo su più fronti, da fare temere per la sua stessa sopravvivenza. E dunque è ovvio che la Chiesa concentri la propria attenzione su questo pilastro insostituibile per il singolo e per la società. E’ anche vero che tutte le questioni più scottanti riguardanti la famiglia sono già state affrontate e approfondite in atti del Magistero ben prima che entrassero nella discussione corrente. Ma di tutto ciò ben poco, se non nulla, pare sia arrivato ai fedeli attraverso l’insegnamento e la predicazione dei sacerdoti, evidentemente impegnati su altri fronti e interessati ad altre questioni. E ben poco sia entrato nelle direttive diocesane.

    Per questo il Sinodo si è posto un obiettivo pastorale, e in vista di esso è stato diffuso per l’orbe terracqueo cattolico un questionario volto a misurare la effettiva diffusa conoscenza dei nuovi problemi che investono la famiglia, le eventuali opinioni che su di essi si siano formate nei diversi contesti geografici, le soluzioni proposte, nonché le aspettative nei confronti della Chiesa. Su questa base è stato elaborato l’Instrumentum Laboris, che servirà da base di discussione per l’assemblea dei vescovi. Il tutto per rendere più efficace l’insegnamento dei pastori laddove esso risulti inadeguato e deficitario. Fermo restando che i contenuti di tale insegnamento non possono non essere quelli immutabili della dottrina cattolica.

    Il proposito, dunque, sembra più che apprezzabile.

    Sennonché molti fattori hanno concorso, nell’ultimo anno e negli ultimi tempi in particolare, ad insinuare dei dubbi sulla effettiva determinazione della Chiesa di mantenere fermo il proprio deposito dottrinale. In primo luogo è infatti innegabile come lo stesso Bergoglio, attraverso una miriade di interventi estemporanei, abbia incoraggiato l’idea che proprio il principio della stabilità dottrinale possa essere messo in discussione. In particolare, la Istruzione apostolica Evangelii Gaudium potrebbe costituire una seria ipoteca posta sul prossimo sinodo sulla famiglia, e così pure lo stesso Instrumentum Laboris.

    Infatti, a leggere l’esortazione apostolica in combinato disposto con il famoso discorso programmatico tenuto dal cardinale Kasper sulle prospettive del sinodo, che tanto ha fatto discutere, e poi l’Instrumentum Laboris, si potrebbe pensare che la famiglia si prepara a ricevere forse un colpo mortale, o meglio, data la situazione attuale, il colpo di grazia.

    Vale la pena di percorrere anche superficialmente questo itinerario per verificare se tali preoccupazioni possano dirsi fondate, a cominciare dall’Evangelii Gaudium e da quei punti salienti del documento che non lasciano molto spazio all’interpretazione.

    Dopo l’enfasi gioiosa dei paragrafi introduttivi, si capisce ben presto che il gaudio travolgente non ci verrà tanto dalla forza dell’Evangelo in sé, quanto da una sua interpretazione profondamente innovativa, ritenuta ormai imprescindibile. E siamo subito avvertiti, a scanso di equivoci, che “qualunque enunciato della Chiesa, in quanto totalità del popolo che evangelizza, deve essere riconosciuto come di iniziativa divina”. Abbiamo dunque due proposizioni: da un lato si dice che la Chiesa è la totalità del popolo che evangelizza e, dall’altro, che l’iniziativa è comunque di Dio. Anche se il “popolo di Dio” e la sua diffusa vocazione sacerdotale è il noto e accreditato stereotipo conciliare, sfugge il senso di un popolo che è allo stesso tempo autore e destinatario della evangelizzazione. Il mandato di Cristo di annunciare il Vangelo era dato agli Apostoli quale minoranza che aveva avuto il privilegio e il munus di essere depositaria dell’annuncio vero ricevuto direttamente dal Suo Autore. Destinatari erano tutti quelli che avrebbero dovuto convertirsi e credere al Vangelo. Una distinzione di ruoli è nella logica delle cose.

    Inoltre ci si deve chiedere se bisognerà riconoscere come di iniziativa divina anche le strade storte che il popolo possa imboccare, a meno di ritenere che, per il principio di immanenza, qualunque strada scelta dal popolo di Dio sia buona, compresa quella del vitello d’oro. Non per nulla Ratzinger, spiegando il significato veterotestamentario del “popolo di Dio”, lo identificava in Israele che esce per cercare Dio e lungo il cammino costruisce quel vitello d’oro che sarà poi distrutto da Mosè.

    Intanto, sempre secondo l’esortazione, per rendere effettivo tale impellente rinnovamento occorre una “conversione” del papato, da realizzarsi anzitutto con un decentramento ai vescovi di questioni anche dottrinali. A sua volta, l’episcopato deve seguire il gregge che con l’olfatto sa imboccare le strade giuste perché è aiutato dallo Spirito Santo a riconoscere i “segni dei tempi”. Insomma, per la proprietà transitiva, anche le questioni dottrinali sono affidate al gregge dietro al quale si metteranno in buon ordine vescovi e pontefice. Il gregge audace e creatore (meglio dire creativo) deve rompere gli schemi (33). Infatti “Cristo può anche rompere gli schemi noiosi nei quali pretendiamo di imprigionarlo e ci sorprende con la sua costante creatività divina” (11).

    Ora, la creatività di Dio Padre Onnipotente è fuori discussione. Un po’ meno immediata quella del Figlio, che non fa la Propria ma la Sua Volontà. Anzi, come scriveva ancora J. R. in “Dio e il mondo”, “i comandamenti acquistano una forma definitiva con Cristo che vi svela il volto del Padre”. Ma il cattolicesimo di Bergoglio è quello protestantizzato dal Concilio che ha sostituito al Padre creatore l’uomo creativo, appunto, di cui Gesù rappresenta il modello supremo. Così Egli, per certa cultura del progressismo nostalgico ancora duro a morire, è potuto diventare persino il primo rivoluzionario marxista della storia, precursore del Che, e prima di Emiliano Zapata e di Pancho Villa, forse anche modello per la Ibarruri, o magari per Ulrike Meinoff, sempre capace di indicare a tutti trionfalmente il sendero luminoso di una salvezza tutta terrena.

    In questa prospettiva dovremmo dunque trovare le strade nuove (31) dove ci conduce il mito della libertà fine a se stessa, che ha soppiantato come valore assoluto la verità.

    La libertà richiede che si eliminino i divieti (33) secondo il dogma sessantottino del “vietato vietare” che tanti frutti culturali e morali ha portato alla civiltà occidentale. Quindi bisogna previamente liberarsi dalle norme, quantomeno da quelle che limitano appunto la libertà, e dai lacci della dottrina (39), l’attaccamento alla quale dà luogo nientemeno che ad un elitarismo narcisista (93). In secondo luogo dai superati precetti ecclesiali (42) “che possono essere stati molto efficaci in altre epoche ma che non hanno più la stessa forza educativa come canali di vita”, e dal correlativo linguaggio tradizionale (41). Bisogna guardare al progresso del mondo attuale che si dipana in ogni campo, compreso quello della educazione (sic!), altrimenti si finisce per andare contro i bisogni concreti della storia (95).

    L’idea portante ossessivamente ripetuta è dunque quella della necessità di liberarsi dalla legge (45), perché il cuore del Vangelo è l’amore salvifico di Dio e non la sua verità (36). Infatti anche il Vaticano II “ ha posto una gerarchia delle verità nella dottrina cattolica e questa gerarchia vale per i dogmi come per l’insegnamento morale”.

    Dunque bisogna liberarsi dalla idea obsoleta che ci sia una verità da imporre a tutti, perché la verità non va imposta (165), “ma semplicemente proposta”, di certo in omaggio al principio del pluralismo democratico. Ne emerge la confusione insanabile tra la questione di metodo e quella di contenuto, mentre si sostituisce il principio liberale della libertà del consenso, che prescinde dal fondamento etico oggettivo della verità proposta e rinuncia preventivamente a farla valere anche qualora essa sia la condizione per la salvezza. Eppure ad un bambino non chiedo se è d’accordo sulla necessità di assumere l’antibiotico per curare la polmonite. Glielo do e basta.

    Apprendiamo poco dopo che anche le verità (come ha insegnato il marxismo e il Corano) possono essere diverse, che di volta in volta bisogna utilizzare quella funzionale alle contingenze del caso, e che comunque esiste anche una gerarchia delle verità (36) secondo la quale bisogna dare spazio a quelle ritenute più importanti, per la metafisica bergogliana. Sul punto viene chiamato in causa persino S. Tommaso. Solo che il malcapitato dottore angelico, lungi dall’avere sostenuto la gerarchia delle verità, che avrebbe contraddetto la sua intera filosofia, ha osservato che c’è una gerarchia delle virtù, cosa che è evidentemente, tutt’altra storia.

    Data la molteplicità delle verità, non bisogna “rinchiudersi nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili”. Ed ecco espresso in modo lapidario un altro asse portante del pensiero di Bergoglio, secondo il quale con la norma va abolito, ovviamente, anche il giudizio. La conclusione è inevitabile, perché se viene meno la norma sulla quale va modellato il comportamento viene meno anche il criterio per poter giudicare. Ma non in virtù del presunto dettato evangelico. Infatti è evidente come la domanda retorica che servirà al vescovo di Roma per passare alla storia si fonda su una lettura rovesciata del passo di Giovanni 17,24 che raccomanda di giudicare non secondo il punto di vista personale, ma secondo ciò che è giusto (katà ten dikaian krisin).

    Giovanni non interdice affatto la possibilità di giudicare, che sarebbe come interdire la possibilità di distinguere tra il bene e il male, ma riafferma come il solo criterio vero di giudizio sia quello fornito da ciò che è giusto. E l’unico criterio di giustizia oggettivamente valido è ovviamente la legge divina, proprio quella della quale invece siamo invitatati ora a disfarci con tanta insistenza. La norma pone l’esigenza dell’osservanza e la trasgressione quella del giudizio. Tertium non datur. E abolita la norma e il giudizio sulla trasgressione viene abolito anche il peccato, che per il Vangelo della famiglia altro non è se non la violazione delle norme della creazione. E di tale abolizione avremo conferma programmatica, come vedremo, proprio attraverso l’Instrumentum Laboris.

    Intanto è confortante andare a rileggere le belle pagine con cui l’arcivescovo di Monaco che diventerà Benedetto XVI affrontava con fede intatta e bellezza di pensiero il tema de quo.

    Sempre dall’Evangelii Gaudium apprendiamo che, se bisogna liberarsi dal miraggio di una verità assoluta, altrettanto pericolose sono le “verità soggettive” dei “neopelagiani”, che “si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme e sono fedeli ad un certo stile cattolico proprio del passato” con la relativa “presunta sicurezza dottrinale e disciplinare” (94).

    A questo punto l’orizzonte ermeneutico si fa sempre più chiaro: non rimane che affidarsi allo spirito del tempo.

    Non manca un qualche riferimento specifico al tema della famiglia laddove al numero 66 vengono citati i vescovi francesi secondo i quali il matrimonio “nasce dalla profondità dell’impegno assunto dagli sposi che accettano di entrare in una comunione di vita totale”. Un po’ poco per il matrimonio cattolico che quell’impegno lo intende perpetuo, ma quanto basta per fare entrare nello schema anche altre forme di comunione di vita.

    Colpisce infine come a proposito dell’omicidio, quale contravvenzione ad una norma fondamentale della convivenza umana, vengano menzionate le vittime della povertà, ma non quelle dell’aborto.

    L’Evangelii Gaudium contiene molte cose succose anche nella parte successiva, ma fin qui ce n’è già a sufficienza per indirizzare il Sinodo sulla famiglia verso la liberazione dai principi regolatori di matrimonio, filiazione e doveri relativi, cioè ci sono tutti i presupposti per arrivare al Sinodo senza il fardello della legge posta dalla Creazione, e dal peccato che segna la sua violazione.

    In seguito è venuta la sconcertante relazione del cardinale Kasper al Concistoro straordinario sulla famiglia del 20 febbraio 2014. Una sortita non casuale e non irrilevante da parte di chi tiene entrambe le chiavi del cuore di Federigo come Federigo stesso ha tenuto a far sapere urbi et orbi quando nel primo angelus lo ha eletto a proprio alter ego teologico. E Kasper, dopo una vita passata in seconda fila a cercare di contrastare il pensiero cattolico ratzingeriano, ora recupera con malcelata euforia il tempo perduto. (Per una esposizione esauriente della teologia Kasperiana, quale è espressa nella Relazione basta leggere quanto scrive Danilo Castellano nel numero di aprile di “Instaurare Omnia in Christo”). Le premesse di quel discorso erano già tutte in una sua opera del 1975 intitolata “Fede e storia” in cui si legge fra l’altro: “la realtà di un mondo senza Dio, di fronte alla quale ci troviamo, è in parte solo la reazione ad un Dio senza mondo”. La tesi è che il male del mondo dipende dalla inveterata pretesa della Chiesa di imporre Comandamenti e Vangelo secondo una interpretazione estranea alla vita della comunità cristiana e che essa sola può essere maestra a se stessa. È la stessa idea che troviamo nell’Evangelii Gaudium: del gregge che può lasciarsi alle spalle la guida, per affidarsi al fai da te. Dunque, i mali della secolarizzazione sarebbero venuti anche dalla sfiducia della Chiesa verso il mondo, una sfiducia che le ha impedito di coglierne i “valori” e la capacità di autoregolarsi. Una cecità imperdonabile che Bruno Forte, anche lui in grande ascesa nel firmamento bergogliano, attribuiva persino – guarda un po’ – alla esasperata accentuazione del sacro della Chiesa preconciliare ( La Chiesa della Trinità).

    Su quelle premesse Kasper ha portato l’attacco a tutti quei principi e a quelle regole ritenute prive di una base scritturale e comunque inadeguate allo spirito del tempo. Quello che si avvia ad essere identificato con lo Spirito Santo.

    In definitiva, questa teologia “cattolica” non ha trovato di meglio che addossare il misterium iniquitatis, che è esploso con inaudita violenza nel novecento e prosegue ora in altre forme più subdole, alla inadeguatezza dei precetti piuttosto che alla loro violazione.

    Ora, tale teologia, dopo avere riabilitato il mondo, decide che il male non esiste perché il mondo è hegelianamente anche buono e non va corretto, ma accarezzato in un dialogo permanente di condivisione semi amorosa. Perché il mondo, come diceva ancora Bruno Forte, “riconosciuto come il luogo del Vangelo nella storia è diventato partner del dialogo della salvezza”. Insomma la realtà è capace di governare se stessa attraverso una fede fatta su misura.

    Messe da parte le norme perché nocive, e riabilitato il mondo, manca soltanto la formalizzazione di un nuovo codice che sancisca la pace ufficiale tra Chiesa e mondo e un patto di non belligeranza.

    Proprio a questo potrebbe provvedere il Sinodo sulla base di quanto ha predisposto l’Instrumentum Laboris, preceduto come abbiamo visto dal famoso questionario che, come efficace strumento di marketing, può servire le eventuali finalità di adeguamento alle leggi di mercato.

    Il documento può sembrare innocuo a chi, aprendolo a caso, vi legga i numerosi riferimenti alla consolidata dottrina della Chiesa sulla famiglia e sui temi limitrofi.

    Dunque nulla di nuovo sotto il sole? Purtroppo no. Perché, attraverso un percorso tortuoso quanto ambiguo, emerge l’intento di assecondare le ansie creative e innovative dell’Evangelii Gaudium e di superare proprio l’ostacolo di quella dottrina parte del depositum fidei che, se non può essere abrogata per decreto, deve essere relegata in una teca a lato, in funzione ornamentale come è avvenuto per il tabernacolo nella chiesa postconciliare.

    Infatti, poiché il depositum fidei che riguarda l’etica della famiglia si radica nella legge naturale, è proprio questa che viene attaccata frontalmente.

    L’operazione è disarmante nella sua quasi patetica evidenza: poiché il vangelo della famiglia si fonda sulla legge naturale, che nel pensiero cristiano coincide con la legge di Dio, e poiché è prematuro cambiare quest’ultima, si cambia il contenuto della legge naturale come se fosse cosa diversa dalla prima.

    Si parte dal presupposto che essa sia divenuta ostica agli intervistati, come lo è probabilmente anche agli intervistatori. La sua “inattualità” sarebbe poi dimostrata dal fatto che viene contestata attraverso la pratica massiccia del divorzio e la diffusione delle famiglie allargate. Che non ne viene più compreso il significato anche da chi di fatto la osserva, mentre in altri casi è del tutto ignorata, come accade per le popolazioni aborigene che con le loro usanze la contraddicono.

    Non vale la pena di soffermarsi sulla confusione tra natura, contenuto e applicazione della legge naturale che emerge da queste e da altre osservazioni sparse nel testo, e che potrebbe essere anche intenzionale. Quello che emerge in modo preoccupante è infatti il disegno dichiarato di sostituire la legge naturale con tutt’altra cosa, con la sua contraffazione laica e razionalistica.

    La base programmatica di questa operazione la si trova ai n. 20 e 21 e al rinvio a quanto già enunciato dalla Commissione Teologica Internazionale nel 2009 (35) in un documento intitolato non a caso “Alla ricerca di un’etica universale: nuovo sguardo sulla legge naturale”. Qui dunque si afferma che “la relazione tra Vangelo della famiglia e legge naturale poggia sul necessario rapporto tra il Vangelo e l’umano in tutte le sue declinazioni storiche e culturali. La legge naturale risponde così all’esigenza di fondare sulla ragione i diritti dell’uomo e rende possibile un dialogo interculturale e interreligioso e di fondare la pace universale”. E poiché si dice che attualmente “la legge naturale non è più da considerarsi universale perché non esiste più un sistema di riferimento comune”, è evidente come suo elemento essenziale sia divenuto anche per il Magistero la universalità assicurata da un sistema di riferimento comune esterno, quello del fascio dei “diritti dell’uomo” fondati sulla ragione e codificati dalla nuova morale laica sovranazionale alla quale tutti devono guardare. Quella aggiornata alle svariate Dichiarazioni dei Diritti e dalle Costituzioni buone per ogni apertura alle pretese di tutti e ai doveri di nessuno.

    Eppure, come diceva Benedetto XVI, per la Chiesa la legge naturale “è quella indicazione interiore che si riverbera in noi dalla creazione”. Ed è compito della evangelizzazione portare gli uomini a scoprirne il contenuto, laddove essi non l’abbiano riconosciuto. Essa è tale non perché osservata statisticamente dal maggior numero di persone possibile, ma perché ha il valore intrinseco datole dalla Provvidenza divina. E la legge giusta deve essere riconosciuta anche se non obbedita, perché preesiste alla obbedienza dell’uomo e rimane oltre la sua disobbedienza. Ci si dimentica che la legge naturale che si manifesta nel logos cristiano non ci dice ciò che facciamo, ma ciò che dobbiamo fare. Essa opera sul piano della obbligazione morale, è la traduzione di un imperativo che sussiste indipendentemente dalle statistiche sulla sua osservanza e che dovrebbe essere svelato anche a chi non è stato in grado di riconoscerne il valore proprio attraverso la missione evangelizzatrice. Perché, cosa significa mai portare la buona Novella se non indicare la via di salvezza? Quella che richiede di essere intrapresa per il bene del singolo e della collettività anche se non risparmia le difficoltà e non riceve una ricompensa esistenziale immediata?

    La sofferenza stessa della vita, che l’uomo moderno cerca di allontanare e di eludere pateticamente, diventa sopportabile solo se sentita come parte di un disegno guidato comunque da una Provvidenza che sa e vede oltre quello che noi riusciamo a vedere e di cui ci possiamo dare ragione. Ma la Provvidenza è uscita ormai da tempo dal sentire e dal linguaggio comune e se ne è perduto il significato profondo per gli uomini che, non riconoscendone più il mistero, non trovano più neppure le risorse morali per portare il fardello della esistenza.

    Eppure prendiamo atto di questa trovata surreale che ha già fatto la sua strada: dovendo disfarsi della Legge divina che le impedisce di abbracciare il mondo, la Chiesa si mette sotto il controllo di una legge e di un potere oscuri, che sono di per sé incontrollabili. Sposa la legge del mondo nella sua forma falsamente giuridica e falsamente morale dei Diritti Umani, che si legittimano per il fatto di chiamarsi umani e si impongono per l’aggettivo intimidatorio che li dice inviolabili. Come quello di uccidere il proprio figlio e di rinnegare in via anagrafica la propria maternità. Perché la loro “umanità” discende semplicemente dall’essere ciò che l’uomo via via immagina di poter pretendere. Eppure quell’aggettivo è suonato suggestivo e al suo fascino neppure un Wojtyla è riuscito a sottrarsi.

    Quello delle dichiarazioni universali dei diritti umani è l’ultima spiaggia cui è approdata un’idea di legge naturale antitetica a quella cristiana di legge divina data all’uomo per la sua salvezza e iscritta, prima ancora che nel suo cuore, dove spesso fa fatica a d essere individuata, nel quadro della creazione, dove non può fare a meno di essere letta attraverso il racconto biblico e l’insegnamento di Cristo.

    La legge naturale identificata con il plafond dei diritti umani è la negazione stessa dello orizzonte cattolico, sia sotto il profilo concettuale, sia per le conseguenze nefaste che l’allargarsi aberrante di essi produce ai danni della comunità umana, sia per il loro vizio di origine e per la trama di equivoci che si va aggravando col tempo attorno ad essi.

    Il vizio di origine consiste nel fatto che sulla scia delle fluviali Dichiarazioni e Costituzioni che li hanno consacrati, i “diritti” sono andati a sostituire il “diritto”, oscurandone la funzione e stravolgendone il significato.

    Diritto è ciò che l’uomo si dà per tutelare una esperienza e una sapienza acquisita a fatica, ma riconosciuta come un bene irrinunciabile da preservare e tramandare a vantaggio di tutti. E’ la sapienza acquistata da una collettività, non senza fatica, per regolare la propria vita comunitaria. Il diritto preserva un sistema di valori riconosciuti attraverso la composizione delle aspirazioni individuali, le pretese che vengono compensate dagli impegni assunti in cambio nei confronti degli altri, cioè attraverso la rete dei diritti e dei doveri. E a garantire la irrinunciabilità e sacralità di quei valori c’è la legge divina, scritta e sentita come garanzia superiore di giustizia.

    Ma già i prototipi di tali Dichiarazioni, a cominciare da quella francese, hanno spostato tutto il peso sulle pretese quali realizzazioni della libertà eletta a bene e dono principale dell’uomo. Una libertà che non soffre limitazioni e restrizioni per non perdere il proprio significato di emancipazione da ogni finitezza e da ogni fatica. Per trovare una solida base di ancoraggio, i diritti, al pari di tutto il “diritto”, avrebbero dovuto guardare alla “natura umana” nello orizzonte di una società ricivilizzata dal Cristianesimo. Da una teologia che vede l’uomo come colui che riceve da Dio il proprio status e i doni di creatura eletta ma decaduta per l’atto di disobbedienza.

    Ma una volta staccato il legame ideale con la paternità divina, l’uomo è figlio di se stesso e lo stato è la sua proiezione ipostatizzata: ora i diritti umani sono quelli che l’uomo si attribuisce attraverso le leggi dello Stato, attraverso le Costituzioni.

    Quando poi anche lo Stato svapora in una entità sovranazionale, in un potere senza più volto e senza responsabilità, inafferrabile quanto invasivo, al quale non possiamo neppure ribellarci per l’impossibilità di identificare il bersaglio, diritto umano diventa un contenitore al quale questo potere senza volto concede l’accesso purché sia funzionale allo allargamento del proprio spazio di controllo universale. Ogni pretesa degli umani che il potere senza volto acconsente di inserire nella gora dei diritti diventa diritto umano, dove l’attributo non ha un contenuto di valore ma sta ad indicare soltanto il beneficiario umano immediato, anzi particolare.

    Dalla aspirazione alla trascendenza ideale del diritto come qualificante i valori oggettivi riconosciuti dalla società umana, si è passati alla contabilizzazione di pretese contingenti funzionali agli egoismi particolari, ma anche a poteri sconosciuti.

    Se la Chiesa si metterà al servizio di tutto questo, non avrà più nulla da dire e nessun motivo di esistere.

    Dopo le proposizioni di fondo l’Instrumentum Laboris abbozza incidentalmente quelle indicazioni che sembrano più in sintonia con i risultati del questionario.

    Si va dalla critica implicita alle comunità parrocchiali in cui si coglie il rifiuto per i divorziati e genitori single (omosex?), a quella per la Chiesa che esclude e non accompagna, mentre al n. 80 arriva la citazione diretta dell’E.G . in cui viene raccomandato di tenere aperta la casa del Padre “…con il rifiuto di una visione legalistica superata dalla misericordia che deve curare le ferite”. E dopo una rassegna dettagliata delle tante situazioni aberranti venutesi a creare, e delle loro conseguenze, si fa notare come molte Conferenze sottolineino la “necessità che la Chiesa eserciti una più ampia misericordia, compassione, clemenza ed indulgenza, più attenzione e separati e divorziati” (92) mentre gli omosessuali debbono essere accolti con rispetto, compassione delicatezza, mentre, non a caso, al n. 111 viene riferita la approvazione crescente per le leggi che regolarizzano le unioni omosessuali. Segue al n.118 l’auspicio di un giusto “equilibrio tra accoglienza misericordiosa e accompagnamento graduale verso una autentica maturità cristiana e umana”.

    Che significato sia da attribuire alla raccomandazione di usare “delicatezza” verso gli omosessuali è difficile dire. Si tratta forse di una nuova virtù teologale ad hoc? Di certo non si accorda con la pretesa normalità, e connessa libertà, della propria condizione, che gli omosessuali brandiscono per estorcere a proprio favore da una società moralmente disarmata surreali benefici giuridici. E si accorda ancora meno con i tentativi ormai quasi riusciti delle loro potentissime lobby internazionali di impossessarsi della innocenza e della libertà e della vita di intere generazioni da sottrarre alle famiglie per avviarle al panomosessismo.

    Infatti fra tanta misericordia non si dice nulla sulla minaccia che questi movimenti, organizzati capillarmente su scala internazionale, stanno traducendo nella imposizione dei devastanti programmi di educazione sessuale e di tutte le aberrazioni che la nuova cultura della libertà senza luce di ragione ha imposto inalberando proprio la bandiera dei “diritti umani”.

    Al n. 138 arriva poi la quadratura del cerchio: di fronte a quelle realtà familiari che possono essere definite come irregolari (l’eufemismo è d’obbligo se viene meno il criterio per definirle come peccaminose), si raccomanda di non generare nei bambini e ragazzi coinvolti l’idea di una discriminazione dei loro genitori, nella consapevolezza che “irregolari sono le situazioni, non le persone”.. La spiegazione finale riassume un po’ tutte le distorsioni logiche e purtroppo anche teologiche che hanno eroso il pensiero cristiano, e che in questi atti magisteriali sfiorano il grottesco. La famosa invenzione roncalliana della separazione ontologica tra peccato e peccatore, escogitata come sappiamo per i brutali motivi di una avventata politica ecclesiastica, hanno fatto fortuna al punto di sedurre anche tanti ignari di strategie politiche. Le azioni si distinguono dai fatti, in quanto sono il frutto della coscienza e della volontà dell’uomo, che ne acquista così la paternità e anche la responsabilità. Tanto che sia l’inferno sia le patrie galere hanno sempre ospitato peccatori e rei, e non peccati e reati. Ora, se non si vuol più avere a che fare con i peccatori, bisogna abolire il peccato e prima ancora la legge. Ma se la legge viene abolita, nessun peccato può sopravvivere, neppure la corruzione, l’evasione fiscale, l’ingiustizia sociale o il tradizionalismo liturgico dei neopelagiani..

    L’evangelizzazione di cui si parla con una frequenza inversamente proporzionale alla comprensione del suo significato reale non può consistere nell’adeguare l’annuncio alla realtà come si vorrebbe, come se la realtà avesse inglobata anche la propria sapienza, cosa che lo renderebbe del tutto inutile, ma deve porsi come ciò che guida le esistenze e le aiuta a tenere una direzione. È l’indicazione della via vera da percorrere, non il monitoraggio a scopo statistico di quella che viene percorsa.

    Ecco invece che l’instrumentum laboris, mentre compie questo monitoraggio rilevando proprio quale sia la perdita dello orientamento nella comunità cristiana e mentre riconosce che sia venuta meno la solida mano della Chiesa, si propone quale rimedio un adeguamento del linguaggio “in modo da comunicare i valori del Vangelo in modo comprensibile all’uomo di oggi”. Ma va da sé che, se di un nuovo Vangelo della famiglia si deve trattare in virtù dell’afflato creativo dell’Evangelii Gaudium e della teologia Kasperiana, il nuovo linguaggio posto a “migliorare il quadro concettuale di riferimento” (sic!) altro non è se non un adeguamento della dottrina alla prassi, anzi una dimenticanza della dottrina tout court.

    Non ci si propone di riavvicinare la prassi alla dottrina attraverso la pastorale, ma con una operazione inversa, creare una nuova dottrina dettata dalla prassi e agevolata dalla pastorale.

    Ecco perché il Sinodo sulla famiglia minaccia di essere il trampolino di lancio non solo di una nuova pastorale, ma di una nuova teologia. Anzi di una nuova religione: quella elaborata nelle stanze delle ineffabili organizzazioni internazionali che, oltre a vegliare sul nostro benessere materiale, ci assicurano anche una luminosa vita spirituale omologata, su delega espressa della Chiesa Cattolica.

    © RISCOSSA CRISTIANA

    (Fonte: riscossacristiana.it)

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    5 giorni fa
  2. “La Chiesa non è un sanatorio”. Oltre la misericordia c’è di più.

    cristianesimocattolico:

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    di Matteo Matzuzzi (25 Luglio 2014)

    “San Tommaso d’Aquino ha affermato che la misericordia è precisamente il compimento della giustizia, perché con essa Dio giustifica e rinnova la creazione dell’uomo. Pertanto, non dovrà mai essere una scusa per sospendere o rendere invalidi i comandamenti e i sacramenti. In caso contrario, saremmo in presenza della pesante manipolazione dell’autentica misericordia e perciò, anche di fronte al vano tentativo di giustificare la nostra indifferenza verso Dio e gli uomini”. E’ così che deve essere intesa la misericordia secondo il cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto della congregazione per la Dottrina della fede. In vista dei prossimi sinodi sulla famiglia, il porporato tedesco ha consegnato le sue riflessioni a una lunga conversazione con Carlos Granados, direttore delle edizioni spagnole Bac, da oggi in libreria in un piccolo volume, “La speranza della famiglia” (Edizioni Ares). Di misericordia s’è abbondantemente parlato dopo la relazione concistoriale del cardinale Walter Kasper, che per i divorziati risposati desiderosi di riaccostarsi all’eucaristia ha invocato misericordia, dal momento che “tramite la penitenza chiunque può ricevere clemenza e ogni peccato può essere assolto”, ogni ferita può essere curata nell’ospedale da campo le cui tende furono piantate nell’intervista di Francesco alla Civiltà Cattolica – “L’immagine dell’ospedale da campo è molto bella”, dice Müller, ma “non possiamo manipolare il Papa riducendo a questa immagine tutta la realtà della chiesa. La Chiesa in sé non è un sanatorio: la Chiesa è anche la casa del Padre”.

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    E’ vero, assicura il custode dell’ortodossia cattolica, che “Dio perdona anche un peccato tanto grave come l’adulterio; tuttavia non permette un altro matrimonio che metterebbe in dubbio un matrimonio sacramentale già in essere, matrimonio che esprime la fedeltà di Dio. Fare un simile appello a una presunta misericordia assoluta di Dio, equivale a un gioco di parole che non aiuta a chiarire i termini del problema. In realtà – aggiunge il capo dell’ex Sant’Uffizio in una delle frasi sfuggite alla lunga anticipazione pubblicata da Avvenire – mi sembra che sia un modo per non percepire la profondità dell’autentica misericordia divina”. Visioni diametralmente opposte, dunque, che portano Müller a dirsi sorpreso dell’impiego “da parte di alcuni teologi, dello stesso ragionamento sulla misericordia come pretesto per favorire l’ammissione ai sacramenti dei divorziati risposati civilmente”. Il principio della misericordia, osserva ancora, “è molto debole quando si trasforma in un unico argomento teologico-sacramentale valido. Tutto l’ordine sacramentale è precisamente opera della misericordia divina, ma non lo si può annullare revocando lo stesso principio che lo regge. Al contrario, un errato riferimento alla misericordia comporta il grave rischio di banalizzare l’immagine di Dio, secondo cui Dio non sarebbe libero, bensì  sarebbe obbligato a perdonare”. E’ vero, sottolinea il prefetto, che Dio non si stanca mai di perdonare e di offrirci la sua misericordia, ma “il problema è che noi ci stanchiamo di chiederla”. E poi, “oltre la misericordia, anche la santità e la giustizia appartengono al mistero di Dio. Se occultassimo questi attributi divini e si banalizzasse la realtà del peccato, non avrebbe alcun senso implorare per le persone la misericordia di Dio”.

    Il cardinale Müller tocca poi un altro punto delicato, la grande sfida della relazione tra dottrina e vita, anche in seguito alle richieste di adattamenti dell’insegnamento cattolico in fatto di morale sessuale alla realtà pastorale. “Si tratta di un malinteso, come se la dottrina fosse un sistema teorico riservato ad alcuni specialisti di teologia. No, la dottrina, oltre alla Parola di Dio, ci dà la vita e la più autentica verità della vita. Non possiamo confessare dottrinalmente che ‘Cristo è il Signore’ e poi non compiere la sua volontà”. Si cerca, insomma, di “rendere la dottrina cattolica come una specie di museo delle teorie cristiane: una specie di riserva che interesserebbe solamente qualche specialista” e “il severo cristianesimo si starebbe convertendo in una nuova religione civile, politicamente corretta, ridotta ad alcuni valori tollerati dal resto della società. In tal modo, si otterrebbe l’obiettivo inconfessabile di alcuni: accantonare la Parola di Dio per poter dirigere ideologicamente l’intera società”. Gesù, spiega il porporato, “non si è incarnato per esporre alcune semplici teorie che tranquillizzino la coscienza e in fondo lascino le cose come stanno senza alterare l’ordine costituito”. Non si può, insomma “andare la mattina in chiesa e il pomeriggio in un bordello, come una specie di sintesi schizofrenica tra Dio e il mondo, come se si potesse vivere nella casa di Dio il mattino e nella casa del diavolo la sera”.

    © FOGLIO QUOTIDIANO

    (Fonte: ilfoglio.it)

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    6 giorni fa
  3. Il fallimento della pastorale progressista

    di Mauro Faverzani (23/07/2014)

    Se davvero a soffocare la frequenza alle Messe e le vocazioni nei Seminari fosse una Chiesa ricurva su sé stessa e conservatrice, come pontificano (a sproposito) molti soloni del post-Concilio, la Germania dovrebbe rappresentare in tal senso un “unicum”, una sorta di “isola felice”, un’esplosione di vitalità ecclesiale.

    Ha la maggior percentuale di vescovi “ribelli”, ipercritici verso Roma, iperprogressisti ed aperti al nuovo purchessia (quindi, accesso ai Sacramenti da parte dei divorziati risposati ed omosessuali), a favore del celibato dei preti e del sacerdozio femminile. Cosa chiedere di più? Ma i numeri, ancora una volta, dimostrano il contrario.

    Dimostrano come certi pastori, politicamente corretti ma spiritualmente distratti, non facciano presa, non rappresentino un modello convincente per i loro fedeli, non siano testimoni credibili ed autorevoli. Perdendo anime. Sono state diffuse dalla Chiesa cattolica tedesca le ultime statistiche ufficiali relative al 2013: in Germania i cattolici sono ancora oltre 24 milioni, quindi circa il 30% della popolazione complessiva. Alcuni cambiamenti strutturali, frutto delle scelte pastorali compiute nelle Diocesi, han comportato una flessione nel numero delle parrocchie, passate da 11.222 a 11.085.

    Le prime note davvero dolenti riguardano i Sacramenti, che han registrato una netta contrazione, confermando così una tendenza già manifestatasi negli anni precedenti. Nel 2013 sono stati celebrati 164.664 battesimi contro i 167.505 del 2012; 43.728 i matrimoni contro i 47.161 del 2012. Nella Chiesa cattolica han fatto il proprio ingresso 3.062 persone, 6.980 quelle riammesse. Nulla però di cui entusiasmarsi, poiché gli abbandoni hanno avuto un’impennata, passando dai 118.335 del 2012 (cifra comunque preoccupante) addirittura ai 178.805 del 2013. La frequenza alle Messe lo scorso anno è ulteriormente calata, per la precisione del 10,8%: secondo le statistiche, solo 2,6 milioni di cattolici avrebbero partecipato alle funzioni domenicali, stima peraltro ritenuta da alcuni già ottimistica. Nel 2012 furono 2,9 milioni, nel 2011 furono 3 milioni.

    Un’emorragia continua, crescente, inarrestabile. Crollo anche nel numero dei sacerdoti cattolici in Germania: sono 146 in meno su un totale già non entusiasmante di 14.490. In lieve aumento solo i cooperatori laici, passati dai 3.119 del 2012 ai 3.140 del 2013. Di necessità, virtù. Ma non possono certo sostituirsi al clero. Sono numeri, che lasciano veramente allibiti. Da leggersi con urgenza come un chiaro invito rivolto ai sacerdoti tedeschi, affinché recuperino – ed in fretta – credibilità, autorevolezza, coerenza morale e ideale tra la sana Dottrina e la prassi.

    Poiché perder fedeli non comporta, come nel mondo dei media, solo un calo di audience. Significa perdere anime, impedir loro di giungere a quella Salvezza, cui solo la Chiesa può condurle. Significa in ultima istanza rendersene responsabili. Ed, un giorno, doverne rispondere di fronte a Dio.

    © CORRISPONDENZA ROMANA

    (Fonte: corrispondenzaromana.it)

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    6 giorni fa
  4. Teologi agguerriti mettono in croce la teologia in ginocchio di Kasper

    di Matteo Matzuzzi (24-07-2014)

    “Consideriamo il recente volume del cardinale Kasper, basato sul suo discorso al Concistoro, come una tipica proposta sul divorzio e il nuovo matrimonio”.

    A scriverlo, in un corposo articolo che sarà pubblicato sul numero di agosto della rivista Nova et Vetera, otto teologi statunitensi – tra cui sette domenicani – docenti alla Pontificia facoltà dell’Immacolata concezione di Washington, all’Ateneo dell’Ohio e alla Catholic University of America. “Le proposte del cardinale Kasper sono simili a quelle che, negli ultimi mesi, erano apparse sui media in quanto discusse dalla Conferenza episcopale tedesca”, notano prima di tutto gli estensori del saggio, aggiungendo che “sebbene di per sé relativamente semplici, tali proposte sollevano un’ampia gamma di questioni teologiche”.

    Il punto di partenza per ogni discussione in vista del Sinodo, osservano, è che “un matrimonio rato e consumato tra due battezzati non può essere sciolto da alcun potere umano, incluso quello di vicario che è assegnato al Romano Pontefice”. E’ stato Giovanni Paolo II, prosegue il saggio, a chiarirlo “una volta per tutte”.

    Se la Chiesa “dovesse cedere alle crescenti pressioni che vorrebbero metterla a tacere sulla dimensione pubblica del matrimonio, ciò costituirebbe un passo verso uno sviluppo in negativo e vorrebbe dire abbandonare un elemento essenziale nonché la ragione stessa del matrimonio”.

    Dallo studio delle proposte illustrate dal cardinale Kasper, si legge sulla rivista fondata nel 1926 dal futuro cardinale Charles Journet e da Jacques Maritain, e oggi diretta dal cardinale Georges Cottier, ciò che emerge è “una sfiducia nella castità”. “L’eliminazione dell’obbligo della castità per i divorziati – scrivono i teologi domenicani – costituisce la principale innovazione delle proposte medesime, dato che la chiesa permette già ai divorziati risposati, che per un motivo grave continuano a vivere insieme, di ricevere la comunione qualora accettino di vivere come fratello e sorella e non vi è pericolo di scandalo.

    L’assunto delle attuali proposte, a ogni modo, è che tale castità sia impossibile per i divorziati. Forse che ciò non evidenzia una velata disperazione nei confronti della castità e del potere della grazia di sconfiggere il peccato e il vizio?”.

    Smentita, poi, la tesi del porporato tedesco secondo cui il Primo concilio di Nicea abbia decretato l’ammissione dei divorziati risposati alla comunione: “Tale affermazione costituisce un’errata lettura del Concilio e travisa le controversie sul matrimonio del I e del III secolo”.

    Niente da fare neppure per la prassi delle chiese ortodosse, pure citata dal Papa un anno fa conversando con i giornalisti a bordo dell’aereo che lo riportava a Roma dopo la settimana trascorsa in Brasile: “La chiesa cattolica ha più volte ribadito di non potere ammettere la prassi ortodossa” e, tra l’altro, “le proposte più recenti invocano ciò che neanche gli ortodossi d’oriente accetterebbero: la comunione per coloro che contraggono unioni civili non consacrate”, osservano i docenti di Teologia firmatari dell’articolo su Nova et Vetera, aggiungendo che “ammettere alla comunione richiederebbe inevitabilmente che la chiesa cattolica riconoscesse e benedicesse i secondi matrimoni dopo il divorzio, il che è evidentemente contrario alla dottrina cattolica già stabilita e a quanto espressamente insegnato da Cristo”.

    Non valgono neppure i richiami alla misericordia: “Ipotizzare che una persona che si mette in condizione di avere rapporti coniugali con un’altra persona – se il primo matrimonio è valido – possa ricevere il perdono nel sacramento della penitenza, senza pentirsi realmente e confessare tale peccato, è semplicemente incompatibile con quanto sancito dalla dottrina cattolica”. Aggiornare questo assunto alle attese dei fedeli e allo spirito del tempo significa cambiare la dottrina, mettono nero su bianco gli otto teologi statunitensi, che si rifanno anche a quanto scrisse nella Familiaris Consortio Giovanni Paolo II, aggiungendo che ammettere i divorziati risposati alla comunione “indurrebbe i fedeli a credere, almeno implicitamente, che divorziare e risposarsi sono cose accettabili. In più, farebbe sorgere la questione del perché altre persone che vivono in peccato grave non possano anch’esse ricevere la comunione. Lo scandalo dunque crescerebbe”.

    La conclusione, per gli estensori del saggio, non può che essere una, e cioè la certificazione che “gli insegnamenti della chiesa sul matrimonio, sulla sessualità e sulla virtù della castità derivano da Cristo e dagli apostoli. Essi sono perenni. Non possono essere cambiati e, anzi, vi è la necessità di tornare ad enunciarli continuamente”.

    © FOGLIO QUOTIDIANO

    (Fonte: ilfoglio.it)

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    6 giorni fa
  5. La Chiesa deve ritrovare lo spirito della ‘Ecclesia militans’

    Roberto de Mattei e la ‚Storia mai scritta’ del Concilio Vaticano II. Le radici della crisi della fede. Il Rito Gregoriano – la risposta più efficace alla sfida del secolarismo laicista.

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    Di Armin Schwibach (12/01/2012)

    Lo storico romano e pubblicista Roberto de Mattei, nato nel 1948, è un eminente intellettuale cattolico italiano. De Mattei insegna Storia della Chiesa e del Cristianesimo all’Università Europea di Roma, dove è coordinatore della Facoltà di Scienze Storiche. È Vice Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche e membro dei Consigli direttivi dell’Istituto Storico per l’Età moderna e contemporanea e della Società Geografica Italiana. Collabora inoltre con il Pontificio Comitato di Scienze Storiche e ha ricevuto dalla Santa Sede l’insegna dell’ordine di San Gregorio Magno, come riconoscimento del suo servizio alla Chiesa. Nel 2010 de Mattei ha pubblicato una grande ricerca storica incentrata sul Concilio Vaticano II (“Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta“, Edizioni Lindau) recentemente tradotta anche in lingua tedesca („Das Zweite Vatikanische Konzil – eine bislang ungeschriebene Geschichte“, 2011, Edition Kirchliche Umschau). L’opera offre “il contributo non del teologo, ma dello storico, attraverso una rigorosa ricostruzione dell’evento, delle sue radici e delle sue conseguenze, basata soprattutto su documenti di archivio, diari, corrispondenze e testimonianze di coloro che ne furono i protagonisti”. Benché si tratti di un’opera di grande spessore scientifico, il libro riesce a coinvolgere il lettore non senza provocare una certa tensione: risulta difficile sottrarsi al fascino di questa “storia non scritta”. Roberto de Mattei è uno di quegli intellettuali cattolici legati alla Tradizione, senza per questo poter essere etichettato e quindi messo in un “angolo ideologico” apparentemente ben definito. Pensatori come de Mattei necessitano della fondazione di un nuovo concetto in grado di riassumere nel modo migliore i molteplici sviluppi degli ultimi anni all’interno della Chiesa: de Mattei è un “tradizionista”, non un tradizionalista. Attingendo al grande respiro della tradizione e con un profondo legame alla Sede Apostolica e al Pontefice, lo storico non esita a parlare in modo chiaro ed inequivocabile quando si tratta di affrontare con schiettezza l’attuale crisi della Chiesa. Come per Benedetto XVI questa crisi è per lui una crisi della fede, determinata dall’eclissi di Dio nella cultura contemporanea, che lo storico affronta con la sua scienza con l’intento di indicare una via, di porre pietre angolari per il cammino verso una vera riforma. Nel corso di un lungo colloquio, Roberto de Mattei ha spiegato le sue intenzioni di base ed indicato nuove prospettive per il futuro.

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    Professore, perché un libro sul Concilio Vaticano II? È Sua intenzione riscrivere la storia del concilio o intende semplicemente raccontarla in modo diverso? Quale è il metodo da Lei usato? Perché si tratta di “storia non scritta”? In che cosa consiste, invece, per Lei la “storia scritta”?

    Perché una storia mai scritta? Perché l’unica storia fin qui scritta, o meglio fin qui pubblicizzata, fino al punto di presentarla come la storia per eccellenza, sono i cinque volumi curati dal prof. Giuseppe Alberigo - discepolo di don Giuseppe Dossetti - che raccolgono i contributi della cosiddetta “Scuola di Bologna”. L’opera di Alberigo è tendenziosa perché presenta il Concilio come l’alba di un’epoca nuova della Chiesa, la purificazione della Chiesa dal passato, la sua liberazione dalla Tradizione. Contro questa storia tendenziosa non basta affermare – come spesso si limitano a fare le gerarchie ecclesiastiche – che i documenti del Concilio devono essere letti in continuità e non in rottura con la Tradizione. Quando nel 1619 Paolo Sarpi scrisse una storia eterodossa del Concilio di Trento, non gli furono contrapposte le formule dogmatiche di Trento, ma gli fu opposta una storia diversa, la celebre “Storia del Concilio di Trento” scritta per ordine del Papa Innocenzo X, dal cardinale Pietro Sforza Pallavicino (1656-1657): la storia infatti si combatte con la storia, non con la teologia. Con il mio libro spero di avere aperto la strada per “riscrivere” in maniera vera e oggettiva quanto è accaduto, non solo nei tre anni in cui si svolse il Concilio Vaticano II, dall’11 ottobre 1962 all’8 dicembre 1965, ma negli anni che lo precedettero e in quelli che ad esso immediatamente seguirono, l’epoca del cosiddetto “postconcilio”.

    Quali sono stati i risultati principali del concilio dal punto di vista teologico, dottrinale e di vita della fede? Come sono cambiati lo stile e la proposta dell’annuncio cristiano?

    Giovanni XXIII, aprendo il Concilio Vaticano II, affermò che esso era un Concilio pastorale e non dogmatico, perché si proponeva di presentare con un nuovo linguaggio pastorale l’immutabile dottrina della Chiesa cattolica. L’esigenza di trovare un nuovo linguaggio per il mondo nasceva, e non poteva che nascere, dal desiderio di dilatare la fede. Il fine era dunque pratico ed è dai risultati pratici che si deve giudicare se i mezzi per raggiungere il fine siano stati efficaci ed adeguati. I fatti purtroppo ci dicono che il Concilio non ottenne i risultati che si era prefisso. Da qui nasce il cosiddetto problema ermeneutico: qualcosa “è andato storto”. Concilio “tradito” (da Paolo VI), come ritiene la scuola di Bologna? Concilio “male applicato” come ritengono molti conservatori? O Concilio che nel linguaggio che aveva adottato ebbe la causa del suo fallimento, come ritiene una corrente di pensiero che qualcuno ha definito “romana”, non tanto in contrapposizione a quella di Bologna, quanto per il suo attaccamento alla Sede Romana. Io appartengo a questa scuola e penso che il cambiamento dello stile e della proposta dell’annuncio cristiano, nel senso di un adattamento alla cultura del XX secolo, non abbiano giovato alla Chiesa che avrebbe, al contrario, dovuto “sfidare” il mondo, senza timori e complessi.

    Da quando il Santo Padre Benedetto XVI, nella sua allocuzione in occasione della presentazione degli auguri natalizi il 22 dicembre 2005, ha parlato dell’opposizione tra una “ermeneutica della riforma” ed una “ermeneutica della discontinuità e della rottura”, questi due concetti determinano la discussione sul concilio e sulle sue conseguenze. Un problema per la “ermeneutica della riforma” consiste nella distinzione tra l’”evento” del concilio – insieme alla storia che lo precede – e la “produzione” del concilio. Può esistere una dicotomia tra gli insegnamenti e le dottrine del concilio e i fatti che li hanno generati? Se tale distinzione non è lecita, quali sono le conseguenze?

    E’ lecito distinguere, ma non separare, i due aspetti del Concilio, i documenti dottrinali e l’evento. Sui primi si pronunciano i teologi, sul secondo gli storici . Il fine ultimo è il medesimo, ma il metodo di indagine si applica, nel caso della storia alle verità di fatto, nel caso della teologia alle verità di fede. La fede deve illuminare i passi dello storico, soprattutto quando oggetto della sua indagine è la Chiesa, ma le questioni che lo storico deve porre e le risposte che deve dare non sono quelle del teologo né del Pastore. La pretesa di valutare un lavoro storico con categorie attinenti ad altre discipline costituisce dunque non solo un errore epistemologico ma anche, sul piano morale, un giudizio temerario, conseguente a un “a priori” ideologico. Mi è stato rimproverato di trascurare i documenti del Concilio o di interpretarli in chiave di discontinuità con la Tradizione della Chiesa. Ma l’interpretazione dei documenti del Concilio spetta ai teologi e al Magistero della Chiesa. Ciò che io ricostruisco è il contesto storico in cui quei documenti videro la luce. E dico che il contesto storico, l’evento, ebbe un influsso nella storia della Chiesa non minore del Magistero conciliare e postconciliare: si pose esso stesso come Magistero parallelo, condizionando gli eventi. Sono convinto dunque che sul piano storico il post-Concilio non si può spiegare senza il Concilio, così come il Concilio non si può spiegare senza il pre-Concilio, perché nella storia ogni effetto ha una causa e ciò che avviene si inquadra in un processo, che spesso è addirittura plurisecolare e tocca non solo il campo delle idee, ma quello della mentalità e dei costumi.

    A nessuno dovrebbe essere sfuggito che la Chiesa negli ultimi 50 anni vive un tempo drammatico di crisi. Secondo Lei, quali sono le cause di questa crisi? Il concilio può essere considerato “causa principale” dell’obnubilamento della fede cattolica?

    La crisi esiste ed è, a mio parere, più profonda di quanto si possa immaginare, ma il Concilio non può essere considerato come la sua unica causa. I mali della Chiesa precedono il Concilio, lo accompagnano e, naturalmente, lo seguono. Questi mali in Concilio non sono nati, ma esplosi. Non a caso il mio libro non si apre con la data di inizio del Concilio Vaticano II ma col modernismo e con l’analisi degli errori teologici e intellettuali affiorati nei pontificati compresi tra quello di Pio X e Pio XII. Il modernismo, duramente colpito e combattuto da san Pio X, dopo essere apparentemente scomparso, è pian piano riemerso nella storia della Chiesa, e con sempre maggiore prepotenza, fino a sfociare nel Concilio Vaticano II. La pretesa di rimuovere dal Concilio ogni responsabilità della crisi presente, per addossarla solo a una cattiva lettura dei suoi documenti mi sembra un’operazione intellettuale che va contro la storia e che non rende neppure un buon servizio alla Chiesa. Chi sarebbe responsabile infatti di questa cattiva interpretazione dei documenti se non i Papi successivi al Concilio che l’hanno permessa?

    Un punto nodale della discussione sul concilio può essere individuato nella definizione di “Tradizione”. A Suo avviso qual è il rapporto tra Magistero e Tradizione?

    Benedetto XVI, nel recente documento “Verbum Domini”, ha definito la Tradizione, assieme alla Scrittura, “suprema regola della fede”. Nella Chiesa infatti, la “regola della fede” non è né il Concilio Vaticano II, né il Magistero vivente contemporaneo, in ciò che esso ha di non definitorio, ma la Tradizione, ovvero il Magistero perenne, che costituisce, con la Sacra Scrittura, una delle due fonti della Parola di Dio. Essa è infallibilmente insegnata dal Papa e dai Pastori a lui uniti e creduta dal popolo fedele, con l’assistenza dello Spirito Santo. Non c’è bisogno di scienza teologica per comprendere che, nel malaugurato caso di contrasto – vero o apparente – tra il “Magistero vivente” e la Tradizione, il primato non può che essere attribuito alla Tradizione, per un semplice motivo: la Tradizione, che è il Magistero “vivente” considerato nella sua universalità e continuità, è in sé infallibile, mentre il cosiddetto Magistero “vivente”, inteso come la predicazione attuale della gerarchia ecclesiastica, lo è solo a determinate condizioni. La Tradizione, infatti è sempre divinamente assistita; il Magistero lo è solo quando si esprime in modo straordinario, o quando, in forma ordinaria, insegna con continuità nel tempo una verità di fede e di morale. Il fatto che il Magistero ordinario non possa insegnare costantemente una verità contraria alla fede, non esclude che questo stesso Magistero possa cadere per accidens in errore, quando l’insegnamento è circoscritto nello spazio e nel tempo e non si esprime in maniera straordinaria. L’”ermeneutica della continuità” richiamata da Benedetto XVI non può essere intesa altro che come un’interpretazione del Concilio Vaticano II alla luce della Tradizione, ovvero alla luce dell’insegnamento divino-apostolico che perdura in tutti i tempi e mai si interrompe. Se si ammettesse invece che il Vaticano II fosse il criterio ermeneutico per rileggere la Tradizione, bisognerebbe attribuire, paradossalmente, forza interpretativa a ciò che ha bisogno di essere interpretato.

    La lettura del Suo libro suggerisce di non sottovalutare il ruolo di Paolo VI durante il concilio e nel tempo seguente. Contro le diverse rappresentazioni che distorcono l’immagine del Papa, Lei rende visibile un Papa, che agisce in modo tutt’altro che esitante, ma che è assolutamente deciso nella consapevolezza dei suoi scopi. Questo vale soprattutto per l’influsso che il Pontefice aveva sulla riforma liturgica postconciliare. Come valuta questo “autoritarismo” di fronte al “liberalismo” presente nel pensiero e operato di Paolo VI?

    Questa apparente contraddizione non deve meravigliare. Nella storia della Chiesa incontriamo spesso Papi intransigenti nelle idee, ma miti nel temperamento, come il Beato Pio IX o san Pio X (“fortiter in re, suaviter in modo” era il suo motto) e altri più flessibili nella dottrina, ma più autoritari nel carattere, come Clemente XIV, il Papa che nel 1773 soppresse i gesuiti. Quel che è certo è che, per quanto riguarda, ad esempio, la riforma liturgica, mons. Annibale Bugnini non fu l’ “artefice” di essa, al contrario di quanto molti pensano, ma un fedele esecutore delle direttive di Papa Montini. Il segretario personale di mons. Bugnini, padre Gottardo Pasqualetti, mi confermò personalmente che quasi ogni giorno Paolo VI incontrava Bugnini per concordare con lui i passi, in avanti o indietro, da percorrere per realizzare la Riforma. A mio parere una seria biografia di Paolo VI è ancora da scrivere.

    Il concilio e il comunismo: come giudica la mancata condanna del comunismo da parte del concilio? Quali sono state le conseguenze, innanzitutto in vista della rivoluzione culturale del 68? Si può parlare di un cambio di paradigma nella posizione della Chiesa e del suo magistero?

    La mancata condanna del comunismo da parte di un Concilio che si proponeva di occuparsi del problemi del mondo a lui contemporaneo mi sembra un’omissione imperdonabile. La costituzione conciliare “Gaudium et spes” cercava il dialogo con il mondo moderno, nella convinzione che l’itinerario da esso percorso, dall’umanesimo e dal protestantesimo, fino alla Rivoluzione francese e al marxismo, fosse un processo irreversibile. La modernità era in realtà alla vigilia di una crisi profonda, che avrebbe manifestato i suoi primi sintomi, di lì a pochi anni, nella Rivoluzione del ’68. I Padri conciliari avrebbero dovuto compiere un gesto profetico sfidando la modernità piuttosto che abbracciarne il corpo in decomposizione, come purtroppo avvenne. Ma oggi dobbiamo chiederci: erano profeti coloro che in Concilio denunciavano l’oppressione brutale del comunismo reclamando una sua solenne condanna o chi riteneva, come gli artefici dell’Ostpolitik, che col comunismo occorreva trovare un accordo, un compromesso, perché il comunismo interpretava le ansie di giustizia dell’umanità e sarebbe sopravvissuto uno o due secoli almeno, migliorando il mondo?

    Nonostante un “atto di liberazione” negli ultimi anni – reso possibile in particolare dalle potenzialità di networking comunicativo attraverso internet, del quale anche Lei si serve in misura ampia – si può constatare quanto la parte “conservatrice” sia incapace di una resistenza organizzata e comune: una mancanza di “volontà di lotta” che Lei spesso sottolinea e che perdura sino ai giorni di oggi. Quali sono, secondo Lei, le cause di questa situazione? Perché sembra essere così difficile contrastare il modernismo su un piano razionale, filosofico e teologico?

    A mio avviso la causa principale della sconfitta dei conservatori, e la radice della debolezza della Chiesa contemporanea, sta nella perdita di quella visione teologica, caratteristica del pensiero cristiano, che interpreta la storia come lotta incessante, fino alla fine dei tempi, tra le due città agostiniane: quella di Dio e quella di Satana. Quando, il 12 ottobre 1963, mons. Franić, vescovo croato di Spalato, propose che, nello schema “De Ecclesia”, al nuovo titolo di Chiesa “pellegrinante” fosse aggiunta la denominazione tradizionale di “militante”, la sua proposta fu rifiutata. L’immagine che la Chiesa avrebbe dovuto offrire di sé al mondo non era quella della lotta, della condanna o della controversia, ma del dialogo, della pace, della collaborazione ecumenica e fraterna con tutti gli uomini. La minoranza progressista ottenne non tanto un cambiamento della dottrina della Chiesa, quanto una sostituzione dell’immagine gerarchica e militante della Sposa di Cristo con l’immagine di un’assemblea democratica, dialogante e inserita nella Storia. In realtà la Chiesa che soffre in purgatorio e trionfa in Paradiso, combatte in nome di Cristo sulla terra e perciò è chiamata “militante”. Il ritrovamento di questo spirito mi sembra essere una delle urgenze della Chiesa del nostro tempo.

    Infine, una domanda sulla liturgia. L’arcivescovo di Colombo, Sua Eminenza Albert Malcolm Card. Ranjith, ha detto recentemente: “Il simbolismo liturgico ci aiuta a superare ciò che è umano verso ciò che è divino. In questo, è mia ferma convinzione che il Vetus Ordo rappresenti in larga misura e nel modo più appagante - mistico e trascendente - ad un incontro con Dio nella liturgia. Per questo ora è arrivato il tempo per noi non solo di rinnovare, attraverso cambiamenti radicali, il contenuto della liturgia nuova, ma anche per incoraggiare sempre più un ritorno del Vetus Ordo, inteso come il modo per un vero rinnovamento della Chiesa, che era ciò che i Padri Conciliari seduti nel Concilio Vaticano II desideravano. Quindi è giunto il momento per noi di essere coraggiosi e lavorare per una vera riforma della riforma e anche un ritorno alla vera liturgia della Chiesa, che si era sviluppata sulla sua bimillenaria storia in un flusso continuo. Auguro e prego che ciò possa accadere” (Lettera del 24 agosto 2011 ai partecipanti della XX Assemblea Generale della “Foederatio Internationalis Una Voce”, 5 – 6 novembre 2011, Roma). Non c’è rinnovamento della Chiesa senza un vero rinnovamento liturgico. In che cosa consiste, secondo Lei, il significato della liturgia nella forma straordinaria del Rito Romano che dal motu proprio “Summorum Pontificum” gode di nuovo del pieno diritto di cittadinanza nella Chiesa? Si tratta veramente “di un uso duplice dell’unico e medesimo Rito” (Benedetto XVI, Lettera in occasione della pubblicazione del motu proprio “Summorum Pontificum”, 7 luglio 2007) o si deve considerare la “forma” oggi “ordinaria” come “passaggio” di quel ritorno alle origini nelle quali risiede il vero futuro?

    Unico è certamente il Santo Sacrificio, ma il “Novus ordo” di Paolo VI è, mi sembra, profondamente diverso, nello spirito e nella forma, dal Rito romano antico. In quest’ultimo Rito io vedo non il passato, ma il futuro della Chiesa. La liturgia tradizionale costituisce infatti la risposta più efficace alla sfida del secolarismo laicista, che ci aggredisce. Benedetto XVI ha restituito a piena cittadinanza al Rito romano antico. Sono certo che esso conoscerà nella Chiesa e nella società nuovo sviluppo e nuovo splendore. La “Riforma della Riforma” di cui si parla ha senso e valore solo in quanto “transizione” del “novus ordo” verso il rito tradizionale, e non in quanto pretesto per l’abbandono di quest’ultimo, che deve essere mantenuto nella sua integrità e purezza. Il problema di fondo tuttavia mi sembra quello di recuperare una visione teologica ed ecclesiologica fondata sulla dimensione del trascendente e del sacro. Ciò significa che è necessario riconquistare i principi fondamentali della teologia cattolica, a cominciare da un’esatta concezione del santo Sacrificio della Messa. È necessario inoltre che l’idea di sacrificio permei la società nella forma, oggi quanto mai abbandonata, di spirito di sacrificio e di penitenza. Questa, e non altra, è l’”esperienza di sacro” di cui la nostra società ha urgente bisogno. Senza di essa è difficile immaginare un ritorno alla Liturgia autentica che abbia al suo centro l’adorazione dovuta all’unico vero Dio.

    © kath.net 2000 - 2014

    (Fonte: kath.net)

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    1 settimana fa
  6. Our Lady left behind: The Marian Question in Vatican II Second part: the faithful must “purify” their devotion in the name of ecumenism. The closest vote of the Council.

    In January 1963, after the closing of the first session, the Council’s coordinating Committee decided that the schema on the Blessed Virgin Mary, Mother of the Church, would be treated separately from the schema De Ecclesia. “There is no doubt - Komonchak admitted - that the schema De Beata Maria Virgine, also regarding Her role as Mediatrix, met with the expectations and desires of a great number of bishops, according to their vota beforehand.

    The Schema constitutionis dogmaticae de [Beata] Maria [Virgine] was sent to the Fathers during the month of May [1963]. Neither the decision, nor the approved text, pleased Father Rahner, who in a written text addressed to all of the participants at the Fulda conference [of German-speaking Council Fathers and their experts] in August 1963, expressed his great concern regarding the document. These (concerns) – he assured – were shared by Fathers Grillmeier and Semmelroth. If the text were adopted, he affirmed “it would cause unimaginable harm from the ecumenical point of view regarding both the Orientals and the Protestants” [154]. Certainly, Rahner added, it could not be expected that the schema would be rejected like the one on the sources of Revelation. To reduce its importance, it was necessary to push, with all the insistence possible, for the schema to become a chapter, or the epilogue, of the schema on the Church. This, to his mind, would have been “the easiest means to suppress from the schema the affirmations that theologically, are not sufficiently developed and would do nothing other than create incalculable harm from an ecumenical point of view. Thus, bitter discussions would be avoided”[155].

    The point that Rahner attacked with the greatest vigor was the teaching of the schema about the mediation of the Blessed Virgin Mary and more precisely the title which was attributed to Her, as “Mediatrix of all graces”. This teaching proposed in the draft not as a dogma of faith, but as an ordinary doctrine of the Church, was rejected by Rahner, because of the negative consequences, that in his opinion, they could have had on Mariology and on the devotion of the faithful towards Mary. The Protestants, in fact, denied any formal cooperation whatsoever of Mary with the Redemption and abhorred the terms “Mediatrix” and even more “Co-Redemptrix”. He concluded affirming that the Bishops of Austria, Germany, and Switzerland had to consider it their duty to assume an open rejection of the schema in its present formulation [156].

    The Fulda Conference adopted Rahner’s suggestions, but on the point of Mary’s mediation, it limited its criticism only to the expression “Mediatrix of all graces”. The proposal, officially submitted by the Fathers at the Fulda Conference to the general Secretary of the Council, also cited Protestant fonts, recalling how the Lutheran German bishop Dibelius had declared in 1962 that the teaching of the Catholic Church on Mary was one of the major obstacles to ecumenical unity. According to other German Protestants, the Council Fathers had to remember that, approving a schema on Mary, they would have raised a new wall of division; they would therefore have had to maintain silence on the theme or call to order those who rendered themselves guilty of excesses.

    c) The success of the “minimalists”

    On September 30, 1963, the opening day of debates, the “minimalists” immediately asked, by way of Cardinal Frings [157], that all that regarded the Blessed Virgin Mary be absorbed by the schema on the Church, intended to facilitate ecumenical dialogue with the separated brethren. The following day Cardinal Silva Henríquez [Archbishop of Santiago de Chile - 158] also sustained that in Latin America the devotion to the Virgin Mary exceeded the limits of Christian devotion and that the approval of a schema on the Madonna would have worsened the situation. Consequently, on behalf of 44 bishops from Latin American countries, he supported Cardinal Frings’s proposal. Similar declarations were made that same morning by Abp. Garrone [159], Archbishop of Toulouse, on behalf of “many French bishops”, by Abp. Elchinger [160] and by Abp. Méndez Arceo [161].

    [Cardinal König and the Dalai Lama, 1973]

    On October 4, the English and Welsh hierarchy intervened in favour of Frings’s proposal. On the same day a text drawn up by the Servite Fathers was distributed to the Council Fathers, in which they suggested that, alongside the title of “Mediatrix” , also the title of “Co-redemptrix” should be used. Father Balić, expert in the Theological Commission, in turn, circulated a document in which he set out the reasons why the schema on the Blessed Virgin Mary had to remain separated from the one on the Church. Also Cardinal Arriba y Castro [162], Archbishop of Tarragona, speaking on behalf of 60 Spanish bishops, declared that, given the importance of the Mother of God in the economy of the Redemption, contrary to what had until that moment been sustained, it would have been preferable to adopt a separate schema on the Blessed Virgin Mary [163]. The discussion continued with interventions of opposing trends. On October 24, the Cardinal Moderators announced that seeing the great number of Fathers that had requested the inclusion of the schema on the Blessed Virgin Mary within the one on the Church, the Holy Father had charged the doctrinal Commission to choose two from among its members to expose their different positions.

    The Commission designated Cardinal Rufino Santos [164], of Manila, as advocate for a separate draft schema and Cardinal Franz König of Vienna as advocate for the absorption. The two Council Fathers exposed their contrasting propositions in aula on October 24 [165]. The Archbishop of Manila enunciated 10 arguments in favor of the separate schema, affirming that Our Lady is the first and principal member of the Church, but at the same time is above the Church and, according to Saint Bernard’s judgment, “stat intra Christum et Ecclesia” [stands between Christ and the Church]. The faithful – he added – would have interpreted the incorporation of De Beata into the De Ecclesia as a sign of lessening Marian devotion. König affirmed, on the contrary, that the faithful had “to purify” their Marian devotion in order to avoid their attachment to that which was secondary and accidental and, above all, in order not to damage the cause of ecumenism.

    The texts of the two Cardinals’ reports were distributed on October 25. The “Ecclesiotypical” concept of the “minimalists” aimed at the relativisation of the Blessed Virgin’s role, which considered Her in relationship not with Her Divine Son, but with the ordinary faithful in the Church [166]. They overturned the traditional conception that had always considered Mary not as a figure of, but as a model for the Church. Indeed, “the figure is inferior to the figurative, of which it constitutes the effect, while the exemplary is superior to its image and it constitutes the cause. Therefore, it is rather the Church that is the image and figure of the Virgin” [167]. On October 29, the following question was put to vote: “Does it please the Council Fathers that the schema regarding the Most Blessed Virgin Mary, Mother of the Church, be revised in order to become the VI Chapter of the schema on the Church?” The results of the vote were 1,114 in favor, 1,074 against. For the first time the assembly found itself split in two, with a disparity of only 40 votes; the division corresponded to that of two opposing theological visions and marked a victory for the “minimalists”, even if by a small margin [169]. According to Melissa Wilde , the success of the Progressives, was caused less by their strength, than due to the weakness of the Conservatives, who had still not found any organizational form. Despite the efforts of some of them, like Father Balić, who, on his own initiative, distributed his writings to the Council Fathers, they lacked a coordinated and systematic action. “As the Council was voting on Mary, the leaders of the CIP (Coetus Internationalis Patrum) were just beginning to correspond and had still not seriously constituted their organization. It was, in fact, the defeat of the Marian schema, along with the disastrous votes on collegiality the following day, that forced the conservatives into organizing themselves better (…). The evidence shows that they would have been able to do much more regarding the Marian schema if they had been better organized beforehand in the Council.” [170]


    [Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II: una storia mai scritta (The Second Vatican Council – a never before written history) Chapter IV - 1963 THE SECOND SESSION - No. 6 – The Marian Question, pages 314-324. Second and last part.]

    [Translation: Contributor Francesca Romana]
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    Footnotes

    153 J. KOMONCHAK, La lotta per il Concilio durante la preparazione (The fight for the council during preparations) cit., P.277. Also SALVATORE PERRELLA, I “vota” e i “consilia” dei vescovi italiani sulla mariologia e sulla corredenzione nella fase antepreparatoria del Concilio Vaticano II, Marianum, Rome 1994. 154 WILTGEN, P.90. 155 Ibid. p. 91.

    156 WILTGEN, P.91. Anche ANTONIO ESCUDERO CABELLO, La cuestiòn de la mediaciòn matiana en la preparaciòn del Vaticano II. Elementos para una evaluaciòn de los trabajos preconcilares, LAS, Rome 1997.

    157 AS (Acta Synodalia sacrosanti Concilii Oecumenici Vaticani II 1970-1980, Typis Vaticanis, Citta del Vaticano 1970-1999. II/I,pp.343-346.
    158 Ibid, pp. 366-368. 159 Ibid, pp.374-375. 160 Ibid, pp.378-380. 161 Ibid, pp. 385-386.
    162 Benjamìn de Arriba y Castro (1886-1973), Spanish, ordained in 1912. Archbishop of Tarragona from 1949 to 1970, created cardinal in 1953.
    163 As, II/2, pp. 14-16.
    164 Rufino J. Santos (1908-1973), Philipine, ordained in 1931. Auxiliary Bishop (1947), then Archbishop of Manila from 1953 until his death. Created cardinal in 1960. Member of the central Preparatory Commission and the Doctrinal Commission.
    165 AS, II/3, pp. 338-342 and pp.342-345.
    166 FRANCOIS-MARIE o.f.m.., La nouvelle mariologie dans chapitre 8 de Lumen Gentium, in L’unité spirituelle du genre humain, pp.272-273 (pp.269-288).
    167 Ibid, p.282. 168 AS, II/I, p.627; CAPRILE, vol.III, PP.160-163.
    169 For a total description of his concepts, LAURENTIN, La Vierge au Concile, cit., P.138.
    170 Melissa Wilde, Vatican II: a sociological analysis of religious change, Princeton University Press, Oxford 2007 – p.108.

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    1 settimana fa
  7. Our Lady left behind: The Marian Question in Vatican II First part

    The Marian question in Vatican II

    a)“Maximalists” and “Minimalists” in the Council [119]

    At the beginning of October 1963, a new conflict arose just when it was about to be decided whether the draft schema regarding the Blessed Virgin should be discussed separately or inserted into the one of the Church. The discussion revealed two opposing tendencies, the maximalists and the minimalists. The “maximalists” were the followers of the great Marian movement of the 20th century [120] that, after the definition of the dogma of the Assumption, hoped for the proclamation of a new dogma from the Pope and all the bishops gathered at the Council: Mary, Mediatrix of all graces [121].

    At that time no Catholic theologian doubted the fact that Mary had exercised, in a certain actual and immediate way, an influence on the work of the Redemption, that is in the distribution of all graces to all men individually. However, at the Marian Congress held in Lourdes in 1958 [122], two tendencies had emerged among Mariologists: the maximalist, which made all the privileges of Mary descend from Her Divine Maternity, i.e. from the hypostastic order [123], and the minimalist, according to which Mariology would have its foundation in the parallelism between Mary and the Church [124]. The first tendency was defined as “Christotypical Mariology” because it emphasized the intimate connection between Christ and His Mother in the only act of Redemption. It was from this union that the co-redemption and mediation of Mary originated. The second tendency affirmed instead, that the role of Mary was subordinated to that of the Church, to which, after Christ, the first place was due and of which Mary was only a member. Her privileges were to be understood inside the Christian community, where She was “the model.” For this reason it was called “Ecclesiotypical Mariology”.

    Among the conciliar experts, the “maximalists” were represented by two strong personalities: Father Carlo Balić [125], President from 1960 of the International Pontifical Marian Academy and Father Gabriele Maria Roschini, Dean of the Marianum in Rome.

    Carlo Balić, born in Croatia in 1899, brought the rugged character of his country into the debate. He had lived in Rome since 1933, when he had been called to teach at the Antonianum. There he had carried out diverse work as a scholar, editor and, above all, as an organizer of Marian Congresses, including that which took place on the occasion of the Lourdes centennial anniversary in 1958, which turned out to be a type of “dress rehearsal” for the conciliar clash that occurred between “the maximalists” and “the minimalists”. Father Congar, who could not abide his passionate Mariology, defined him with contempt (in his Diary) as “an eloquent charlatan” [126], “a Dalmatian travelling salesman” [127], “a fairground juggler” [128], “a fairground propagandist” [129].

    [Fr. Carlo Balić, OFM]

    On the contrary, Mons. Antonio Piolanti, recalls Balić as “a titan of a man, built almost on an abyss of contrasts - a great soul of unlimited horizons and immense desires. A type of coincidentia oppositorum was easily detected in the vigorous spiritual physiognomy of this worthy son of strong and gentle Croatia: the heart of a child and Hieronymic impetus, the tenderness of a mother and authoritativeness of a leader, acute and penetrating intelligence, resolute and fiery determination, warm generosity and Dantesque indignation.” [130]

    Roschini, a priest with the Servants of Mary in Viterbo, was a scholarly man of faith and to his credit had, like Balić, an extensive bibliography, including an impressive treatise and a complete Dictionary of Mariology [131], published in 1960, in which he explored the mystery of Mary in all its aspects. The foundation of the Pontifical Faculty of Marianum Theology on the 8th December 1950 was due to his endeavors. His extraordinary scientific, organizational and popular work, has still to be studied in its entirety. [132]

    Balić and Roschini’s dream of having the mediation of Mary proclaimed shattered the conciliar halls. Recalling the strenuous battle conducted during the Council in defense of the Marian privileges, Father Balić, eyes bright with pain, said to Piolanti one day: “It was there that all my work was wrecked.” [133]

    The majority of the Conciliar Fathers, as the vota had highlighted, cultivated a lively Marian devotion and were disposed towards the “maximalist” thesis. The minority from central Europe were noted instead for their aversion to what Father Yves Congar defined as “Marian-Christianity” [134]. On the evening of September 22, 1961, Congar notes: “I am aware of the drama that has accompanied me all my life: the need to fight, for the sake of the Gospel and the Apostolic faith, against the Mediterranean and Irish development and proliferation of a Mariology that does not proceed from Revelation, but is sustained by Pontifical texts” [135].

    Congar had the support of Rahner, but also of the young mariologist René Laurentin, the most valid exponent of the “minimalists”, to whom is attributed the merit of opening “the battle against the maximalists” in the Council [136]. “We said to each other that we must not make EXCESSIVE opposition, in order not to run the risk of something worse which we want to avoid” [137].

    b) The campaign against the “maximalists” begins

    The signal of the attack against the maximalists was the publication of the book (with the proximity of the Second Session [1963-1964]) La question mariale [138], by Laurentin, in which the “Marian movement” was presented as “a problem”. “Without doubt the Marian movement is fecund, fervent, prosperous - wrote Laurentin – but is its abundance not excessive? Is its intensity not feverish? Is its specialized development not in part pathological?” [139]. Contemporary Mariology, characterized by “an excessive abundance of writings” [140], according to Laurentin, would have presented a tendency “a priori”, in its commitment for an unconditional exaltation of the Virgin [141]. This tendency needed to be purified in order to render it compatible with the demands of ecumenism and the new theology.

    The minimalist line suggested by the French Mariologist was that which is typically hypocritical of the “Third Party”: neither “a Christianity of the Virgin in which St. Paul would not recognize himself”, nor “a Christianity without the Virgin, which would no longer be Catholic” [142]. This formulation sat well with the moderates and above all, it had the support of the media, whose mechanisms Laurentin, a theologian and a journalist, was well acquainted with. Laurentin’s book was meticulously refuted by a great mariologist, Father de Aldama [143], at the request of Father Balić and Father Roschini, who in turn intervened in the polemics with a booklet called “The so-called Marian question” [144].

    Father de Aldama recalled, as a feature of the great Marian revival of the 20th century, the numerous religious Congregations, both masculine and feminine, born with the name of Mary; the repeated apparitions: Paris (in 1830 to St. Catherine Labourè), La Salette (1846), Lourdes (1858), Philippsdorf (1858), Pontmain (1871), Fatima (1917), Beauraing (1932) and Banneux (1933), with their related sanctuaries, pilgrimages and devotions; the congresses, the societies, the magazines, the cathedrals dedicated to Mary; the innumerable pronouncements by the Roman Pontiffs, true promoters of the Marian movement [145]. In particular, Pius XII saw in the increasing devotion of the faithful to the Virgin “the most encouraging sign of the times” [146] and “ an infallible touchstone in distinguishing true Christians from false ones” [147]. Accordingly, it was a matter of following a path that had already been traced out.

    In his study, Roschini compared the tentative to “reduce” the efforts of the Marian movement to Monita salutaria (1673) by German lawyer Adam Widenfeld (1645-1680) who, three centuries earlier, had attacked the Marian devotion of the time. “History has its recurrences. After three centuries, here we have a new reaction, without a doubt exaggerated, against the Marian movement, against the Mariology of today and against Marian devotion (…)”. In his view, you could not speak of a Maximalist tendency; “instead, you could speak on solid basis of a Minimalist tendency, which, leaving out completely the teachings of the Church’s ordinary Magisterium, not only denies or sows doubt about absolute truths, but goes as far as to doubt the faith about the Divine Maternity, even identifying the Most Blessed Mary with the Church, lowering Her to the level of all the other members of the Mystical Body of Christ, as prima inter pares” [148].

    The Minimalists enjoyed the support of John XXIII who, in 1954, six months before Pius XII’s encyclical Ad Caeli Reginam, which instituted the Feast of the Queenship of Mary, had manifested the “considerable hesitancy” of his spirit in regard to a new feast about the Queenship of Mary, “in the fear of grave prejudice about its apostolic effectiveness employed in bringing back the unity of the Holy Catholic Church in the world” [149]. This explains how Pope John XXIII would have been disposed to receiving the demands of the “minimalists”, who accused the “maximalists” of compromising ecumenism. The same minimalist line will be shared by Paul VI. His last intervention during the work done by the preliminary Committee was on June 20, 1962, when he sided with Cardinal Liénart against the proposal to confer the title of “Mediatrix” [150] to the Virgin, and who had defined it as “inopportune and even detrimental”. Father Bevilaqua confided to Bp. Helder Camara: “I attract the Pope’s attention every time I see a good book like La question mariale by René Laurentin or also the books on the Council written by Hans Küng. He loves Rahner and Häring a lot. And so do I [151]”. “The stronghold of reaction – noted Bp. Helder Camara – is being transformed little by little” [152].


    [Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II: una storia mai scritta (The Second Vatican Council – a never before written history) Chapter IV - 1963 THE SECOND SESSION - No. 6 – The Marian Question, pages 314-324.]

    [Translation: Contributor Francesca Romana]
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    Footnotes

    119 R.Laurentin. La Vierge au Concile: presentation, texte et traduction du chapitre VIII de la Constitution dogmatique Lumen Gentium consacrè à la Vierge Marie dans le mystère de l’Eglise, Lethielleaux, Parigi 1965 (Our Lady in Vatican II, Centre of Ecumenical Studies John XXIII, Bergamo, 1965); G:M.Besutti o.s.m. News notes on the Second Vatican Council and the Scheme “De Beata Maria Virgine”, in “Marianum”, no. 26 (1964), pp.1-42;ID., The Marian scheme at Vatican Council II. Documentation and news notes , in “Marianum” no.28 (1966), pp1-203; CANDIDO POZO, The Mariological Doctrine of Vatican Council II, in Maria en la obra de la salvaciòn, BAC, Madrid 1974, pp. 19-56; ERMANNO M. TONIOLO, The Blessed Virgin Mary in. Vatican Council II.Chronicle of Chapter VIII of the dogmatic constitution “Lumen Gentium” a synopsis of all reports, Centre Mrian Culture Mother of the Churh, Rome 2004; C.ANTONELLI, The debate on Maria at the Second Vatican Council, Edizioni Messaggero, Padua 2009. 120 The origins of the “Marian Movement” in its modern phase went back to the apostolate of St Louis Maria Grignion de Montfort (1673-1716) with his treatise On True Devotion to the Holy Virgin (published for the first time in 1842) and of St. Alphonsus de Liguori (1696-1787) with his The Glories of Mary (1750). 121 On the mediation of Mary the study of Father ALESSANDRO M. APOLLONIO f.i.., The Most Blessed Mary Mediatrix of all graces. The nature of the Blessed Virgin’s influence on the work of the Redemption, in” Immaculata Mediatrix”, n. VII/2 (2007) pp.157-181.
    122 The acts were published by ACADEMIA MARIANA INTERNATIONALIS, with the title Maria et Ecclesia, Acta Congressus Mariologici - Mariani civitate Lourdes , anno 1958 celebrati, in 16 volumes (Rome 1959-1962). On this occasion Father Gabriel Maria Roschini had presented a fundamental study on the mediation of Mary: De natura influxus B.M. Virginis in applicazione redemptionis, ibid, vol II, De munere et loco quem tenet Beata Virgo Maria in corpora Christi mistico (1959), pp. 223-295. 123 M.J. NICOLAS, L’appartenance de la Mère de Dieu à l’ordre hypostatique, in “Etudes Mariales”, no. 3 (1937) pp. 145-181. 124 F. COURTH, Heinrich Maria Koster (1911-1993). Forcher und Kunder Mariens, in “Marianum”, no.55 (1993), pp.429-459; MANFRED HAUKE Introduzione alla mariologia, Eupress FTL, Lugano 2008, pp. 92-93; C. POZO, la doctrina mariologica, cit. 125 Carlo Balić (1899-1977), Croatian, of the Friars Minor Order. Ordained in 1927, was professor and rector of the Pontifcio Ateneo Antonianum, president of the Commission for the crItical edition of the works of Duns Scotus, founder and president of the Pontifical Marian International Academy, consultant to the Holy Office, conciliar expert. On him: J.A. DE ALDAMA s.j., Semblanza del P. Carlos Balić ofm (1899-1977), in “Antonianum” no.52 (1977) pp. 702-707; P. Carlo Balić o.f.m.Profilo, impressioni, ricordi (Profile, impressions and remembrances) by P. PAOLO MELADA o.f.m., - P. DINKO ARACIC’ , Pontifical Marian International Academy, Rome, 1978; La dottrina mariologica negli scritti di Caro Balić, (Mariological Doctrine in the writings of Carlo Balić), Pontifical Marian International Academy, Rome, 1980. 126 Congar, Diary, vol.I p. 111 127 Ibid, p.112 128 Ibid, vol.II,p.76. 129 Ibid, p.147 130 A. PIOLANTI, Abisso dei contrasti, in P.Carlo Balić o.f.m. Profilo, impressioni ricordi, p.192. 131 G.M.ROSCHINI o.s.m., Dizionario di Mariologia, Studium, Rome 1960. 132 On his role at the Council, P.PARROTTA,op.cit.pp.54-62. 133 A. PIOLANTI, P. Carlo Balić o.f.m., Profilo, Impressioni, ricordi, cit..pp.191-192.
    134 Letter to the Marist Maurice Villian, 23rd November 1950, E. FOUILLAUX, La fase antepreparatoria (1969-1960). Il lento dell’uscita dell’inerzia, in SCV, vol.I, p.97. (the slow start in coming out of inertia in SVC). 135 Congar, Diary, vol, p.113. 136 Ibid. 137 Ibid. 138 R. Laurentin, La question mariale, Ed. du Seuil, Paris 1963. 139 Ibid. p.37 140 Ibid. 141 Ibid. p.24 142 Ibid. p.81 143 J.A. DE ALDAMA s.j. – De questioni mariali in hodierna vita Ecclesiae, Pontifical Marian International Academy, Rome 1964. 144 G.M. ROSCHINIo.s.m., La cosidetta “questione mariana”, S. Giuseppe, Vicenza 1963. 145 J.A. DE ALDAMA s.j., De questioni mariali, cit. pp.2-35 146 Pius XII, Speech- Una ben intima gioia, of 10th March 1948 in AAS, 40 (1948), p.120. 147 Pius XII, Speech – La Pentecòte of 29th May 1950, in AAS, 42 (1950), p. 483. 148 G. M: ROSCHINI o.s.m., La cosidetta “questione mariana” , cit. p.63. 149 A. RONCALLI, Letter of 22nd April 1954 to the Secretariat of the Movement Pro Regalite Mariae, in ANGELINA e G. ALBERIGO, Giovanni XXIII. Profezia nella fedeltà, Queriniana, Brescia 1978, p.489. “Jesus dying – the Patriarch of Venice continued – said to John: Behold your Mother – this is sufficient for the faith and for the liturgy. The rest may be edifying (and it is mostly) and for many pious and devout souls, moving; but for many, many more, even if they are well-inclined towards the Catholic Church - it is irritating – and as we say these days – counter-productive” (ibid). 150 AD (Acta et Documenta Concilio Oecumenico Vatican II apparando, Typis Vaticanis, Citta del Vaticano 1960-1964) II-II/4, p.777. 151 Camara, Lettres Conciliaires, Vol. II, P.583. 152 Ibid, vol. I. P.342.

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    1 settimana fa
  8. Sinodo famiglia, la posta in gioco è un’altra

    cristianesimocattolico:

    Il Sinodo sulla famiglia è atteso con una certa inquietudine perché c’è la sensazione che due correnti si misureranno fra loro. In questa fase pre-sinodale, dopo la lezione del cardinale Walter Kasper, le due parti stanno predisponendo le truppe, elaborando strategie. Il tema è la famiglia, ma la vera questione sarà il rapporto tra dottrina e pastorale.

    di Stefano Fontana (23/07/2014)

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    Il prossimo Sinodo sulla famiglia è atteso da molti con una certa inquietudine. C’è la sensazione di due correnti di pensiero che in quel contesto si misureranno fra loro. In questa fase pre-sinodale, dopo la lezione del cardinale Walter Kasper, le due correnti stanno predisponendo le truppe, elaborando strategie e tattiche. Molti risolvono il problema affidandosi al Papa che, così si dice, tirerà poi le somme e farà sintesi. Però il Papa non è lì per fare sintesi tra due o più contendenti in campo, non è un paciere, il mediatore di un dibattito televisivo né il segretario di un partito capace di fare sintesi tra le correnti.

    L’inquietudine non si dirada ma, anzi, aumenta man mano che ci avviciniamo alla data di inizio del Sinodo per un motivo semplice nella sua individuabilità, ma profondo e difficilmente districabile nella sua complessità. Questo motivo d’incertezza e inquietudine è quello del rapporto tra dottrina e pastorale, che una volta si chiamava teoria e prassi e oggi viene chiamato spesso verità e misericordia. Il tema del Sinodo, si sa, è la famiglia e il matrimonio. In particolare l’attenzione si concentrerà sull’argomento della comunione ai divorziati risposati. Però, a ben vedere, il tema vero, su cui ci si sarà – umanamente parlando – battaglia è appunto quello della dottrina e della pastorale. Su questo i giochi tattici stanno dando il meglio di sé e la retorica del linguaggio teologico sta già facendo scintille.

    Coloro che insistentemente riaffermano la dottrina sul matrimonio e dicono, sicuri, che il Sinodo non la potrà cambiare – da ultimo il cardinale Collins di Toronto – affermano una verità che, alla lettera, va bene anche ai fautori della linea Kasper, la linea del cambiamento. Infatti, anch’essi dicono che la dottrina non si tocca, ma che tuttavia sono urgenti alcuni nuovi atteggiamenti pastorali. Tutti sanno, però, che in qualche caso nuovi atteggiamenti pastorali esprimono una nuova concezione della dottrina. I progressisti assicurano di volere solo cambiamenti pastorali e non dottrinali, ma né loro né i loro oppositori credono veramente che saranno solo pastorali. Così facendo, questa fase pre-sinodale non riesce a chiarirne granché, nonostante l’enorme mole di discorsi e dichiarazioni, anche di alto livello sia per il contenuto sia per gli autori.

    Il fatto è che del rapporto dottrina-pastorale esistono oggi in campo molte visioni, che si possono sommariamente ridurre a due. Per l’una la pastorale dipende dalla dottrina (teologia della pastorale), per l’altra la pastorale è tutt’uno con la dottrina o addirittura viene prima (teologia pastorale). Il magistero ha sempre chiarito che la versione corretta è la prima. Ma la prassi teologica prevalente è ormai da tempo la seconda. Queste due visioni saranno in competizione anche al prossimo Sinodo. Potremmo anche chiamare le due visioni come una visione metafisica la prima e una visione ermeneutica la seconda.

    E infatti, nella teologia di oggi, metafisica ed ermeneutica sono in lotta tra loro. Uno degli ultimi autorevoli sostenitori della visione metafisica è stato Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, per il quale l’incontro della fede cristiana con il pensiero greco è stato provvidenziale. Ma anche a leggere la Fides et Ratio non c’è dubbio della scelta per la metafisica in luogo dell’ermeneutica. Durante il postconcilio, però, e in competizione col magistero ufficiale, è diventata di moda l’altra visione, quella ermeneutica.

    La visione del primato della dottrina sulla pastorale ha bisogno dello strumento della metafisica, che permette di intendere la fede come vera e propria conoscenza di verità sottratte al tempo, pur avendo fondamentali ricadute storiche. La visione del primato della pastorale sulla dottrina ha bisogno, invece, dello strumento dell’ermeneutica, perché qui la verità è intesa come qualcosa da scoprire ed anche da fare. La verità di fede non ci sarebbe data in senso trascendente, metafisico e definitorio, ma esistenzialmente dentro i rapporti spazio-temporali. Delle verità rivelate, quindi, fanno parte sia l’annuncio sia la recezione dell’annuncio in un circolo, appunto, ermeneutico.

    Già nel Concilio era emerso il problema su cui in seguito si sono assiepati moltissimi equivoci. Divenne subito chiaro, infatti, che il desiderio di Giovanni XXIII di mantenere salda la dottrina e di pensare a riproporla in modo nuovo presupponeva il primato della dottrina sulla pastorale. Ma emerse subito, soprattutto per l’influenza di Karl Rahner, la visione del primato della pastorale sulla dottrina, che produsse cambiamenti dottrinali partendo da esigenze pastorali.

    Succederà così anche al prossimo Sinodo sulla famiglia? Ci sono molte probabilità che l’equivoco continui anche in questa occasione. Finora non ho visto interventi di chiarimento sul vero tema del Sinodo, appunto il rapporto tra dottrina e pastorale. In questa zona nebbiosa si potranno inserire nuovi equivoci, potrà perfino nascere uno “spirito del Sinodo” – per certi versi già in atto con l’ausilio dei media - che farà passare innovazioni dottrinali non mediante la modifica esplicita della dottrina, ma mediante una rinnovata prassi pastorale.

    © LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA

    (Fonte: lanuovabq.it)

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    1 settimana fa
  9. Scalfari propone, il papa dispone

    di Danilo Quinto (14/07/2014)

    Dalla prima pagina di Repubblica di domenica 13 luglio, abbiamo appreso: Forse lei non sa che il celibato fu stabilito nel X secolo, cioè 900 anni dopo la morte di nostro Signore. La Chiesa cattolica orientale ha facoltà fin d’ora che i suoi presbiteri si sposino. Il problema certamente esiste ma non è di grande entità. Ci vuole tempo ma le soluzioni ci sono e le troverò.

    E’ il Papa che lo dice a Scalfari, alla fine della lunga intervista – l’ennesima, anche questa non smentita, come tutte le altre e come tutte le telefonate riportate dai giornali – concessa al fondatore di Repubblica, che poco prima aveva osservato Lei, Santità, sta lavorando assiduamente per integrare la cattolicità con gli ortodossi, con gli anglicani…, guadagnandosi un’interruzione del suo interlocutore, che afferma: Con i valdesi che trovo religiosi di prim’ordine, con i Pentecostali e naturalmente con i nostri fratelli ebrei.

    Il Papa prima chiarisce che il celibato sacerdotale fu stabilito nel X secolo, cioè 900 anni dopo la morte di nostro Signore – tanto per dire, che valore può avere una roba che ha quasi mille anni! – poi dice che il problema certamente esiste e lo definisce di non grande entità. Aggiunge che le soluzioni ci sono e le troverò.

    E’ vero che il celibato sacerdotale deriva da una legge ecclesiastica, ma si può chiedere al Papa – sommessamente – che cosa sarebbe diventata la Chiesa, nel corso di questi secoli, se non vi fosse stata quella norma e, soprattutto, se proprio quella norma non ha forse reso più esplicite e gravide di conseguenze le parole di Gesù: in verità vi dico, non c’è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà (Lc 18,29-30)? Che cosa significano le parole di Gesù, se non la Sua volontà di dare consolazione ai Suoi discepoli per aver lasciato tutte - tutte - le cose di questa terra, in attesa e nella speranza del tempo che verrà? Per che cosa, allora, bisogna trovare soluzioni?

    Il Papa conferma anche di stare lavorando assiduamente per integrare la cattolicità – sono parole di Scalfari - con le altre religioni. Qui il discorso da fare sarebbe molto lungo. Basta solo ribadire al Papa – che quando parla con Scalfari, non è infallibile, perché non parla ex cathedra - che il Dio dei cattolici, il nostro Dio, che si fa Uomo per salvare l’umanità dal peccato, vivendo la Sua passione, la Sua morte e la Sua resurrezione, è uno e trino e non ha nulla da condividere con il Dio professato dalle altre religioni o con coloro che sono fuoriusciti dalla Chiesa Cattolica.

    Nell’intervista, poi, il Papa si intrattiene con Scalfari sui problemi della famiglia e della crisi educativa, sulla pedofilia all’interno della Chiesa e sulla mafia. Cose note.

    La parte più interessante deriva da una constatazione di Scalfari, che dice: Lei, Santo Padre, ha tuttavia ricordato più volte che Dio ci ha dotato di libero arbitrio. Sa bene che se scegliamo il male la nostra religione non esercita misericordia nei nostri confronti. Ma c’è un punto che mi preme di sottolineare: la nostra coscienza è libera e autonoma. Può in perfetta buonafede fare del male convinta però che da quel male nascerà un bene. Qual è, di fronte a casi del genere, che sono molto frequenti, l’atteggiamento dei cristiani? Il Papa rafforza quanto aveva detto, sempre a Scalfari, nel settembre scorso: Ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce. Basterebbe questo per migliorare il mondo. Ora, aggiunge: La coscienza è libera. Se sceglie il male perché è sicura che da esso deriverà un bene dall’alto dei cieli queste intenzioni e le loro conseguenze saranno valutate. Noi non possiamo dire di più perché non sappiamo di più. La legge del Signore è il Signore a stabilirla e non le creature. Noi sappiamo soltanto perché è Cristo ad avercelo detto che il Padre conosce le creature che ha creato e nulla per lui è misterioso. Del resto il libro di Giobbe esamina a fondo questo tema. Si ricorda che ne parlammo? Bisognerebbe esaminare a fondo i libri sapienzali della Bibbia e il Vangelo quando parla di Giuda Iscariota. Sono temi di fondo della nostra teologia. Scalfari, che è molto interessato, incalza: E anche della cultura moderna che voi volete comprendere a fondo e con la quale volete confrontarvi. Il Papa avverte: È vero, è un punto capitale del Vaticano II e dovremo al più presto affrontarlo.

    Il piano è svelato: la cultura moderna, quella in base alla quale la figura dell’uomo – esaltata dal Concilio Vaticano II – è posta al centro dell’universo, sa quello che vuole: eliminare la categoria del Male come valore assoluto e porre il Bene sullo stesso piano, attribuendogli lo stesso valore. La chiave di tutto è in questa frase: La legge del Signore è il Signore a stabilirla e non le creature. Come se il Signore non avesse fatto quella legge proprio per le Sue creature, perché la rispettassero sempre, nonostante la loro coscienza. E’ Gesù che ordina (Mt, 6-33): Cercate prima il regno di Dio e la Sua giustizia e il resto vi sarà dato in sovrappiù. Più chiaro di così?!

    Postilla

    L’articolo è stato scritto prima della “smentita” di Padre Lombardi, il quale - peraltro - e come ha fatto in passato, non smentisce nulla e lascia intatti i contenuti, gravissimi, di quello che dice il Papa, precisando solo quello che gli interessa precisare. Diceva Papa Felice III: “L’errore cui non si resiste, viene approvato; la verità che non viene difesa, viene oppressa”. E, ancora, diceva San Tommaso d’Aquino: “Quando ci fosse un pericolo per la Fede, i sudditi sarebbero tenuti a rimproverare i loro Prelati, anche pubblicamente!”.

    © RADIO SPADA

    (Fonte: radiospada.org)

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    2 settimane fa
  10. Un blogger scrive a Papa Francesco

    cristianesimocattolico:

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    Lunedì 14 luglio 2014

    Santo Padre,

    ieri è stato pubblicato il colloquio che Lei ed Eugenio Scalfari avete avuto pochi giorni fa. Parole forti, parole da calibrare eppure è arrivata presto la smentita di alcune sue frasi da parte del portavoce della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi. Inutile dire quanta confusione tra i cattolici abbiano suscitato alcune sue presunte espressioni. Già, presunte, perché dopo la smentita rimangono tanti interrogativi… cosa ha detto veramente, Santità? Credo che quei milioni di cattolici sparsi nel mondo abbiano il diritto di sapere cosa Lei abbia veramente detto al suo interlocutore. Ognuno di noi ha il diritto (e il dovere) di ascoltare il proprio pastore e di sapere cosa pensa e come agisce. Certo, Lei capirà la nostra difficoltà ad ascoltare il suo alto Magistero tramite delle interviste o dei colloqui che oltretutto sono stati riportati da chi continua a sputarci addosso tutto il suo rancore. Perché Lei, Santità, lo sa bene: a Scalfari non interessa dialogare con il cattolicesimo e con i suoi fedeli ma con l’uomo Bergoglio, il potente capo della Chiesa Cattolica. Questo perché ovviamente ne trae tanti vantaggi, mediaticamente ed economicamente. Santità, le diciamo con franchezza che ci hanno fatto male alcune sue presunte affermazioni soprattutto sulla pedofilia. Parlare della pedofilia e dimenticarsi del suo predecessore (o se ne è dimenticato volutamente Scalfari?) è quanto mai incompatibile. Lei, Padre Santo, non deve usare nessun bastone perché il bastone è già stato usato da chi sedeva su quella Cattedra prima di Lei e ne ha riportato serie conseguenze. Lei non deve trovare nessuna soluzione al problema della mafia, al problema della pedofilia, al “problema” del celibato. Quello che mi ha dato tanto fastidio è sentire espressioni come “Io cambierò tutto…”, “Io troverò la soluzione…”, io, io, io. Lei, Santo Padre, è servo di ciò che gli dice Cristo e solo quello deve compiere; tutto il resto è frutto della soggettività umana.

    Un’altra cosa mi ha ferito: che per la seconda volta Lei (o chi collabora con Lei) è caduto nel tranello di Scalfari mandando in confusione ancora una volta quei cattolici che sono abituati a vedere il Papa come figura sicura che indica con certezza (e lo sottolineo) la strada della fede.

    Santo Padre, lei non è Paolo che deve predicare ai pagani, lei è Pietro che deve confermare la fede dei fratelli!

    E, mi perdoni, da queste ultime affermazioni io non mi sento assolutamente confermato nella fede ma si aggiungono ulteriori dubbi nella Chiesa in cui credo. Forse Lei non se ne accorge (perché nonostante vive a S. Marta, vive comunque isolato) ma qua fuori ci sono tanti cattolici che non sanno più a cosa credere. E quelli che prima erano in confusione, ora lo sono di più. Questo non è normale soprattutto quando Lei mi dice che gli fa problema un cattolico con delle certezze.

    Santità, posso confessarle una cosa?

    Molti cattolici hanno scelto il silenzio di fronte a queste ed altre sue affermazioni per evitare di andare contro il proprio Papa. Ma il dolore nel vedere tutta questa confusione è insopportabile e se si tace si sta come sotto la croce. Santità, non mi fraintenda, non sono tradizionalista, non lo sono mai stato e non lo vorrò mai essere. Sono solo un fedele che ama appassionatamente la propria Chiesa e il proprio Papa.

    Santità, posso dirle un’ultima cosa? “Rinnega te stesso”, smetta di essere l’impulsivo Bergoglio e indossi i panni di Pietro, colui che pasce e difende il popolo dai lupi.

    Detto questo la ringrazio per le sue illuminanti omelie, quelle che lei prepara per le grandi solennità e ricorrenze. Ogni volta che parla in queste occasioni, la ascolto sempre a bocca aperta.

    Queste parole le ho scritte di getto, forse senza pensarci troppo. Mi raccomando alle sue preghiere e le prometto filiale rispetto e obbedienza, qualsiasi cosa lei deciderà di fare per la Chiesa.

    Suo nel Signore,
    l’amministratore della pagina “Il Papa emerito Blog”

    © IL PAPA EMERITO BLOG

    (Fonte: ilpapaemerito.blogspot.it)

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    2 settimane fa