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Libertà religiosa, Vaticano II travisato

La Dichiarazione “Dignitatis humanae” è portata ad esempio da chi vuole dimostrare, da sponde opposte, che il Vaticano II è in rottura con la tradizione della Chiesa pre-conciliare. In realtà si tratta solo di applicazioni nuove per i princìpi di sempre.

di Stefano Fontana (18-06-2013)

La Dichiarazione conciliare Dignitatis humanae riguarda il tema della libertà di religione. Di per sé non è il documento più importante del Vaticano II, però è senz’altro quello che maggiormente è stato assunto a simbolo della presunta “svolta” attuata dal Concilio rispetto al passato. Coloro che interpretano il Concilio non in continuità ma come una svolta si rifanno sempre e principalmente alla Dignitatis humanae. Per questo motivo su questa Costituzione si cono concentrate le maggiori polemiche, che molto spesso impediscono, più che favorire, una corretta lettura del documento. Le opposte fazioni vi sovrappongono le proprie tesi preconcette e la Dignitatis humanae è spesso stata utilizzata come una bandiera o un terreno di lotta piuttosto che un autorevole documento da leggersi in continuità con la dottrina e la tradizione cattolica. Detta in altri termini: è il documento più “spinoso” del Vaticano II.

Pio IX si era sbagliato?

Ed in effetti, guardando solo alla lettera e facendone una lettura affrettata, sembra balzare agli occhi una notevole discontinuità con il passato. Il  diritto alla libertà religiosa era sempre stato negato dai Pontefici dell’Ottocento, perché sembrava contenere il “diritto all’errore”. Per proteggere i cittadini dall’errore, nell’Ottocento si assegnava allo Stato il dovere di difendere la vera religione nella forma dello Stato confessionale. La Dichiarazione Dignitatis humanae, invece, dice che «La persona umana ha diritto alla libertà religiosa. Tale libertà consiste in questo: che tutti gli uomini devono restare immuni da costrizione da parte sia dei singoli, sia dei gruppi sociali e di qualsiasi autorità umana, così che, in materia religiosa, entro certi limiti, nessuno sia forzato ad agire contro la propria coscienza» (n. 2). Ripeto: apparentemente qualcosa di molto diverso da quanto si poteva leggere nell’enciclica Mirari Vos di Gregorio XVI o nella Quanta Cura di Pio IX. 

Sotto a queste osservazioni c’è un grosso problema. Allora vuol dire che Gregorio XVI e Pio IX si erano sbagliati? Vuol dire che la Chiesa aveva negato i diritti umani? Ancor di più: vuol dire che dobbiamo vergognarci e condannare quanto la Chiesa ha detto e ha fatto prima del Vaticano II? Si tratta di domande importanti, perché è difficile credere in una Chiesa che “sbaglia”. Eppure queste idee sono circolate e circolano e così alimentano l’errata visione del Vaticano II come un “nuovo inizio” che rompe con il passato della Chiesa.

Benedetto XVI, nel discorso del 22 dicembre 2005 sulla interpretazione del Concilio, ha però condannato una visione del Vaticano II come “rottura”. Quindi vuol dire che la Dignitatis humanae ha detto delle cose in continuità anche con quanto affermato da Gregorio XI e Pio IX. Ma su questo tornerò tra breve.

Cosa dice la “Dignitatis humanae”

Tornando alla libertà di religione, vediamo cosa afferma di preciso la Dignitatis humanae. 

Prima di tutto afferma che la libertà di religione va protetta “entro certi limiti”. Quali sono questi limiti? Si tratta del rispetto della legge morale naturale, dell’ordine pubblico, della pubblica moralità, del bene comune della società. Se una religione permette al marito di stuprare la moglie, oppure se prevede la poligamia, che non rispetta la dignità della donna, oppure se prevede mutilazioni fisiche o alte cose di questo genere non può vantare, su questi punti, il diritto alla pubblica libertà né l’appoggio dei pubblici poteri. Già qui si vede che la libertà di religione non mette tutte le religioni sullo stesso piano. Punto, questo, su cui dovremo tornare in seguito.

In secondo luogo, la Dignitatis humanae afferma che il diritto alla libertà religiosa si fonda sul “dovere di cercare la verità” ed è per questo che le convinzioni religiose non possono essere imposte o  impedite con la forza. La verità, infatti, si impone solo in virtù di se stessa, accolta nella libertà. È proprio l’assunzione di quei doveri che fonda la rivendicazione del diritto alla libertà religiosa. Questo punto è molto importante perché ci dice che la libertà di religione come la intende la Chiesa è diversa dalla libertà di religione come la intende il mondo. La prima ha alle spalle dei doveri e non è quindi assoluta, la seconda invece è assoluta. Non si fonda su un presunto diritto soggettivistico all’autodeterminazione, ma si fonda sulla natura della persona umana. Non è una concessione alle voglie individuali, ma il riconoscimento di un dovere (quello di cercare la verità), che per esercitarsi richiede un corrispettivo diritto. 

In terzo luogo – e questo è il chiarimento più importante – la libertà di religione non nega che «l’unica vera Religione risieda nella Chiesa cattolica e apostolica” (n. 1) e «lascia intatta la dottrina tradizionale cattolica sul dovere morale degli uomini e delle società verso la vera religione e l’unica Chiesa di Cristo» (n. 1). Si tratta di due affermazioni della Dignitatis humanae su cui spesso si sorvola, ma che danno senso a tutto il resto.

L’indifferenza alla verità religiosa

Nel post Concilio molti pensano che una religione vale l’altra. La libertà di religione, qui, è intesa come la libertà di comperare questo o quel prodotto al supermercato, secondo i propri desideri. Ma questo sarebbe in contrasto con il dovere di cercare la verità che fonda il diritto alla libertà religiosa. Ne nasce piuttosto l’indifferenza alla verità religiosa. Ed infatti oggi la maggioranza ritiene che le religioni non siano né vere né false, ritiene che non abbiano legami con la verità. Una simile visione della libertà religiosa non è cristiana perché presuppone che anche il Cristianesimo sia privo di verità, una religione come le altre. Ne nasce il relativismo religioso che impedisce la missione e l’annuncio. C’è un’unica vera religione, quella cattolica, anche se semi di verità sono sparsi anche nelle altre religioni. La libertà di religione non può contraddire questo punto. Solo che la verità della religione cattolica non può essere imposta, ma, come ogni verità, deve essere liberamente accolta.

I doveri delle società verso la religione vera

Nei confronti della religione vera c’è però un dovere degli uomini e della società. Questo è un punto molto discusso. Il fatto che questo dovere debba essere liberamente assunto e non imposto non diminuisce la sua forza. Gli uomini e le società non possono essere indifferenti verso le religioni considerandole tutte uguali e, se usano bene le risorse della ragione e del buon senso, vedono la verità dell’una rispetto alle altre. Lo Stato confessionale proteggeva una religione specifica. In questo modo, però, non rispettava la libertà di religione che però proprio i cristiani, davanti all’Imperatore di Roma, avevano rivendicato. Il rifiuto dello Stato confessionale, prima che dalle correnti di pensiero moderne, deriva dalla testimonianza dei martiri cristiani. Ma questo non significa che la religione cattolica sia come tutte le altre, significa solo che la sua utilità per il bene pubblico deve emergere dalla sua verità liberamente accolta e non imposta.

Applicazioni nuove, non principi nuovi

Benedetto XVI, nel discorso del 22 dicembre 2005, non ha negato che nel Vaticano II siano emerse delle “discontinuità”. Ha precisato però che non si tratta di discontinuità come rottura, ma discontinuità apparenti o di fatto. Cosa significa? Le discontinuità come rottura mettono in crisi i principi, le discontinuità di fatto non mettono in questione i principi ma riformano le applicazioni, sempre però nella logica dello stesso principio. Il principio della verità della fede cattolica e della sua utilità per il bene pubblico rimane. Nell’Ottocento si applicava questo principio con la formula dello Stato confessionale. In questo modo però non si rispettava la libertà di religione come era stata rivendicata per primi dai martiri cristiani all’epoca delle persecuzioni dell’Imperatore romano. Allora era stata proprio la religione cristiana a rivendicare la libertà di religione, dimostrandosi, anche in questo, religione vera. Nessun’altra religione lo aveva fatto. Oggi questo non solo non è più possibile ma non è nemmeno più opportuno. Oggi il principio della verità della fede cattolica e della sua utilità per il bene pubblico lo si fa tramite la diffusione e la realizzazione della Dottrina sociale della Chiesa e mediante una presenza non qualunquista dei fedeli laici sulla scena pubblica. Con ciò né la verità della fede cattolica né la sua utilità - e addirittura indispensabilità - per la vita pubblica risultano diminuite.

Fonte: lanuovabq.it

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  • 22 ore fa
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de paupertate Ecclesiae

cristianesimocattolico:

Uno dei grandi temi del pontificato di papa Francesco è la riscoperta di una categoria “conciliare” che in qualche modo sembrava essere messa da parte o poco considerata: la povertà della Chiesa… […] con uno slogan che il Papa ha usato nell’incontro con i giornalisti all’indomani della sua elezione:

una Chiesa povera e per i poveri…

l’ubriacatura mediale – perfino di insigni testate cattoliche – che ha preso il mondo dell’informazione con il nuovo pontefice (e sarebbe bello analizzare la creazione del personaggio a partire dal gesto di rinuncia di Benedetto XVI, attraverso la presentazione dei cardinali orchi e il prodigio, quasi miracolistico, dell’elezione del Papa poverello ed umile con relativa agiografia seguente) questa ubriacatura sembra aver trovato in papa Bergoglio una sorta di materializzazione di un immaginario ecclesiastico/religioso che “finalmente” porti la Chiesa alla primeva stagione dei tempi apostolici quando Gesù non aveva una papamobile e san Pietro non aveva una banca (dicunt ipsum Franciscum dixisse)…

lasciatemi, allora, contrariamente – o forse paradossalmente fedele – al tono degli articoli di queste pagine, fare qualche riflessione a voce alta su questo tema della Chiesa povera e per i poveri…

nell’immaginario di cui sopra questa povertà è lo spogliamento della Chiesa di tutte le sue (sovra??)strutture: banche, stato vaticano, mezzi, assetto gerarchico… un ritorno al punto zero… una Chiesa stracciona e miserimma! lascio ad altri più capaci di me dimostrare come questa sia una vera e propria “eresia”…

quanto ai poveri, poi, e cioè tutti quei diseredati sono, anche qui, descritti in un immaginario ormai comunissimo, come poveribambiniaffamatidell’africa, poverigayperseguitati, poveridivorziatiescludidallacomunione, prostituteepubblicanichevipasserannoavanti, donneprivatedeldirittodiabortire, donnevittimedifemminicidio, caniabbandonati ecc.ecc.

una Chiesa che, privata di tutto, si perda in questo mondo di persone abiette e rigettate dai cattivi del mondo…

io penso che il Papa – che oltre ad essere persona di fede è anche intelligente – abbia in mente ben altro quando parla sia di Chiesa povera e sia quando parla di poveri, ma non è questo il punto…

il punto è: chi può desiderare una Chiesa così? quale reale credente può davvero voler vedere la Chiesa defraudata e, quindi, costretta a essere serva di ogni potere forte che la sostenga e le dica quali sono i poveri tra cui perdersi?

non è questo, piuttosto, un sogno erotico del diavolo? vedere finalmente la Chiesa di Cristo mendicare non il Pane del cielo, ma la benevolenza di qualche potente regnante per poter vivere ed esistere, per avere un qualche diritto di cittadinanza tra gli uomini…

Chiesa povera, in tale accezione (che potremmo dire blasfema), è chiesa asservibile e strumentalizzabile ai propri desideri: una vera e propria manna del “nemico dell’umana natura”

checché se ne voglia dire lo IOR, o qualunque cosa del genere, assicura alla Chiesa di essere libera dalla dipendenza finanziaria da qualunque altro potentato; una struttura forte di gestione mondiale le assicura un ruolo significativo lì dove si parla dei destini dei popoli (e dei poveri, quelli veri); essere uno Stato sovrano le assicura di poter non doversi ingraziare questo o quel potente… una Chiesa povera è una Chiesa che vive tutto questo con libertà e con franchezza evangelica e che può servire i poveri – quelli veri – dando loro la voce che altri non gli danno, la dignità che è stata loro tolta…

chi oggi offre una voce ai bambini privati della vita nel grembo delle madri che vogliono o sono costrette ad abortire? chi narra dei popoli che vivono situazioni permanenti di conflitto e di guerra aperta? chi è accanto a intere popolazioni private di dignità e di risorse umane? chi fa questo oggi se non la Chiesa… non perché è “povera”, ma perché ha quei mezzi – quelli sì minimi e poveri rispetto a quelli che hanno i grandi potenti del mondo! – che le permettono di essere come un albero dove molti possono ripararsi… la povertà che la Chiesa sogna non è quella disumana e schiavizzante del diavolo, ma quella di una libertà totale dalla corruzione generata dal peccato dei suoi membri che le permette di rispondere alla sua missione… è la povertà che le permette di usare dei beni di questa terra nella prospettiva del Regno dei cieli… perfino una banca, un carcere, un tribunale, una rete diplomatica e altre strutture di potere

d’altra parte povertà non fa rima con miseria, ma piuttosto con libertà

e poveri non è una categoria sociologica, ma teologale (sicut Franciscus Pater Patrum docet): la “carne di Cristo” nella storia… una categoria non individuabile se non con lo sguardo della fede

e, a me, pare che questo sia anche quello che abbiano sempre desiderato i Papi, almeno da Pio IX in poi…

Chiesa povera e per i poveri è, allora, una Chiesa che è talmente libera da poter parlare senza dover tacere ed è talmente evangelica da servire i poveri veri, quelli di cui nessuno riesce a parlare…

una Chiesa finalmente non appesantita da legami ideologici o di altro genere, ma capace di donare all’umanità di oggi il Vangelo… che - ipse Evangelium dixit - è il vero tesoro che i poveri di ogni epoca attendono

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  • 1 giorno fa > cristianesimocattolico
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I discorsi da pastore e non da teologo di papa Francesco

[…] Ma io non metto in questione il Papa, bensì eventuali suoi gesti o espressioni oggettivamente opinabili. E vado avanti sereno. Pieno di amore per il Papa, ma anche per la mia coscienza (come ripetuto a suo tempo da Benedetto XVI). Senza irrigidirmi, e sapendo che il nostro rapporto di filiale devozione al Principe bianco vive di una continua circolarità tra obbedienza e critica, una circolarità fruttuosa di cui l’obbedienza rappresenta gli estremi, mentre la critica ne incentiva l’evoluzione. La critica di oggi la formulo nel modo più costruttivo possibile. Non si intende accusare il Papa, ma fornire una chiave di lettura indicativa ai suoi discorsi, specialmente ai suoi discorsi in pastoralese-spinto a Santa Marta. […] Che dunque? Opporremo un Papa all’altro? Selezioneremo i discorsi che ci piacciono, facendo spallucce ai restanti? No. Ma non berremo neppure acriticamente qualsiasi frase, ponendola ingenuamente allo stesso livello di qualsivoglia intervento magisteriale. Mi pare plausibile assumere il seguente criterio, posto il quale la nostra devozione al pontefice potrà esprimersi nel modo più genuino e maturo e possibile: Benedetto XVI è stato il Papa teologo. […] Francesco è un Papa pastore. […]

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  • 1 giorno fa
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La loquela del papa in Santa Marta. Perplessità e problemi.

“Eccoci ad un punto grave: i mezzi di propaganda generalmente non diffondono idee; iniettano solo e con persistenza stati d’animo. Gli stati d’animo entrano in tutti e non hanno bisogno di cultura per forzare la porta. Ma quando sono entrati fermentano, si riesprimono a poco a poco in idee subcoscienti… Quelle idee sono tali da dare una fisionomia al proprio orientamento mentale e ad indicare ad un uomo dove si debba inquadrare come metodo di vita e criterio di azione. La tecnica dello stato d’animo oggi governa il mondo e francamente non so cosa pensare di un mondo che è arrivato al punto di farsi governare soprattutto dalla tecnica dello stato d’animo” (Non per noi Signore Lettere pastorali, Editore Stringa, Genova 1971, vol. I, pag. 241).

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  • 1 giorno fa
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Brunero Gherardini. L'antropocentrismo della Dichiarazione Dignitatis Humanae

Come già ricordato nel thread precedente, l’equivoco antropocentrico trova per Mons. Brunero Gherardini le sue radici nella dichiarazione conciliare sulla libertà religiosa (Dignitatis humanae), nella dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane (Nostra aetate) e nel decreto sul dialogo ecumenico (Unitatis redintegratio). L’antropocentrismo ha contaminato tutta la cultura moderna e il pensiero maggioritario conciliare, e nulla «nel modernismo e nella sua assatanata reviviscenza neomodernista è risparmiato del tesoro di verità ricevute e trasmesse», ovvero la Sacra Scrittura, i dogmi, la Liturgia, la morale. Oggi quel tarlo modernista che erodeva dal di dentro è emerso con spavalderia, ma l’aula conciliare ne fu già testimone quando si trattarono tematiche nodali, che si distanziavano, nella loro elaborazione, dalla Tradizione. (la numerazione delle note è su questo brano, non segue quella del libro: Il Vaticano II alle radici d’un equivoco, Lindau, pp. 410, € 26.00, pp.195-204). Abbiamo già pubblicato uno studio su Nostra Aetate tratto da Divinitas e quello sull’antropocentrismo della Gaudium et Spes, pure tratto dal volume citato.

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L'Incarnazione del Verbo e "la carne" dei poveri

Riprendo le parole del Papa sull’Incarnazione, perché penso sia importante fare chiarezza ed esplicitare quel che magari per lui è implicito ma, rimanendo tale, rischia di essere frainteso da coloro che non hanno una pre-comprensione ed una formazione cattolica. Forse qualcuno dovrà dirgli di non dare per scontate troppe cose, poiché il suo è un insegnamento di portata “universale”, non solo per le persone a cui si rivolge, che vanno oltre la ristretta cerchia del contesto e del momento per effetto dell’enfasi mediatica, ma soprattutto per il contenuto che non può offrire brandelli di verità e cristianesimo in pillole, ma deve sviluppare e spiegare ogni discorso, come faceva ‘sapientemente’ e insuperabilmente papa Benedetto e come hanno sempre fatto tutti i papi.

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  • 1 giorno fa
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Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca.
Apocalisse di San Giovanni (3,15-16)
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  • 2 giorni fa > cristianesimocattolico
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Vita e famiglia, il “tradimento” dei cattolici

Alla Giornata per l’Evangelium Vitae, il cardinale Burke denuncia la lobby multimiliardaria che promuove contraccezione e aborto, ma soprattutto la confusione dottrinale che regna tra i cattolici a proposito di aborto, contraccezione, eutanasia e unioni omosessuali. C’è però anche tra i “buoni” una sorta di rassegnazione alla vittoria del male, anche questa non cristiana.

di Massimo Introvigne (16-06-2013)

Sabato 15 giugno si sono aperte a Roma le manifestazioni per la «Giornata dell’Evangelium Vitae». In attesa della Messa del Papa di domenica, la giornata di sabato ha offerto numerosi momenti di preghiera e di penitenza - perché per i peccati contro la vita occorre anzitutto fare penitenza -, una catechesi in italiano del cardinale Camillo Ruini e un convegno in lingua inglese alla Pontificia Università Urbaniana aperto dal cardinale americano Raymond Leo Burke.

Personalmente ho seguito il convegno dell’Urbaniana, e della bella relazione del cardinale Burke ho apprezzato soprattutto un passaggio, del resto consonante con quanto ha detto anche il cardinale Ruini. Burke ha denunciato la lobby multi-miliardaria che con una potenza di fuoco inaudita conduce la sua battaglia per la «cultura anticoncezionale», per l’aborto e contro la famiglia. Non ha nominato esplicitamente Bill e Melinda Gates, che di questa battaglia contro la vita sono oggi i primi finanziatori, ma è come se l’avesse fatto. È vero: è grazie a questo immenso fluire di soldi che la propaganda anticoncezionale, abortista e omosessualista ci martella tutti i giorni, anche tramite i film, la televisione, e romanzi come «Inferno» di Dan Brown, che è un manifesto per il controllo delle nascite con tutti i mezzi.

Ma il cardinale Burke è andato oltre, chiedendosi: perché queste campagne hanno successo? Dopo tutto, per quanto denaro si spenda, si tratta di vendere la morte, il che non dovrebbe poi essere così facile. Citando il beato Giovanni Paolo II (1920-2005), il porporato americano ha suggerito che la cultura della morte vince non solo per l’aggressività dei nemici della verità naturale e cristiana ma anche per la confusione dottrinale che regna tra le fila dei cattolici. «La nuova Bussola Quotidiana» documenta questa confusione tutti i giorni. Il cardinale ha ragione: ci sono tanti cattolici - compreso qualche vescovo - che tradiscono il Catechismo e il Magistero con sconcertanti aperture su anticoncezionali, aborto, eutanasia e unioni omosessuali. E ha fatto molto bene Burke ha ricordare come tutto è cominciato nel 1968 con la contestazione di tanti teologi contro l’enciclica «Humanae vitae» del servo di Dio Paolo VI (1897-1978). Quella degli anticoncezionali, ha detto Burke, non è una questione secondaria: il cattolico che cede sugli anticoncezionali è già pronto a cedere su tutto il resto.

Appena accennato nel discorso di Burke è un secondo punto, che a me sembra decisivo. La cultura della morte vince non solo perché un certo numero di cattolici tradisce la verità sul terreno della morale. Vince perché milioni di cattolici, che sul piano dottrinale si dicono fedeli al Catechismo, sul piano della teologia e della visione della storia, quindi sul piano psicologico, sono stati fatti prigionieri dalla dittatura del relativismo. Il problema, su cui dobbiamo molto riflettere, è che tantissimi cattolici accettano, silenziosamente, la tesi della  presunta «irreversibilità» delle «conquiste» rivoluzionarie. Pensano che «non si possa più tornare indietro» perché certi processi sono irreversibili. Questa idea della irreversibilità ha convinto non solo teologi e vescovi progressisti ma anche tanti conservatori, tanti dirigenti cattolici e sacerdoti che non negano le verità morali del Catechismo.

Si sono convinti che la storia avanzi in modo lineare, che la rivoluzione contro la castità, l’aborto, il matrimonio omosessuale, l’eutanasia – domani l’«aborto post-natale» cioè l’infanticidio, l’assassinio dopo la nascita dei bambini malati e indesiderati, la prossima frontiera della cultura della morte, della cui sinistra avanzata ha fatto stato all’Urbaniana il filosofo Francis Beckwith – sia il risultato di processi «irreversibili». Si pensa che il treno sia partito e avanzi in modo lineare. Al massimo – com’è accaduto negli anni scorsi in Italia sul tema delle unioni omosessuali – il treno può essere fermato in stazione per un po’, ma poi inesorabilmente riprende la sua marcia. 

Anche molti «buoni» che si oppongono al matrimonio omosessuale e ad altri frutti della cultura della morte sono convinti di stare combattendo una battaglia di retroguardia, di battersi per onore di firma, ma senza possibilità di vincere, perché il «senso della storia» è un altro. Tutti sono – in una certa misura, tutti siamo – vittima del mito del progresso e dell’idea illuminista della storia lineare, i quali sono pilastri della visione del mondo relativista per cui la verità non è mai assoluta ma è sempre figlia del tempo. O ci liberiamo di questa superstizione, che la dittatura del relativismo ci martella nella testa e nel cuore tutti i giorni dell’anno, o la battaglia per la vita e la famiglia è già finita, l’abbiamo già persa e arriveranno dovunque i matrimoni omosessuali, l’eutanasia  e alla fine anche l’«aborto post-natale».

Dobbiamo denunciare il fatto che quali elementi costituiscano il «progresso» non è di per sé evidente ed è deciso dai poteri forti, che poi impongono le loro decisioni a tutti. Rimontare sull’idea dei processi «irreversibili» è difficile, perché le battaglie perse si sono accumulate. Eppure la storia non ha nessun senso umano predeterminato e necessario, le battaglie le vincono e le perdono gli uomini, e per il cristiano nessuna vittoria del male è «irreversibile». Anche il nazismo e il comunismo sovietico sembravano invincibili e «irreversibili» ma sono caduti. 

Ultimamente, credere che il male sia irreversibile e invincibile è parte di quella disperazione storica che, come ci insegna quasi tutti i giorni Papa Francesco, viene dal diavolo. Ma anche il diavolo non è invincibile, anzi è già sconfitto dal Signore Gesù. Di più: a rigore non esiste nessun senso della storia al di fuori della vittoria del Signore sul male, sulla morte e sul diavolo. Partecipare a questo unico vero senso della storia, a questa vittoria antica e sempre nuova del Signore, richiede però che ci liberiamo dalla superstizione del mito del progresso: una liberazione che possiamo conquistare solo nello studio, nella meditazione e nella preghiera.

Fonte: lanuovabussolaquotidiana.it

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  • 2 giorni fa
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L’errore del moderatismo cattolico

Il successo, purtroppo, dà alla testa. Distrae. Inganna. Illude della scomparsa delle ostilità, esponendo chi è una posizione di forza al rischio di improvvisi e violenti contropiedi. Esattamente quel che ora, in Italia, sta accadendo ai danni di quello che siamo soliti definire il mondo cattolico. Vediamo di capirne le ragioni riepilogando brevemente qual è il “successo” che, ahinoi, pare aver dato alla testa a parte della chiesa italiana. Trattasi di un “successo” di natura politica, determinato sostanzialmente da due eventi: l’affondamento, nel 2005, del referendum abrogativo della legge 40 sulla fecondazione assistita, e l’oceanica partecipazione, nel 2007, al Family Day. Due eventi che, dopo una lunga sonnolenza, avevano riportato sul ring un cattolicesimo fiero, coerente e gioioso da non pochi dato per spacciato.

Ebbene, il successo di questi eventi – un referendum affondato nonostante la pugnace promozione dei mass media, e la moltitudine di famiglie in piazza – è stato indubbio e superiore alle più rosee aspettative. Molto superiore. Così superiore che ha spinto i cattolici reduci da quei traguardi dentro una forma di autoipnosi e di moderatismo. L’abbassamento della guardia è stato progressivo: non più manifestazioni di piazza, scarso pressing sulla politica, vigilanza sempre più fiacca – eccettuata l’attività di pochi – sul versante bioetico fino ad una pressoché totale irrilevanza sulla scena pubblica. Morale: il fronte del laicismo militante, nel frattempo, si è ampiamente riorganizzato. E su più versanti.

Il punto di svolta è coinciso con la morte di Eluana Englaro, avvenuta nel 2009. Un acceso dibattito su stampa e televisione ed un decreto-legge varato all’unanimità dal Consiglio dei Ministri presieduto da un convinto Silvio Berlusconi non sono bastati - complici certa politica e ancor più certa magistratura - a risparmiare alla società italiana ed in particolare al ritrovato mondo cattolico una sonora batosta che lo ha letteralmente tramortito. Da allora, infatti, quel gigante buono che aveva sotterrato un minaccioso referendum per poi, poco dopo, inondare la piazza nel nome della famiglia fondata sul matrimonio, non si è più ripreso. Scarso coordinamento, divisioni interne, poco coraggio: le ipotesi, qui, sono molte.

Sta di fatto ora il laicismo appare rafforzato – e di molto –, con unghie ficcate ormai in tutti i partiti, compreso quel centrodestra che pareva esserne impermeabile o quasi. Gli esiti del moderatismo cattolico, i cui primi vagiti risalgono al 2007, sono sotto gli occhi di tutti e vedono non più singoli parlamentari ma ministri della repubblica in ossequiante genuflessione dinnanzi alle istanze del mondo gay e del mondo radicale, impegnati rispettivamente per nozze omosessuali e per eutanasia e suicidio assistito. Certo, qualche reazione cattolica al contrattacco laicista c’è stata – pensiamo ai 40.000 partecipanti alla Marcia per la Vita e alle oltre 500.000 firme già raccolte dal Movimento per la Vita per la petizione pro-life “Uno di noi” – ma il contesto, nel suo insieme, è purtroppo assai incerto.

Molti politici che fino a ieri aborrivano le unioni di fatto perché ostili alla famiglia ora cavillano – non è chiaro se simulando o credendoci davvero – circa la presunta differenza fra unioni civili e nozze gay, come se le prime non conducessero alle seconde e dunque alle adozioni per le coppie omosessuali. La stessa Chiesa italiana, che pure non ha mai smesso di proclamare con coerenza le proprie posizioni, sembra aver messo da parte, almeno per ora, progetti di nuove mobilitazioni. E’ come se, tutto ad un tratto, i cattolici – in politica e non – avessero iniziato a vivere al rallentatore, scontando una pericolosa incapacità di reazione. Una sorta di resa non dichiarata ma fattuale, minimizzata a parole ma tragicamente confermata dai fatti.

Questo ha consentito ai nemici della famiglia e della Chiesa di accelerare le proprie mosse, ponendo le basi per superare quella da loro sempre ritenuta un’infelice “eccezione italiana”. Si spiega così perché ora la politica s’appresti, snobbando in toto le politiche familiari, a legiferare su unioni civili e omofobia senza temere l’elettorato cattolico: chi mai potrebbe temere qualcuno che, anestetizzato da eccessiva prudenza, tarda a farsi sentire? Il virus del moderatismo, insomma, ha tenuto a letto troppo a lungo il gigante cattolico. Ora è tempo di rimediare all’errore, di rialzarlo, di far capire – sempre nel rispetto di tutti e rifuggendo da qualsivoglia estremismo - che quel letto dove ha riposato fino a poco fa era un letto, appunto, e non una bara.

Perché la difesa della vita e la tutela della famiglia sono battaglie troppo importanti – e troppo laiche – per essere lasciate all’indifferenza o nella stretta di qualche bavaglio “antiomofobo”. E pensando alle dichiarazioni di Papa Francesco – che in questi giorni pare abbia denunciato una lobby gay intestina nientemeno che al Vaticano –, c’è da augurarsi arrivi presto il giorno in cui qualche politico di spicco, in luogo delle ormai datate denunce contro “l’ingerenza delle gerarchie ecclesiastiche”, inizi a parlare con preoccupazione della presenza di una lobby cattolica. Più di qualcuno inizierà a tremare ma quel giorno, per il cattolicesimo ma anche per l’Italia, sarà un bel giorno.

Fonte: giulianoguzzo.wordpress.com

    • #moderatismo cattolico
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  • 3 giorni fa
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Pelagio, correnti gnostiche e vaticanisti

di Luisella Scrosati (14/06/2013)

C’è un giochetto che da un po’ di tempo sta prendendo piede: quello di “spifferare” a mezzo mondo quanto il Papa avrebbe detto (il condizionale è d’obbligo) in incontri privati.

La cosa dev’essere poi particolarmente agevole, dal momento che lo stile preferito di Papa Francesco è quello di parlare a braccio: dunque impossibile confermare o smentire, in mancanza di registrazioni. E questa incertezza è il terreno preferito in cui germinano le stupidaggini più incredibili. Ci sarebbe semplicemente da ridere a leggere certi giri mentali: da un sorriso del Papa alcuni deducono il nuovo stile del Concilio; dall’abbraccio che il Papa dona ai bambini se ne ricaverebbe un nuovo volto misericordioso della Chiesa… Che è come lasciar sottinteso che invece Benedetto XVI e i suoi predecessori (eccetto ovviamente Giovanni XXIII, il papa “buono” per antonomasia) sorridessero solo su minaccia di qualcuno che aveva capito lo stile del Concilio, oppure che fossero soliti dare schiaffoni ai bambini!

Ormai ogni gesto, parola o starnuto del Papa, o comunque a lui attribuito, è un gesto profetico o – perché no?- un vero e proprio atto di Magistero, dal momento che Vescovi, sacerdoti e giornalisti ne traggono materiale per fare predicozzi, per bacchettare qualcuno poco “conciliare”, per indicare la nuova strada che la Chiesa percorre per aprirsi al mondo, e via delirando.

In questo contesto si situano le presunte parole che il Papa avrebbe pronunciato incontrando, i rappresentanti della Confederazione Latinoamericana di Religiosi (CLAR). Il portale del pensiero liberatore latinoamericano (così si autodefinisce) Reflexión y Liberación, oltre ad attribuire al Papa la denuncia di lobby gay presenti in Vaticano, riporta un altro passaggio di questa conversazione, nella quale il Papa avrebbe confidato ai religiosi presenti due sue preoccupazioni, la prima delle quali riguarderebbe una corrente pelagiana nella Chiesa:

«Ci sono certi gruppi restaurazionisti. Io ne conosco alcuni; mi spettò di riceverli a Buenos Aires. Ci si sente come se si andasse indietro di 60 anni! Prima del Concilio… Ci si sente nel 1940… Un aneddoto, solo per illustrare questo fatto, non per ridere, io l’ho preso con rispetto, però mi preoccupa; quando mi hanno eletto, ho ricevuto una lettera di uno di questi gruppi, e mi dicevano: “Santità, le offriamo un tesoro spirituale: 3525 rosari”. Perché non mi hanno detto: preghiamo per lei, chiediamo… Questi gruppi si rifanno a pratiche e discipline che ho vissuto – voi no, perché nessuno di voi è anziano – a discipline, a cose che in quel momento si facevano, ma non adesso, oggi non esistono…».

Ora, buon senso vorrebbe che di fronte a presunte dichiarazioni attribuite al Papa, da parte di un sito che non nasconde di essere progressista, il quale a sua volta ha ricevuto non si sa come questo testo, che non è un originale, ma una ricostruzione a posteriori di quello che il Papa avrebbe detto durante questo incontro, insomma dichiarazioni poco attendibili, si serbasse un intelligente silenzio.

Invece no. Qualche tradizionalista “spara” irritato contro il Papa e il vaticanista Tornielli risponde con un articolo che sinceramente lascia un po’ sconcertati. Stando al vaticanista, qualche “censore sedicente ratzingeriano” avrebbe reagito piuttosto duramente a queste affermazioni, mettendo in luce una sorta di opposizione tra Papa Francesco e Benedetto XVI.

Si sa che Tornielli non ha grande simpatia per gli ambienti tradizionalisti, e fin qui non ci sono problemi: non è obbligatorio simpatizzare per nessuno. Però Tornielli, colpito dalla sindrome del sassolino nella scarpa, scrive: «L’accenno al mondo tradizionalista ha subito provocato la reazione indignata di qualche censore sedicente ratzingeriano, che ha immediatamente notato sul web la discontinuità con Benedetto XVI. I censori però sono in errore…». A questo punto Tornielli cita un testo dell’allora Cardinale Ratzinger che c’entra come i cavoli a merenda con quello che è stato attribuito a Papa Francesco. Lo riportiamo: «L’altra faccia dello stesso vizio è il pelagianesimo dei pii. Essi non vogliono avere nessun perdono e in genere nessun vero dono di Dio. Essi vogliono essere in ordine: non perdono ma giusta ricompensa. Vorrebbero non speranza ma sicurezza. Con un duro rigorismo di esercizi religiosi, con preghiere e azioni, essi vogliono procurarsi un diritto alla beatitudine. Manca loro l’umiltà essenziale per ogni amore, l’umiltà di ricevere doni a di là del nostro agire e meritare. La negazione della speranza a favore della sicurezza davanti a cui ora ci troviamo si fonda sull’incapacità di vivere la tensione verso ciò che deve venire e abbandonarsi alla bontà di Dio. Così questo pelagianesimo è un’apostasia dall’amore e dalla speranza, ma in profondità anche dalla fede».

Forse Tornielli è stato tratto in inganno dal fatto che sia Papa Francesco che il Cardinal Ratzinger hanno usato il termine “pelagianesimo”, ma è evidente che la riflessione di Ratzinger non c’entra niente con quanto attribuito a Papa Bergoglio.

Ratzinger ha parlato dell’atteggiamento interiore di chi pretende un “diritto alla beatitudine”, confidando non più nella misericordia di Dio, ma nelle proprie opere. Interessante che tra le opere del pio pelagiano, Ratzinger elenchi esercizi religiosi, preghiere e azioni, come a dire che il pelagiano rovina tutto quello che fa, perché in lui manca l’atteggiamento fondamentale di umiltà. Il pelagianesimo è una vera piaga, ma – si direbbe oggi – trasversale, che non riguarda un solo “partito ecclesiale”. Chiunque può incappare in questo problema: si può pretendere un diritto alla salvezza attraverso l’esecuzione di preghiere, pratiche di penitenza, opere di carità. Si possono esibire a Dio i propri “meriti” ascetici, mistici, caritatevoli. Persino l’andare verso i poveri, giustamente tanto raccomandato da Papa Francesco, non è esente da questo rischio: si può cadere nel pericolo di ritenersi a posto perché si fa un po’ di bene, perché si aiuta qualcuno, o persino perché si dedica l’intera esistenza a servizio dei bisognosi, ma alla fine si dimentica che, parafrasando il Vangelo, siamo servi inutili: abbiamo fatto semplicemente quello che dovevamo e non per questo possiamo ritenerci “a posto” con Dio.

Le parole attribuite a papa Bergoglio bollano delle pratiche religiose, che di per sé sono sacrosante, con un pressapochismo incredibile (per questo, in mancanza delle parole precise di tutta la conversazione, è meglio tacere anziché arrampicarsi sui vetri, per provare un’ermeneutica della continuità su ogni parola che esce dalla bocca del Papa): quelle parole mettono in un bel calderone il pre-concilio, bollandolo di essere tout court pelagiano. Anzi, rilanciano precisamente l’ermeneutica della rottura, contrapponendo un “prima del Concilio”, come qualcosa di vecchio e logoro, con un post- Concilio, come l’unica cosa di cui tener conto. Dire che un certo gruppo “restaurazionista” è l’emblema di questa mentalità pelagiana, solo per il fatto che sarebbe rimasto fermo a sessant’anni fa, a prima del Concilio, solo per una pratica di devozione che ha la “colpa” di aver contato i Rosari pregati, significa lasciar passare l’idea che prima del Concilio erano quasi tutti pelagiani. Inoltre le parole riportate da Reflexión y Liberación stigmatizzano una pratica che è sempre stata incoraggiata nella Chiesa e che non è mai venuta meno.

Mi riferisco a tutte quelle belle iniziative di pietà che vanno sotto il nome di bouqet spirituali, crociate eucaristiche, crociate del Rosario, tesori spirituali, etc., iniziative non raramente partite da santi ed incoraggiate da Vescovi. Mi viene in mente, per esempio, il beato don Edoardo Poppe, che diffuse la Crociata eucaristica dei ragazzi, fortemente incoraggiata dal Card. Mercier e da lui additata come esempio da seguire in tutte le parrocchie. Ora questa Crociata aveva come componente imprescindibile il Tesoro spirituale; i ragazzi dovevano cioè scrivere quante comunioni spirituali avevano fatto, quanti momenti di silenzio, quante Comunioni sacramentali, quante preghiere, e così via. Dovevano scriverlo dentro apposite caselle, dovevano cioè “tenere la contabilità” e poi spedirle al Cappellano. Che cos’era: un’educazione al pelagianesimo?

Questa pratica continua anche oggi da diverse parti, con notevoli frutti spirituali. Aderiscono volentieri ad iniziative di maldefinita “contabilità spirituale” molte persone semplici, lontane da appartenenze di destra o di sinistra ecclesiastica, che rispondono semplicemente ad appelli di preghiera per implorare dal Buon Dio grazie per la Chiesa, per la nazione, per evitare disgrazie, e via di seguito. Cosa c’è di pelagiano in tutto questo? Perché tutto questo oggi non dovrebbe più esistere? In quale testo in Concilio Vaticano II avrebbe proibito queste pratiche di pietà?

Altra domande: possibile che qualunque cosa dica o si presume che dica il Papa dev’essere accolta insindacabilmente, come se debba divenire la norma di tutta la Chiesa? Ammettiamo che il Papa abbia effettivamente detto quelle cose; ebbene, dei quattro gradi magisteriali, ai quali corrisponde un diverso grado di assenso, quale occuperebbe un discorso privato a braccio del Papa? Grazie a Dio, la Chiesa concede di poter dissentire, pur con tutto il rispetto e la deferenza dovuta all’autorità che le pronuncia, dalle opinioni private dei Papi. Perché allora prendersi la briga di dover ostentare la continuità in ogni cosa?

Ultima annotazione. Tornielli scrive: «Molto interessante è anche la seconda delle preoccupazioni espresse da Francesco, che sembra richiamare pronunciamenti della Congregazione per la dottrina della fede contro filosofie e correnti di pensiero che finiscono per “svuotare” l’incarnazione». Il riferimento è al secondo pericolo citato nel discorso, quello cioè della corrente gnostica. Bene. Se Tornielli vede in ciò un aggancio con gli interventi della CdF su questo aspetto, e dunque per l’ennesima volta la prova della continuità di Papa Francesco con il Magistero che lo precede, allora bisognerebbe anche capire come conciliare questo richiamo con un’espressione, riportata sempre da Reflexión y Liberación, che invece invita sostanzialmente a fare spallucce, di fronte ai richiami della CdF: «Aprite le porte, aprite le porte… Faranno errori, combineranno un guaio: passerà! Forse vi arriverà anche una lettera della Congregazione della Dottrina della Fede, dicendovi che avete detto tale cosa o tal’altra… Ma non preoccupatevi. Spiegate quello che dovete spiegare, ma andate avanti…».

Buon lavoro al vaticanista.

Fonte: libertaepersona.org

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