1. Dalla nouvelle theologie alla nuova morale della situazione

    Con la “nuova morale” non è più la legge a gettare una luce su ciò che si deve o no fare, ma è la situazione dell’individuo a “dettar legge”.

    7 agosto 2014

    Il modernismo classico teoretico

    [Ernesto Buonaiuti (Roma, 25 giugno 1881 – Roma, 20 aprile 1946), esponente di primo piano del modernismo italiano.]

    San Pio X condannando il modernismo lo qualifica come “il collettore di tutte le eresie/omnium hereseon collectaneum” (Pascendi, 1907) in quanto cerca di conciliare il soggettivismo della filosofia moderna con la religione cattolica, erodendola dal di dentro come un tarlo, di modo che di essa resti solo il nome e l’apparenza, ma scompaia la sostanza e la realtà ed infine perisca totalmente (si fieri potest). Papa Sarto spiega che il soggettivismo moderno è applicato dai modernisti a tutti i rami della religione cattolica: a partire dalla filosofia scolastica e dalla teologia dogmatica (teoria), sino alla morale, all’esegesi filologica, alla storia ecclesiastica e al diritto canonico (pratica). Il modernismo, per poter restare dentro la Chiesa e cambiarla sotterraneamente, non ha voluto presentarsi esplicitamente come un sistema teologico ben definito[1], dato il suo carattere segreto (“foedus clandestinum / setta segreta”, S. Pio X, Sacrorum Antistitum, 1910) e il suo orrore per le definizioni, per la logica e la speculazione razionale, la filosofia e la teologia scolastica. Padre Fabro[2] insegna che la pericolosità del modernismo consiste nella sua non facile definibilità, che vuol schivare ogni qualificazione determinata e precisa, sia in filosofia che in teologia, onde si mantiene sul vago, sul “mitico” o poetico ed arriva a conclusioni pratiche totalmente difformi dall’etica oggettiva, naturale e divina. Il modernismo di fatto non è e non vuol essere una dottrina sistematica, ma è piuttosto una forma di sentimentalismo religioso[3], che diffonde l’errore dell’agnosticismo e dello scetticismo relativista ovunque, in maniera confusa, indefinita, per meglio evitare di essere scoperto e condannato e per ingannare i semplici fedeli, che inorridirebbero davanti all’errore esplicito e chiaramente palese. Nonostante ciò, l’errore modernistico fu ben individuato da San Pio X (Lamentabili e Pascendi, 1907; Sacrorum antistitum, 1910).

    Il neomodernismo speculativo

    L’errore modernistico venne poi ricondannato da Pio XII come neo-modernismo o “nuova teologia” nell’Enciclica Humani generis (12 agosto 1950). Questi Documenti magisteriali mettevano in luce soprattutto gli errori inizialmente teoretici (filosofici e dogmatici) del modernismo e neomodernismo, dai quali derivavano delle conclusioni pratiche ed etiche (“agere sequitur esse”) gravissimamente erronee (“parvus error in principio, fit magnus in fine”). Infatti non vi è stato campo (anche pratico e non solo teoretico) delle scienze religiose che non sia stato avvelenato dai modernisti a partire dalla metafisica e dalla dogmatica.

    Il neomodernismo pratico o morale

    Nel presente articolo studieremo soprattutto il campo della teologia morale, che en passant era già stato attaccato (primissimi anni del Novecento) a mo’ di conclusioni pratiche dal modernismo classico condannato da San Pio X, ma che è tornato prepotentemente all’assalto con la nouvelle théologie neomodernista (anni Quaranta/Cinquanta) ed infine è assurto alla ribalta dell’ultima moda nel periodo conciliare e post-conciliare (anni Sessanta/Settanta) per far tabula rasa anche della morale naturale e divina con Francesco I. Come vi è una “nouvelle théologie”[4], all’inizio soprattutto filosofico/dogmatica, ed una “nuova esegesi”[5] (delle quali abbiamo già parlato abbondantemente su ‘sì sì no no’) così vi è pure una “nuova morale” detta della situazione[6] per corrodere e relativizzare ogni pratica di vita virtuosa, dopo aver abbattuto i principi speculativi. Di questa tratteremo particolarmente ora.

    [Pierre Teilhard de Chardin SJ (Orcines, 1º maggio 1881 – New York, 10 aprile 1955), fondatore della nouvelle theologie].

    In che cosa consiste la “nuova morale”?

    Più che un vero e proprio sistema di teologia morale, la morale neomodernistica della situazione è un fenomeno, una tendenza o una moda, in breve una mentalità sentimentale, secondo il modus operandi a-dogmatico ed irrazionale del modernismo. Non esiste un manuale sistematico di teologia morale della situazione, un documento o un “Manifesto” autentico che raccolga i princìpi fondamentali della nouvelle morale. Tuttavia “si constata un po’ dappertutto e sotto le forme più disparate […], particolarmente in letteratura, dove si abitua un pubblico troppo fiducioso ad opporre alle leggi giudicate troppo rigide della Chiesa cattolica la legge semplice e sovrana della coscienza individuale. Dunque essenzialmente l’errore consiste nel voler sostituire alle norme oggettive […] le aspirazioni soggettive e il sentimento personale” (F. Roberti – P. Palazzini, Dizionario di Teologia morale, Roma, Studium, IV ed., 1968, vol. II, p. 1065, voce “Morale della situazione”, a cura di Pietro Palazzini). La nuova morale parla molto di coscienza soggettiva[7]. Ora la coscienza ha due significati: uno morale e uno psicologico; il significato principale è quello morale: essenzialmente la coscienza è la consapevolezza morale della bontà o malizia degli atti umani. Con la morale soggettiva della situazione, invece, prevale il significato psicologico, ossia l’uomo cosciente o consapevole di esistere ed agire e che reclama il primato assoluto della coscienza soggettiva sulla legge morale oggettiva[8]. San Tommaso d’Aquino definisce la coscienza un atto di giudizio pratico, con il quale si applicano i princìpi universali alle azioni particolari (S. Th., I, q. 79, a. 13). Quindi – secondo la retta morale – la coscienza applica la norma morale oggettiva al caso particolare e non crea – come vorrebbe la nuova morale neomodernistica – la norma secondo la situazione soggettiva in cui ci si trova. Il termine “coscienza” che ci riguarda è, dunque, quello morale, ossia il giudizio col quale la persona valuta le proprie azioni in quanto moralmente buone o cattive. Inoltre la voce della coscienza, dopo aver giudicato se un’azione è moralmente buona o cattiva, dice all’uomo se è suo dovere compierla o no e poi approva l’azione buona (la tranquillità della buona coscienza) e disapprova quella cattiva (il rimorso della coscienza). La coscienza morale è il giudice interiore di ogni uomo. Suo compito è quello di applicare i precetti oggettivi della legge morale naturale e divina ai casi singoli. Per esempio, la coscienza applica il comandamento “non uccidere” al caso particolare di una gravidanza indesiderata in un periodo difficile. Anche in quel caso o situazione particolare la voce della coscienza dice che non è lecito uccidere l’innocente per alleviare le difficoltà soggettive dell’individuo concreto.

    La morale della situazione esito del modernismo

    Il modernismo, dopo aver fatto tabula rasa nel campo teoretico, ha invaso quello pratico ed etico con la nuova morale della situazione della nouvelle théologie. La morale della situazione, quindi, rappresenta lo stadio terminale del neomodernismo, che vuol distruggere anche l’agire umano morale separandolo dalla legge divina, naturale e positiva. Si veda l’assalto che si sta scatenando oggi, con Francesco I, nella fase terminale dell’ultra-modernismo, contro la morale coniugale (sacramenti ai divorziati, che vogliono continuare a convivere) e naturale (i matrimoni omosessuali legalizzati; l’affidamento dei figli alle coppie omosessuali e l’ incitamento, sotto forma di educazione sessuale, al peccato contro la purezza, anche contro natura, insegnato all’asilo sin dai quattro anni). Il modernismo – inizialmente soprattutto teorico – condannato da San Pio X nella Enciclica Pascendi del 1907, si è ripresentato nella seconda parte del Novecento terminalmente nel campo morale cercando di conciliare ciò che è inconciliabile, ossia l’etica oggettiva e il soggettivismo, che annulla l’oggettività della morale rendendola soggettiva, individuale e personale per cui in questa situazione per me (hic et nunc) il tal Comandamento (oggettivo)[9] o la tal Virtù (oggettiva)[10] non è praticabile e quindi non mi obbliga. Le conseguenze per i cattolici sono l’ indebolimento dello spirito di fede, della pratica delle buone opere ed infine della virtù di umiltà, che ci fa riconoscere i nostri sbagli con vero dolore e sincero proponimento di correggerci conformando la nostra condotta alla morale oggettiva. La morale laica o kantiana, autonoma e indipendente da Dio (di cui tratteremo), è l’antesignana della morale neomodernistica penetrata nell’ambiente ecclesiale negli anni Sessanta, così come il cogito di Cartesio e le categorie soggettive a priori di Kant sono stati gli avi del modernismo teoretico dei primi del Novecento. L’unica differenza, non da poco, è che, mentre il magistero ecclesiastico dei secoli XIX-XX condannò il soggettivismo kantiano[11], la “pastorale” del Vaticano II ha accolto le istanze del soggettivismo relativista della modernità[12].

    Pio XII condanna la nuova morale

    La Chiesa, con lungimiranza, aveva già condannato negli anni Cinquanta la nuova morale della situazione con tre solenni dichiarazioni pontificie di Pio XII: Radiomessaggio agli educatori cristiani del 23 marzo 1952 (AAS, n. 44, 1952, p. 273); Discorso ai delegati della Fédération mondiale des jeunesses féminines catholiques (AAS, n. 44, 1952, p. 414); Discorso in occasione del quinto Congresso mondiale di psicologia clinica del 13 aprile 1953 (AAS, n. 45, 1953, p. 278). Infine il S. Uffizio emanava il Decreto del 2 febbraio 1956 (AAS, n. 48, 1956, pp. 144-145). Il Papa, nel primo intervento, condannava il voler sostituire alla legge divina e naturale il proprio arbitrio soggettivo; nel secondo equiparava la nuova morale alla filosofia idealista, attualista, esistenzialista e soggettivista ed infine, nel terzo, metteva in guardia dal voler lasciare la morale tradizionale per adattarsi ed aggiornarsi alle esigenze dell’ uomo moderno e concreto in tutte le situazioni in cui si trova ad agire. Il S. Uffizio, poi, ricordava che la morale oggettiva e tradizionale ha sempre studiato le circostanze (quis, quid, ubi, quibus auxiliis, cur, quomodo, quando/chi, cosa, dove, con quali mezzi, perché, come, quando[13]) che accompagnano l’atto umano, ma non ha mai messo le circostanze, le esigenze soggettive e le situazionali al posto della legge morale oggettiva, naturale e divina. Le circostanze possono mutare la specie del peccato (per esempio, se “chi / quis” viene ucciso è una persona che ha fatto il voto di religione ci si macchia anche di sacrilegio oltre che di omicidio), possono diminuirla ed anche annullarla (se qualcuno è costretto sotto tortura, “con quali mezzi/quibus auxiliis”, a rivelare un segreto) oppure possono aggravarla (se si ruba una materia grave si commette peccato mortale, mentre se si ruba una materia lieve si commette peccato veniale), ma non sono la legge e la morale. La circostanza è qualcosa che sta attorno (“circum-stare”) ad un nucleo essenziale, come suo accessorio. In teologia morale si parla delle circostanze dell’atto umano, le quali sopravvengono a modificare[14] la moralità dell’ atto, che è data essenzialmente dall’oggetto, mentre le circostanze ne sono la parte secondaria e accessoria, anche se non insignificante[15].

    Dal nominalismo alla “nuova” morale

    Alla base della morale della situazione c’è la filosofia nominalista, iniziata sistematicamente con Roscellino (secolo XI), continuata da Abelardo, ripresa e sviluppata da Guglielmo Occam (†1349), aggravata dalla filosofia moderna (Cartesio-Hegel) e specialmente da quella sensista ed empirista britannica (XVIII secolo) ed infine dal nichilismo post-moderno (Nietzsche-Freud) ed applicata alla vita morale dalla morale della situazione. Il nominalismo ritiene che i concetti universali (per esempio, “umanità”), la natura o essenza generica (per esempio, “animale”) e specifica (per esempio, “umana”) non hanno nessuna realtà oggettiva fuori della mente pensante e che l’unica realtà extra-mentale è la cosa singolare, l’individuo (per esempio, Antonio). Gli universali logici (nomi) e ontologici (essenze o nature) sono solo voci (“flatus vocis”) di cui ci serviamo per indicare gli individui reali, che si assomigliano tra di loro (Antonio, Marco, Giovanni…). Se Abelardo riteneva almeno che l’universale fosse un concetto o idea, Occam[16] nega anche la realtà del concetto, che esiste solo nel pensiero dell’ individuo, aprendo, così, le porte a Cartesio e a Kant. Il nominalismo radicale di Occam, infatti, riduce la metafisica alla logica e l’essere al pensiero, deprime la capacità della ragione umana di conoscere la realtà e spalanca la via allo scetticismo e all’agnosticismo posteriori. Il nominalismo, spiega l’eminente studioso di Occam padre Carlo Giacon, è erede della sofistica greca antica combattuta da Socrate, Platone e Aristotele, poi ripresa dall’ empirismo o sensismo inglese, secondo cui la conoscenza umana non è razionale, ma solamente sensibile. Il nominalismo è all’origine dell’ individualismo sensista filosofico, del liberalismo politico e quindi del libertarismo morale. Infatti esso ritiene che si può conoscere solo il fatto e il singolare nella sua singolarità sensibile e quindi è la negazione della metafisica, della speculazione intellettuale, della sana ragione e del senso comune[17]. La conclusione pratica e morale del nominalismo, negando esso che ogni uomo mantiene la stessa essenza o natura di essere umano (animale razionale e libero) nelle situazioni particolari e concrete in cui si trova a vivere, è che la situazione soggettiva ha il primato sulla legge morale oggettiva e diventa, così, la regola dell’agire etico dell’uomo.

    Il luteranesimo: la situazione soggettiva prevale sulla morale oggettiva

    [Martin Lutero (Eisleben, 10 novembre 1483 – Eisleben, 18 febbraio 1546), è stato un teologo tedesco. Fu l’iniziatore della rivoluzione protestante.]

    Inoltre il nominalismo, negando la realtà delle qualità stabili (per esempio, la salute/la malattia naturale o la grazia/lo stato di peccato soprannaturale), sconvolge la dottrina della grazia santificante ed apre le porte al luteranesimo. Infatti la grazia abituale o santificante è un dono permanente o un abito divino infuso soprannaturalmente nella sostanza dell’anima umana, cui conferisce la santità o la presenza della SS. Trinità. Ma la natura, l’abito entitativo per il nominalismo sono soltanto voci e parole, che non hanno nessuna realtà. Lutero, formatosi filosoficamente sul nominalismo occamista, rigettò la dottrina cattolica sulla grazia santificante, riducendo la grazia santificante ad una estrinseca imputazione o attribuzione puramente nominale della santità di Cristo al peccatore, la quale non cancella realmente il peccato e non conferisce la vita soprannaturale, ma copre soltanto come un velo il peccato, che, perciò, resta egualmente nell’animo umano, intrinsecamente corrotto ed insanabile[18], come la sporcizia sotto un tappeto. Per la sana filosofia la natura o essenza di un ente (per esempio Antonio) si ritrova in tutti gli altri enti (gli uomini in generale) della medesima specie (umana) individuata in maniera assolutamente unica in ogni singola persona, in qualsiasi situazione si trovi. Infatti la situazione soggettiva non muta l’essenza oggettiva dell’uomo, ossia tutti gli uomini, in ogni situazione, mantengono la loro natura di animali razionali, liberi e responsabili. Quindi, tranne casi eccezionali o circostanze che tolgono o diminuiscono notevolmente l’uso di ragione e l’impiego del libero arbitrio, ogni uomo è responsabile dei propri atti, che debbono corrispondere alla morale oggettiva, naturale e divina, per essere buoni; altrimenti sono moralmente cattivi o peccaminosi. Una volta negato ciò, ogni uomo è lasciato in balìa dei suoi istinti soggettivi e personali ed inoltre la stessa legge morale non è più un comandamento, un ordine universale, avente valore oggettivo e reale per ogni uomo concreto in quella particolare situazione, ma è la situazione particolare che prevale sulla morale e la legge oggettiva, naturale e divina. Proprio come per Cartesio non è più il pensiero che si deve conformare alla realtà extra-mentale, ma l’essere e il reale sono un prodotto del pensiero soggettivo (cogito ergo sum/penso quindi sono). Così la situazione soggettiva prevale e libera il singolo uomo dagli obblighi universali della morale reale ed oggettiva (situatio ista particularis gravis est, ergo lex divina non obligat me/questa situazione è troppo penosa, quindi non sono obbligato soggettivamente dalla legge oggettiva, divina e naturale).

    Una fuga dalla responsabilità morale

    Come la filosofia moderna (Cartesio/Kant) è una fuga dalla realtà, che non sempre è piacevole, fuga simile a quella del dissociato mentale, così la morale moderna (Lutero)[19] è una fuga dalla responsabilità del dovere morale per rifugiarsi nella non-responsabilità soggettiva. Ma questa è la strada dell’allucinazione (immaginare o vedere cose non reali come se fossero realtà), che conduce alla dissociazione o alla follia. Ed infatti il mondo attuale è un mondo dissociato, allucinato, avulso dal reale, impazzito e preter-naturalmente indemoniato, in cui tutto è lecito, tranne il vero e il bene. La rivoluzione antropologica[20] e antropocentrica della filosofia moderna ha comportato in morale un primato rivoluzionario e sovversivo delle esigenze del singolo uomo sulla legge divina e l’etica oggettiva. Siccome, per la modernità, le relazioni tra l’uomo e Dio e tra gli uomini stessi sono unicamente soggettive e personali, ne segue che anche la legge morale non è assoluta, oggettiva e universale ma personale, soggettiva e particolare. Ognuno è legge a se stesso: “Il cielo stellato al di sopra di me, la legge dentro di me” (Kant). Questa frase apparentemente bella e sentimentalmente accattivante è realmente e metafisicamente mostruosa perché Dio (“il cielo stellato”) è il noumeno, che sta oltre l’uomo e quindi non è realmente conoscibile così come è, ma solo come appare, mentre la legge morale sta dentro l’uomo e quindi è soggettiva, autonoma e indipendente da Dio, così che l’uomo è legge a se stesso. Per i “nuovi” moralisti la legge oggettiva ed universale è un corpo estraneo che si interpone tra l’uomo e Dio e disturba i loro rapporti immediati e personali. Tra l’uomo e Dio non vi deve esser più nessun intermediario (Chiesa, sacerdozio, magistero, morale, comandamenti, virtù, sacramenti, dogmi, formule dogmatiche, conclusioni teologiche…). L’uomo, che per il modernismo ha una dignità assoluta, deve essere lasciato libero di rispondere, specialmente col sentimento, a Dio nella situazione particolare che si trova ad affrontare e senza l’ostacolo della legge. La fede non è più un assenso della ragione, mossa dalla volontà e soprattutto dalla grazia soprannaturale, ad una verità rivelata. No! la fede è puro emozionalismo, sperimentalismo e sentimentalismo espresso con “parole in libertà”.

    La perversità sovversiva della “nuova” morale

    Certamente la situazione è un momento in cui l’uomo si trova a dover agire così o colà, in maniera morale o immorale, a dir di sì a Dio o a dirgli di no con una decisione personale, ma pur sempre razionale e libera, che deve corrispondere alla legge e all’etica naturale e divina. Questo è il vero concetto di situazione: dover prendere posizione (in ogni situazione, per quanto difficile sia) pro o contro Dio, la sua legge e la morale oggettiva. Questo concetto non ha nulla di soggettivistico, relativistico, nominalistico e non piega la legge ai capricci del soggetto umano, ma cerca di elevare l’uomo, con la grazia divina, a corrispondere all’appello di Dio, seguendo la Sua legge e la morale da Lui rivelata e scritta nella natura dell’uomo e delle cose. Invece il pretendere, prescindendo dall’aiuto della grazia soprannaturale, di risolvere i problemi morali seguendo il proprio capriccio soggettivo e non i precetti universali, oggettivi rivelati da Dio e insiti nella natura dell’uomo o delle cose, è deleterio ed è questa la perversità sovversiva della morale della situazione. Inoltre i Comandamenti negativi (non avrai altro Dio all’infuori di Me; non nominare il Nome di Dio invano; non uccidere, non fornicare, non rubare, non dire falsa testimonianza) si impongono a tutti sempre e in ogni circostanza (semper et pro semper), perché hanno come oggetto atti intrinsecamente cattivi, che mai in nessun caso e in nessuna situazione possono diventare leciti. Solo l’ignoranza invincibile in buona fede scusa dal peccato formale, ma resta il disordine o il peccato materiale, il che non autorizza a fare dell’eccezione la regola e a disinteressarsi della conoscenza del valore oggettivo buono o malvagio dei propri atti. Invece i Comandamenti positivi della legge naturale e rivelata (ricordati di santificare le feste; onora il padre e la madre) obbligano sempre, ma non per sempre (semper sed non pro semper), ossia in caso particolare di grave difficoltà fisica o morale si è scusati dall’osservanza di tali ordini. Per esempio in caso di malattia non si è tenuti ad andare a Messa la domenica. Ma resta fermo il principio che, nella misura del possibile, bisogna conformarsi ai precetti positivi e non bisogna fare dell’eccezione la regola e delle circostanze la legge morale. Sono dunque evidenti i rischi e i pericoli cui espone la morale della situazione. Quando ci si lascia guidare solo dal proprio punto di vista (“chi dirige se stesso è diretto da un asino” dice San Bernardo di Chiaravalle) e si vuol non vedere o ignorare il valore assoluto e oggettivo della legge naturale e divina (“se un cieco conduce un altro cieco, tutti e due cadranno nella fossa” Lc., VI, 39), si mette l’uomo al posto di Dio e la legge soggettiva umana al posto di quella divina e naturale. È la tentazione del serpente dell’Eden proposta ad Eva ed ad Adamo: “sarete come Dei, conoscendo da voi ciò che è bene e ciò che è male” (Gen., III, 22).

    L’oggettività della legge morale naturale

    S. Tommaso insegna che la legge naturale è la regola che dirige l’ uomo e fa concordare la condotta umana coi fini che Dio ha inserito nella natura umana, di cui è il Creatore. La natura, come principio formale o attivo, dice ordine all’azione, il tendere verso qualche cosa ossia verso un fine, il che presuppone l’appetito verso il fine e l’intelletto che ordini l’appetito al fine, poiché ordinare una cosa ad un’altra come mezzo al fine è proprio dell’ intelligenza che è ordinatrice[21]. Naturale, in questo contesto, non significa causalità cieca, necessitante e necessitata, ma finalità intelligente e ordinatrice. La legge naturale, quindi, non è qualcosa di esclusivamente genetico e istintivo, come vorrebbero lo scientismo, il materialismo e il freudismo, ma anche e soprattutto qualcosa di razionale e volontario, è una attività della potenza conoscitiva e volitiva, in forza delle quali l’uomo agisce conformemente al suo fine: il vero e il bene. La legge morale naturale in primo luogo «deve corrispondere all’ essenza della natura umana»[22], e in secondo luogo si fonda in Dio , autore della natura umana. L’essenza metafisica dell’uomo, infatti, è il fondamento primo della legge o diritto naturale, ma tale essenza è stata data all’uomo da Dio, assieme all’operare conformemente alla sua natura di animale razionale, libero e sociale. Perciò la legge naturale ci dice di essere e diventare ciò che siamo: “uomini siate e non pecore matte” direbbe Dante. Dall’essere dipende il dover essere, l’agire (“agere sequitur esse”). La metafisica sfocia inevitabilmente in filosofia morale. Inoltre, in quanto animale razionale, l’uomo si auto-orienta ragionevolmente e liberamente al suo fine[23]. In breve, dobbiamo realizzare liberamente e ragionevolmente la nostra natura umana fornita di intelletto e volontà: “Esto vir” (vir = “uomo buono”, da virtus, ossia capace di agire veramente bene). Ancora Dante ci canta: “fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtude e conoscenza”. Onde saremo veramente uomini se seguiamo le leggi naturalmente scritte in noi, alle quali dobbiamo ubbidire volontariamente e liberamente, se non vogliamo tradire la nostra essenza di animali ragionevoli e liberi, ordinati al vero e al bene.

    Occam, padre della “modernità”

    [Guglielmo di Ockham, o Occam (Ockham, 1285 – Monaco di Baviera, 1349)]

    L’Aquinate definisce la legge naturale come «partecipazione della creatura razionale alla legge eterna»[24]. Essa, cioè, è un ordine stabilito e tutelato da Dio, per cui deviare da quest’ordine è uno snaturarsi o andare contro natura. Gli antichi greci e romani, ancor prima della Rivelazione cristiana, seppero con la sola ragione naturale elevarsi all’ altezza di una legge divina dalla quale quella naturale deriva. Purtroppo la modernità, già a partire dal suo padre spirituale Occam, avendo rotto i ponti con la metafisica classica e soprattutto tomistica, ha invertito anche il concetto di legge naturale, giungendo alle aberrazioni della post-modernità con Freud e la scuola psicanalitica e la nuova morale neomodernistica, che hanno promulgato una contro-legge anti-naturale ed anti-divina, ossia oggettivamente diabolica. In breve la Provvidenza divina fonda la nozione stessa di legge in quanto ordina al loro fine tutte le cose; la legge eterna si fonda nell’Essenza di Dio, coincide con essa ed è Dio stesso il regolatore supremo, che da tutta l’eternità conosce se stesso come imitabile ed amabile in quanto Fine ultimo. Quindi il diritto non si fonda sull’arbitrio umano né per eccesso (tirannia dispotica) né per difetto (lassismo permissivista) né si fonda sulle situazioni soggettive, ma sulla legge di natura in quanto partecipazione di quella eterna. Il vero concetto di legge o diritto naturale comporta una dipendenza ontologica, teologica e finalistica delle creature dalla Causa prima incausata: Dio è la ragione ultima dell’essere, del divenire e dell’agire e quindi è la regola primo/ultima della moralità. Conseguentemente «Dio è la causa prima e principale di ogni nostro obbligo o dovere, essendo Egli il Principio primo e il Fine ultimo di tutte le cose»[25]. Come il principio di non contraddizione regola la metafisica e la logica, così il principio di finalità e la sinderesi regolano ogni agire pratico o morale. Questo ordine del mondo (sia fisico che morale) è la legge eterna: finalità fisica scritta nelle cose irrazionali e finalità morale scritta nelle creature ragionevoli, che ci fa risalire al Legislatore e Giudice supremo. Così Dio non solo comunica l’essere alle creature, ma le ordina ad un fine e provvede affinché lo conseguano. Il concetto di Dio Causa finale ultima completa quello di Dio Causa efficiente prima: come “agere sequitur esse”, così, ordinando le cose ad un fine (“omne agens agit propter finem”), Egli aggiunge una perfezione finale (legislazione) ad una iniziale (creazione). Per S. Tommaso il concetto di legge include le leggi fisiche, giuridiche positive e naturali in quanto partecipazioni di quella eterna. La legge abbraccia cielo e terra. La legge per l’Angelico non è un paragrafo del codice civile o penale.

    Il migliore augurio per l’uomo moderno

    Ai nostri tempi di pensiero debole (popperiano) o addirittura auto-distruttore (nicciano) trionfa la morale debole o della situazione, priva di fondamento reale e oggettivo. Invece la morale è oggettiva. Vi è una priorità assoluta dell’oggetto dell’ atto umano (“gli atti e le facoltà son specificate dai loro oggetti / facultates et acta specificantur ab obiectibus suis” San Tommaso d’Aquino, S. Th., I-II, q. 18) sulle circostanze, sul fine dell’atto (“il fine non giustifica i mezzi”, contro Machiavelli), sulle situazioni soggettive (morale della situazione). L’oggetto (bestemmiare, uccidere, fornicare, rubare, dire il falso; adorare Dio, santificare le sue feste, onorare i genitori) ha già una moralità o immoralità intrinseca, indipendente dall’ intenzione di chi agisce o dalla situazione in cui si trova ad agire. Dare la vita è bene, sopprimerla è male. Solo il primato dell’oggetto, della realtà, della legge morale sul soggetto, sull’idea, sulla coscienza psicologica soggettiva e sulle circostanze o situazioni garantisce la stabilità, la solidità e l’universalità della morale. Affinché un’azione possa essere considerata moralmente buona occorre che siano buone l’oggetto e le circostanze (delle quali è importantissima l’intenzione o il “cur / per quale fine”). Invece, se uno di questi due elementi non è buono (fo l’elemosina per farmi vedere, parlo in chiesa): l’azione è moralmente guasta e cattiva, “Bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu” (S. Th., I-II, q. 71, a. 5, ad 2). Dunque «dobbiamo riaffermare la dipendenza dell’uomo dal fine ultimo e dalla legge eterna imposta da Dio tramite la legge naturale, che costituisce la nostra stessa essenza di animali intelligenti e liberi e la cui osservanza attua tale nostra natura nel modo migliore»[26]. Purtroppo la nostra epoca è caratterizzata da una specie di fobia per la metafisica, la quale si incentra sull’essere per essenza (Dio) e per partecipazione (creatura) e dalla creatura risale al Creatore, il quale trascende sia lo Stato che l’uomo. Perciò la modernità si preclude la possibilità di giungere alla nozione di diritto naturale, il quale, «muovendo dall’ antichità veterotestamentaria e greco-romana, è arrivato sino a noi attraverso la tradizione della scolastica, della filosofia perenne, che riduce il diritto naturale a pochi, sommi princìpi, che non possono mai essere violati, ma sono suscettibili di diverse applicazioni storiche nei casi particolari, e bisognosi di essere determinati nei contenuti, integrati nelle istituzioni, fatti rispettare anche con congegni più positivi»[27]. Dalla restaurazione della metafisica e del realismo della conoscenza dipende anche la restaurazione della morale naturale, la quale ci aiuta ad essere veramente uomini intelligenti e liberi e ci impedisce di farci travolgere dalla marea montante della sovversione nichilistica animalesca, la quale rende l’uomo simile al bruto, schiavo e determinato dai suoi istinti più bassi. «Se Dio non esiste, tutto è permesso. Nulla è più proibito, non c’è più limite, non c’è nulla che non si possa tentare, che non si debba tentare, perché se tutto ciò che è stato vero un tempo lo è stato partendo dall’ipotesi che Dio esisteva, ora che Dio non esiste, nulla di ciò che era vero allora è adesso vero, nulla di ciò che era bene è bene; dobbiamo ricreare tutto. Ma, prima di ricreare, bisogna cominciare col distruggere […], il migliore augurio che si possa fare all’uomo moderno è di rientrare nell’ordine naturale, che è quello della creazione divina» (E. Gilson in “Se Dio non esiste tutto è permesso”, ne “Il nostro tempo”, 24 novembre 1960). Speriamo e sforziamoci di iniziare a risalire la china per poter esclamare col Poeta, che si era smarrito in “una selva selvaggia, aspra e forte”: “e quinci uscimmo a riveder le stelle”.

    La radice prossima della “nuova” morale: l’empirismo britannico

    La filosofia su cui si fonda la nuova morale della situazione è remotamente quella di Occam e prossimamente quella dell’empirismo rappresentato principalmente da Hobbes (†1679), secondo cui tutto è materia, anche l’anima umana. Il principio e fondamento di questa filosofia è il tornaconto personale e l’egoismo, fonte del liberalismo politico e del liberismo finanziario. Un altro autore su cui si fondano i “neo-moralisti” è Locke (†1704), che è un puro sensista: l’uomo conosce solo il sensibile e non può cogliere l’essenza delle cose materiali né innalzarsi al trascendente e alla legge oggettiva e universale; le idee e i concetti sono solo “nomi” e non colgono la realtà né la esprimono (nominalismo). Anche Berkeley (†1753) affonda come tutti gli empiristi le radici del suo pensiero nel nominalismo di Occam (†1349), secondo cui le idee sono puri nomi. Berkeley anzi accentua il sensismo di Locke perché non accetta neppure la conoscenza sensibile interna, ma si ferma solo ai sensi esterni. La realtà è materiale e coincide con la sensazione che abbiamo di essa (“esse est percipi / l’essere consiste nell’essere conosciuto dai sensi”). Altro filosofo empirista è Hume (†1776), secondo il quale tutto ciò che supera l’esperienza sensibile non ha nessun valore conoscitivo. Egli nega in maniera categorica e totale il principio di causalità (“un effetto deve avere una causa”): ciò che volgarmente chiamiamo causa non produce l’effetto, ma lo precede soltanto. Quindi l’effetto è “post hoc sed non propter hoc”. Ora, se ci si limita alla sola sensazione, è chiaro che vedo un effetto dopo un altro e non il nesso tra causa ed effetto perché non posso toccar con mano la causalità ossia la produzione dell’effetto. Tuttavia tale nesso, anche se non è sperimentabile sensibilmente, è intelligibile e me ne formo un’idea razionale astraendola dalla conoscenza sensibile. Per Hume, invece, la causa è un puro nome (“nominalismo”) e normalmente precede l’effetto, ma non in maniera costante e necessaria, e soprattutto senza produrlo. Per esempio, se colpisco una palla ed essa corre, secondo la metafisica classica e tomistica il movimento della palla è effetto del colpo che le ho dato mentre secondo Hume vi è solo un susseguirsi opinabile o probabile di movimenti senza che il primo influisca sull’ altro. Così il padre non è causa del figlio, il fuoco non è causa del fumo, la rivoltellata non è causa dell’omicidio e, se un fenomeno (padre/rivoltellata) sin ora ha sempre preceduto un altro fenomeno (figlio/omicidio), è probabile che lo precederà anche in futuro, ma non lo causa e quindi in morale non vi è il concetto di responsabilità soggettiva. Infine Stuart Mill (†1873) si rifà a Hume e riafferma che tutta la conoscenza umana si riduce a semplice sensazione. Egli nega ogni valore alla ragione e si limita alla sola sensazione e all’induzione sperimentale. Nega il principio di causalità e afferma che tale fenomeno (paternità/pugnalata) precede normalmente tal altro (figliolanza/uccisione) senza causarlo[28]. La morale della situazione o della convenienza personale, che è capriccio e licenza, è la conclusione pratica del nominalismo e dell’ illuminismo britannico ed è la contraddizione radicale della morale oggettiva e naturale.

    Alfonsus

    [1] C. Fabro, in Enciclopedia Cattolica, voce “Modernismo”, Città del Vaticano, 1952, vol. VIII, col. 1191.

    [2] C. Fabro, in Enciclopedia Cattolica, voce “Modernismo”, Città del Vaticano, 1952, vol. VIII, col. 1193.

    [3] La concezione eterodossa di esperienza religiosa è soprattutto quella del soggettivismo protestantico e modernista. In religione il Protestantesimo, con Lutero, ha posto il soggettivismo nel rapporto con Dio. Martin Lutero si appellava alla soggettività della ‘sola Fides’ (che non è la virtù teologale quale atto intellettivo e volontario, ma è una “fede fiduciale”, che in realtà è “presunzione di salvarsi senza meriti”) e del ‘testimonium Spiritus Sancti’, i quali coincidono – secondo lui – con il sentimento individuale e soggettivo, unico criterio ed oggetto (che coincide e si perde nel soggetto) della religiosità. Padre Fabro definisce tale teoria come «dissociazione della coscienza dal contenuto oggettivo della Fede» (C. Fabro, in Enciclopedia Cattolica, voce “Esperienza religiosa”, Città del Vaticano, 1950 vol. V, col. 603). Tale concezione soggettivista e sentimentale con il modernismo comincia a prendere un indirizzo sempre più irrazionalista e l’esperienza religiosa si sostituisce totalmente sia alla retta ragione che alla divina Rivelazione e alla Fede teologale. Padre Fabro, inoltre, asserisce che la contaminazione più essenziale della dottrina cattolica da parte modernistica «è stata il tentativo d’interpretare l’esperienza intima del soggetto (autocoscienza) in diretta continuità con la vita religiosa e di prendere la coscienza o esperienza religiosa come l’essenza della divina Rivelazione e della vita della Grazia. Invece ogni esperienza religiosa, nell’ambito della vita della Grazia e della Fede, può avere soltanto un valore secondario e in dipendenza della Rivelazione e del Magistero ecclesiastico. […]. Il pericolo del modernismo non è mai completamente debellato perché è insita nella ragione umana, corrotta dal peccato originale, la tendenza ad erigersi a criterio assoluto di verità per assoggettare la Fede a sé. Un tentativo affine al modernismo teologico è la cosiddetta “théologie nouvelle” comparsa in Francia dopo la seconda guerra mondiale ed energicamente denunziata dall’enciclica Humani generis (12 agosto 1950) di Pio XII» (voce “Modernismo”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1952, vol. VIII, col. 1196).

    [4]R. Garrigou-Lagrange, “La nouvelle théologie ou va-t-elle?”, in Angelicum, n. 23, 1946, pp. 134 ss.; Id., “L’ immutabilité des formules dogmatiques”, in Angelicum, n. 24, 1947, pp. 136 ss.

    [5] F. Spadafora, La “Nuova Esegesi”. Il trionfo del modernismo sull’Esegesi Cattolica, Sion, 1996.

    [6] Cfr. J. Fuchs, Morale théologique et morale de situation, in Nouv. rev., théol., n. 76, 1954, pp. 1073-1085 ; A. Boschi, Una nuova morale : la così detta etica della situazione, in Palestra del clero, n. 35, 1956, pp. 969-980; F. Olgiati, Una morale nuova e la condanna del S. Uffizio, in Rivista del clero italiano, n. 37, 1956, pp. 481-490; F. Roberti – P. Palazzini, Dizionario di Teologia morale, Roma, Studium, IV ed., 1968, vol. II, voce “Morale della situazione”, pp. 1065-1067, a cura di Pietro Palazzini; C. Fabro, L’avventura della teologia progressista, Milano, Rusconi, 1974, parte II, “Teologia e Morale”, cap. 1, “Il valore permanente della morale”, pp. 171-251; D. Composta, La nuova morale e i suoi problemi, Roma, 1990.

    [7] Cfr. O. Lottin, La valeur normative de la conscience morale, in Ephem. Lovan., 1932, pp. 409-431; E. Lio, Conscientia, in Dictionarium morale et canonicum, Roma, 1962.

    [8] Cfr. P. Palazzini, La coscienza, Roma, Ares, 1961.

    [9] Per esempio il comandamento “non uccidere”, se nella situazione particolare di una persona soggettivisticamente considerata (una giovane che non si è ancora fatta una strada nella vita e deve accettare una gravidanza indesiderata), riesce troppo gravoso, non obbliga il soggetto e si può abortire. Così pure se sopportare un anziano malato diventa difficile, allora è lecita l’eutanasia e così via.

    [10] Per esempio il voto di castità o il celibato ecclesiastico obbligano oggettivamente. Ma se per un sacerdote o un religioso, che si trova immerso nel mondo contemporaneo con tutte le sue esigenze, diventano troppo gravosi, non obbligano il soggetto.

    [11] Cfr. G. Mattiussi, Il veleno kantiano, Monza, 1907.

    [12] Francesco I ha risposto a Eugenio Scalfari: “Il Vaticano II, ispirato da papa Giovanni e da Paolo VI, decise di guardare al futuro con spirito moderno e di aprire alla cultura moderna. I padri conciliari sapevano che aprire alla cultura moderna significava ecumenismo religioso e dialogo con i non credenti. Dopo di allora fu fatto molto poco in quella direzione. Io ho l’umiltà e l’ambizione di volerlo fare” (Repubblica, 1° ottobre 2013, pag. 3).

    [13] Quis indica le qualità accidentali del soggetto operante, per esempio se è un sacerdote; quid esprime la quantità della materia: se ho rubato 1000 lire o 1 milione, se ho ucciso 1 o 7 persone; ubi accenna al luogo particolare, per esempio se ho rubato in chiesa; quibus auxiliis dice i mezzi con cui l’atto è stato compiuto, per esempio se ho calunniato a viva voce o mediante scritti pubblicati; cur è l’intenzione o il fine dell’azione, che è la circostanza principale, per esempio se prego per farmi notare e per vanagloria; quomodo indica il modo in cui si è agito, per esempio se con piena avvertenza o no, oppure con violenza; quando indica il tempo, per esempio se ho portato odio per 1 minuto o per 1 anno, se ho rubato di domenica.

    [14] Ci sono circostanze che aumentano o diminuiscono la moralità proveniente principalmente dall’oggetto; per esempio, se rubo 1000 lire o 100 mila, commetto un peccato veniale o mortale contro il medesimo 7° comandamento. Vi sono anche circostanze che mutano la specie della moralità dell’atto, ossia apportano all’atto un’altra moralità di specie diversa da quella dell’oggetto principale; esse costituiscono un secondo oggetto morale distinto dal primo. Per esempio, se rubo un calice consacrato, oltre l’oggetto del furto (peccato contro il 7° comandamento), vi è un altro oggetto morale che è il sacrilegio (peccato contro il 1° comandamento).

    [15] S. Th., I-II, q. 18; A. Lanza - P. Palazzini, Princìpi di teologia morale, Roma, 1957, vol. III, n. 117 ss.

    [16] Cfr. C. Giacon, Guglielmo di Occam, Milano, 1941, 2 voll.

    [17] Ivi.

    [18] Cfr. San Tommaso d’Aquino, S. Th., I-II, q. 110; Concilio di Trento, sess. VI, canone 11, DB 821; L. Billot, De gratia Christi, Roma, 1923; R. Garrigou-Lagrange, De Deo uno, Parigi, 1938; P. Parente, Anthropologia supernaturalis, Roma, 1949.

    [19] Secondo Lutero il peccato originale ha distrutto totalmente il libero arbitrio dell’uomo, che non è responsabile dei suoi atti e quindi non è libero di fare il bene o il male, ma è determinato a fare il male morale, data la corruzione assoluta della sua libertà. Perciò quando l’uomo pecca non è lui a peccare, ma è Dio che pecca in lui. Quindi conclude Lutero: “pecca fortiter, sed fortius crede / pecca fortemente, ma abbi ancor più fortemente la fede fiduciale di salvarti e ti salverai” perché per lui la sola fede senza le opere basta a santificare e salvare l’uomo. Cfr. H. Grisar, Lutero, la sua vita e le sue opere, Torino, 1933; M. Bendiscioli, La Riforma protestante, Roma, 1953; R. Garcia-Villoslada, Lutero, Milano, Istituto Propaganda Libraria, 2 voll., 1985.

    [20] Cfr. C. Fabro, La svolta antropologica di Karl Rahner, Milano, Rusconi, 1974.

    [21] In II Sent., d. 38, q. 1, a. 3, sol. 1.

    [22] Pio XII, Sintesi di verità e di morale, 30 settembre 1954, in Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, Città del Vaticano, LEV, vol. XVI, p. 177. Cfr. anche S. Th., I-II, qq. 91-95.

    [23] S. Th., I-II, q. 91, a. 2: «Tra tutti gli enti, l’uomo è soggetto alla divina Provvidenza in maniera più eccellente, poiché colla sua ragione e libertà ne partecipa maggiormente degli altri, provvedendo a se stesso e agli altri».

    [24] S. Th., I-II, q. 91, a. 2.

    [25] S. Th., II-II, q. 106, a. 1.

    [26] R. Pizzorni, Diritto naturale e diritto positivo, Bologna, ESD, 1999, p. 6.

    [27] Ibidem, p. 14.

    [28] Per una confutazione di questi errori filosofici cfr. R. Garrigou-Lagrange, Dieu. Son Existence et sa Nature, Parigi, Beauchesne, 1914, 1° vol., sez. II ; par. 12, 13 e 14.

    © 2014 sìsì nono

    (Fonte: sisinono.org)

    Text
    4 note
    1 settimana fa
  2. Un cattolico conciliarista contestava la fede di un ex comunista

    Raniero La Valle e Claudio Napoleoni, un dibattito rivelatore.

    di Piero Vassallo (08/08/2014)

    La decriptazione dei fumosi pensieri soggiacenti all’illusorio entusiasmo destato dalla teologia serpeggiante fra le righe del Vaticano II, può essere facilitata dalla lettura del verbale della discussione sull’Eucarestia, in cui si cimentarono, il 12 maggio 1988, l’ex direttore dell’Avvenire d’Italia, Raniero La Valle (1931) e il comunista convertito Claudio Napoleoni (1924-1988).

    Il testo dell’acceso confronto tra i due parlamentari della sinistra, fu pubblicato nel luglio del 1990, in un supplemento al settimanale Il Sabato, un opuscolo che mi è stato spedito in questi giorni da un dotto e cortese amico, proprietario di un robusto e prezioso archivio.

    Napoleoni, il brillante economista, che aveva confessato a Del Noce di aver maturato una completa sfiducia nell’ideologia marxista, prossima a rovesciarsi nell’incubo tecnocratico & finanziario, sosteneva la presenza reale di Cristo nel pane eucaristico mentre La Valle (coerente apologeta delle nuova teologia) obiettava che la presenza “non c’è in questo modo fisicistico [reale] a cui si è voluto ridurre” [dal magistero infallibile].

    A Napoleoni che insisteva su una indeclinabile verità di fede, La Valle obiettava formulando una domanda retorica, che, in qualche modo, era in sintonia con la infondata e temeraria opinione dell’eresiarca Martin Lutero: “Ti sembra più importante la presenza di Cristo nell’ostia che la presenza di Cristo in te e in me in questo momento?”

    E Napoleoni rispondeva puntualmente: “Perché se no il Cristianesimo diventa uno spiritualismo”.

    “No, replicava La Valle infervorandosi, il Cristianesimo diventa l’andare al Padre senza mediazioni che non sia la sua, diventa questa liberazione in atto, diventa il ritorno al Genesi, diventa la restaurazione precisamente della condizione del giardino”.

    L’elusivo/confuso fraseggio di La Valle fa sospettare l’adesione al pensiero dei teologi modernizzanti, che progettarono la trasformazione del sacramento eucaristico in amicale banchetto intitolato alla religione buonista.

    Il rifiuto opposto da Napoleoni alla teologia dimezzata e abbassata al social-sentimentale da La Valle merita una seria riflessione poiché svela il carattere illusorio della riforma conciliare, finalizzata alla conversione dei miscredenti mediante il dimezzamento dei dogmi e l’inaridimento della liturgia. In uscita dall’inganno ideologico, Napoleoni si era affidato alla fede che supera ogni senso. Irremovibile nella convinzione della inderogabile necessità di scendere a patti con il pensiero moderno, La Valle rifiutava di vedere la prossimità della rovina incombente sul sistema sovietico, paradiso infernale, costruito dai nemici della verità cristiana.

    Il profilo ideologico di La Valle non è completo finché non si rammenta il viaggio da lui compiuto, nel 1974, in compagnia di Giampaolo Meucci (l’indulgente giudice del Forteto) nell’ammirata e applaudita Cina concentrazionaria di Mao-Tse-Tung. Viaggio compiuto nel segno della programmata cecità davanti ai crimini dell’ideologia di Marx.

    Schierata sulla linea dell’illusione, che nutriva il pensiero di La Valle, una vociante, imperterrita pletora di vescovi, quasi usciti dalla vignette del giornale satirico “Don Basilio”, tenta di nascondere la degenerazione nichilista (nietzschiana/heideggeriana) della filosofia dopo Cartesio, per giustificare la trasformazione della fede cattolica in teologia della liberazione (dalla verità?).

    Il risultato di tale affannoso e anacronistico inseguimento della chimera era già leggibile nella risposta di Napoleoni a La Valle: la negazione della presenza reale di Cristo nel cibo eucaristico abbassa la fede cattolica al livello di uno fra i tanti, sterili e inutili spiritualismi, che sono prodotti e spacciati dalle società di pensiero in disperata azione dove il deserto della ragione avanza.

    Il numero dei credenti diminuisce in proporzione all’avanzamento della teologia che abbassa il sacrificio eucaristico al livello di un’anodina cerimonia, che prepara la stretta di mano scambiata da amici momentanei, spronati dal suono delle cacofoniche chitarre, che accompagnano sgangherati componimenti in rima (baciata dalla mediocrità).

    Alla mente dei cattolici sordi al rumore delle ecumeniche canzonette e refrattari alla suggestione modernizzante, si affacciano intanto le minacciose parole del Signore: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc., 18, 8).

    © RISCOSSA CRISTIANA

    (Fonte: pierovassallo.blogspot.it)

    Text
    1 nota
    3 settimane fa
  3. L’abdicazione di Chiesa e cultura

    E così siamo diventati un campo di concentramento eugenetico chiamato #embrionestaisereno. E’ lontana la formidabile stagione dei “princìpi non negoziabili”, ora la chiesa fugge dalla battaglia e i suoi intellò disertano.

    di Giuliano Ferrara (07/08/2014)

    image

    Qualche anno fa, non molti, era battaglia. Sulla vita, sui figli, sul significato di paternità e maternità, sul criterio della selezione eugenetica o selezione della razza, sul carattere umano, troppo umano, dell’imperfezione genetica, sul diritto sempre periclitante a sapere di chi si sia figli (ma nel caso della madre c’era una certezza classicamente e latinisticamente stabilita: semper certa est). Qualche anno fa, non molti, si discuteva accanitamente, e si votava in Italia in un referendum molto combattuto, sulla natura dell’embrione concepito, sul suo corredo cromosomico, sulla tutela biopolitica degli individui nella loro irripetibile singolarità, fissata nelle costituzioni e nelle coscienze. Ci si batteva, con la partecipazione non dei soli medici ed esperti ma di psicoanalisti, di femministe, di gente seria e sorpresa dalla deriva in corso, intorno alla scienza nel suo rapporto con la tecnica, la tecnoscienza, e si pensava che un limite etico fosse necessario, che il crescente potere “creativo” della bioingegneria dovesse essere definito dalla norma e dalle consuetudini e dalle culture anche in base a un crescente potere morale di scelta affidato per sua natura alla società o alla comunità, entità diverse per loro natura da una sequenza numerica di individui privi di connessione storica, di ethos e di pathos comuni, privi di legami forti e di una condivisione efficace e fondatrice anche di obblighi legali e di doveri semplicemente umani.

    La contesa era allargata, com’è ovvio, all’aborto, di cui fu proposto un bilancio non ipocrita mentre si discorreva onusianamente di moratoria per la pena di morte, al matrimonio, alla differenza sessuale oltre il dominio, che nessuno ha mai contestato, dei sentimenti privati e delle scelte di eros e di piacere diverse da quelle della norma sociale familiare legata al matrimonio e all’educazione biparentale dei bambini. Un Papa e una chiesa, quella cattolica, avevano detto l’inosabile, qualcosa che suonava come una sconfessione (e non lo era) della democrazia procedurale o ciudadana che vuole ogni perfezione della decisione pubblica affidata alla forza dei numeri di maggioranza: “Princìpi non negoziabili” era la frase proibita, importante per l’etica e per la politica, per la definizione del fondamento extragiuridico dello stato e dell’obbligo politico, la frase che ha portato nel giro di qualche anno alle dimissioni di un Papa teologo e profeta, e all’arrivo, per curare le ferite della contemporaneità cattolica (un ossimoro), di un Papa gesuita e pastorale, la cui teologia biblica sa di misericordia, com’è ovvio, e di oblio e negazione della razionalità del giudicare (il che è meno ovvio).

    La chiesa ha abbandonato il campo di battaglia. Si cura le ferite con un linguaggio riluttante e trasversale, fatto di nascondimenti e di gioia evangelica esibita, ma non si capisce fino a che punto vissuta o vivibile. Le classi dirigenti cattoliche e quelle laiche di un tipo speciale, non riducibile alla gnagnera laicista e secolarista, sono un vago ricordo, un fuoco fatuo. La nostra spinta di minoranza fuori della chiesa era autentica, fondata sulla convergenza con una grande visione del mondo e le sue conseguenze, ma quella del personale cattolico di establishment era solo connivenza provvisoria con i vescovi del momento: cambiato il capo dei vescovi, cambiato il clero e il segno del clericalismo, rifugiatosi il capo della chiesa in una disperazione della dottrina, ecco che svaniscono intellettuali, pastori e militanti della battaglia sulla vita, o si nascondono in pratiche ordinarie, il minimo indispensabile ma inutile che oggi va per la maggiore.

    Se questa fuga sia una diabolica responsabilità religiosa o filosofica o dottrinale, se la vedranno loro; quanto a noi, interessati alla spiritualità e alla fede di chi la possieda ma sopra tutto alla responsabilità civile, politica nel senso non bassissimo del termine, sentiamo qualcosa di più di una responsabilità, e lasciamo da parte Faust e Mefistofele, sentiamo una colpa. Che cosa abbiamo fatto per meritarci lo scambio degli embrioni in ospedale a Roma, la lite giudiziaria sinistra tra genitori biologici e genitori di gestazione, che si decide a giorni nelle mani di un diritto flebile e prepotente e incurante dei diritti di chi sopravviene, che ha ucciso in culla con 28 verdetti attivistici una legge che ci erano voluti trent’anni per farla? Che cosa abbiamo fatto per arrivare a un decreto del governo che pare cerchi di evitare, estrema linea Maginot, le secche altrettanto sinistre della compatibilità genetica come aggressivo diritto alla pelle chiara o agli occhi celesti nella fecondazione eterologa? Che cosa abbiamo fatto per assistere al trionfo dei “centri” di desiderio immaturi e degli esperti faustiani che negano anche questa blanda e aggirabile necessità normativa, e teorizzano una capacità e opacità riproduttiva legibus soluta, anarchica, fatta di una sicura predisposizione all’eugenetica cioè alla selezione della razza?

    Lo sappiamo. Sono cose che arrivano certo dal biologismo nazionalsocialista di origine tedesca e dai miti della razza della destra europea o di una sua parte; ma sono anche cose che vengono dall’ottimismo socialdemocratico, perfino dallo spirito americano, dai territori ideologici in cui si sperimenta nel Novecento il mondo della fitness liberato dall’imperfezione e dalla realtà, che sempre è imperfetta. Leggo le cronache e penso inevitabilmente a una maledizione, a una fatale rinuncia alla ricerca odissaica del vero, alla dismessa curiosità per l’umano in favore della costruzione del transumano, a una brutalizzazione (viver come bruti) del genere a cui appartengo, del suo codice culturale, della sua scintilla divina, in senso cristiano o anche pagano. Siamo caduti veramente molto in basso, e uso consapevolmente questa espressione da nonno bisbetico, e dobbiamo prendere atto di una colpa, di una colpa morale, che condividiamo, quelli che hanno agito nella sciatteria o nell’equivoco per il male assoluto e quelli che non hanno saputo vincere la battaglia per un bene relativo ma certo. Il mondo di provetta selvaggia, del diritto di morire come norma e cultura, dell’aborto selettivo ed eugenetico, della distruzione serena (#embrionestaisereno), il mondo che hanno paventato in pochi, tra questi un intellettuale triste e morto suicida come Alex Langer (“E se Ratzinger avesse ragione?” era un suo articolo in tempi non sospetti), il mondo del sentimento facile e del disprezzo esibito, che si nasconde dietro i bambini di Gaza mentre organizza il grande campo di concentramento eugenetico a cielo aperto che siamo diventati: questo è il mondo che laici impotenti e cristiani riflessivi e solidali hanno costruito. L’abdicazione di Ratzinger è stata simbolicamente molto di più che non la rinuncia al Soglio pontificio.

    © IL FOGLIO QUOTIDIANO

    (Fonte: ilfoglio.it)

    Text
    1 nota
    3 settimane fa
  4. Affermazioni spurie riprese - e diffuse - dai media ‘cattolici’. E noi?

    Segnalazione di un lettore:

    Ieri nel banco della buona stampa di una chiesa ho sfogliato la rivista “CREDERE la gioia della fede”, edizioni S.Paolo.
    Nel numero 21 del 25 maggio 2014 a pagina 49, nel contesto di un dossier sull’Eucarestia (da staccare e conservare), in fondo vi è un’affermazione che mi ha incuriosito.
    Al numero 11, sotto il titolo “Che rapporto esiste fra la Messa e i poveri e i malati” si legge quanto segue:
    " …Una comunità che celebra l’incontro con Cristo vivo e risorto… non può celebrare un culto staccato e disancorato dalle urgenze e dal grido di coloro che sono affamati e assetati. In essi è presente lo stesso Cristo adorato e condiviso nell’Eucarestia".
    Anzitutto la citazione della Scrittura virgolettata appare alquanto libera, anzi difforme in modo preoccupante dall’originale, non corrispondente al testo ufficiale vigente nei libri liturgici.
    Vorrei però soffermarmi sul titolo e soprattutto sulla frase conclusiva a cui è collegato:
    "In essi è presente lo stesso Cristo adorato e condiviso nell’Eucarestia".
    Mi fa rammentare un’affermazione di Francesco del 2013 pronunciata ad Assisi in un incontro con i bambini disabili. Non essendo teologo non saprei appurare se
    tale concetto era già stato espresso precedentemente da qualche teologo modernista a cui Bergoglio magari si riferiva, oppure
    se fu Bergoglio stesso a coniare, per quella particolare occasione, la singolare espressione secondo cui la presenza di Gesù nelle Sacre Specie Eucaristiche in pratica si equivale alla sua presenza nel povero e nel sofferente.
    Nel primo caso la rivista paolina si farebbe portavoce di una teoria che non mi sembra sia conforme alla Dottrina del Catechismo Cattolico. Nel secondo caso assisteremmo invece ad un evento assolutamente inaudito: a partire da un’estemporanea affermazione del vdr sembrerebbe venga elaborata e divulgata una nuova dottrina ad hoc, lasciando credere all’ignaro fedele che sia quella autentica, quella contenuta nel Catechismo Cattolico.
    Quale dei due casi?
    Desidererei per favore ricevere da voi un ragguaglio a questo proposito.
    Un grazie di cuore. Marius

    Carissimo Marius,

    lei ricorda bene e ci offre una dimostrazione concreta di come estemporanee affermazioni del vdr permettono l’elaborazione e la divulgazione di una nuova dottrina, lasciando credere all’ignaro fedele che sia quella autentica sempre insegnata dalla Chiesa.

    Purtroppo la formulazione «Gesù è presente nell’Eucaristia, qui è la Carne di Gesù; Gesù è presente fra voi, è la Carne di Gesù» a suo tempo suscitò fra noi molte perplessità. Tant’è che ne avevamo già parlato [qui]. Ottiene l’effetto di sacralizzare in modo improprio la «carne» degli uomini sofferenti. Può andar bene come slogan (o neppure come tale), ma dalle parole del Papa ci si attende una valenza teologica, chiara ed inequivoca. La “carne dei poveri” è quella di Cristo “per analogia”, mentre nell’Eucaristia abbiamo il Signore Vivo e Vero… E nei poveri non lo adoriamo, ma lo serviamo, dopo averlo adorato e accolto insieme alla sua salvezza nell’Eucaristia. Ma purtroppo il Papa non lo specifica. Avevamo fatto l’ipotesi che potesse darlo per scontato.

    Ma poi lo ha ripetuto ad Assisi e abbiamo formulato successivamente un documento, tradotto anche in inglese [qui] che, insieme a questa formulazione, ne riprende un’altra, anch’essa problematica, sempre inerente all’Incarnazione: «Il Figlio di Dio si è incarnato per infondere nell’anima degli uomini il sentimento della fratellanza. Tutti fratelli e tutti figli di Dio». Cristo Signore non «si è incarnato per infondere nell’anima degli uomini il sentimento della fratellanza», ma per redimerli, da una Croce, dalla schiavitù del peccato originale, ri-generandoli nella Risurrezione, unica ragione che rende possibile ogni autentica fratellanza, che non è quella di conio umanitaristico che emerge da questi discorsi.

    Ecco, credo che queste siano tra le cose che non debemus, non possumus, non volumus tacere. Vi rinvio ad una paziente attenta lettura dei testi di cui ai link, nei quali è stato sviluppato un discorso articolato e senza pressappochismi.

    Pubblicato da mic (04/08/2014)

    © CHIESA E POST-CONCILIO

    Text
    1 nota
    4 settimane fa
  5. Un papato soggiogato

    bergoglionate:

    Quello che sta compiendo Bergoglio rivela un carattere gravemente manchevole a dir poco. Assistiamo ad un sempre più spinto sovvertimento dell’insegnamento dei suoi predecessori, e la dottrina bimillenaria della Chiesa viene costantemente messa tra parentesi, come un fastidio. Quale tipo di…

    (Fonte: effedieffe.com)

    Link
    1 nota
    1 mese fa
  6. L’ennesima scivolata di Papa Francesco celebrata da Introvigne

    bergoglionate:

    image

    di Giorgio Mariano (02/08/2014)

    In un articolo apparso sulla Nuova Bussola Quotidiana del 29 luglio scorso, Massimo Introvigne ha celebrato con entusiasmo il gesto teatrale di papa Bergoglio di recarsi a Caserta presso la nuova sede della chiesa evangelica pentecostale della…

    (Fonte: campariedemaistre.com)

    Link
    1 nota
    1 mese fa
  7. Gli strani silenzi di un papa tanto loquace

    bergoglionate:

    Non una parola per le studentesse nigeriane rapite, né per la pakistana Asia Bibi condannata a morte con l’accusa d’aver offeso l’islam. E poi le udienze negate all’ex presidente dello IOR Gotti Tedeschi, cacciato per aver voluto far pulizia.

    di Sandro Magister (1 agosto 2014)

    image

    (Fonte: chiesa.espresso.repubblica.it)

    Link
    2 note
    1 mese fa
  8. Jean Guitton, amico di sempre di Paolo VI, in un’intervista profetica

    "Freud, Marx e Lutero hanno sostituito nei seminari Tommaso, Ambrogio e Agostino".

    Aldo Cazzullo (11/10/1992)

    «Quel giorno tremavo dall’emozione. Per tutta la vita avevo sognato un Concilio che affrontasse le grandi questioni del Novecento, l’ecumenismo, il progresso, i diritti della donna… E ora ero là, e avrei parlato, primo laico nella storia, a un Concilio della Chiesa cattolica. Sono passati trent’anni…». Jean Guitton, 91 anni, la coscienza critica della cristianità, l’amico di Giovanni XXIII, il confidente di Paolo VI, è commosso. Guarda fuori dalla finestra del suo piccolo appartamento parigino, sui giardini del Luxembourg, a Parigi. Agita una mano fragile, e comincia. «Il Concilio è stato perfetto. Ma l’applicazione… quanti errori. È diminuita la fede. Ha perso vigore la verità. La Chiesa cattolica ha rinunciato a proclamarsi la sola vera Chiesa. Ha pregato assieme ai protestanti, alle altre religioni. Nei seminari Freud, Marx, Lutero hanno preso il posto di Tommaso, Ambrogio, Agostino».

    Per questo Lefebvre se n’è andato?
    Paolo VI e poi Giovanni Paolo II mi avevano incaricato di trovare una soluzione, di evitare lo scisma. Io ho fallito. Parlare di Econe per me è molto doloroso. Perché, in fondo, Lefebvre aveva ragione.

    In che senso aveva ragione?
    La verità non può cambiare. Se è bianca, non può diventare grigia, rossa o marrone. E se la Chiesa possiede la verità, rimane identica a se stessa attraverso la storia. Quando Lefebvre diceva che il Concilio non poteva cambiare l’affermazione solenne della Chiesa sulla verità, diceva cose che dobbiamo condividere. Ma Lefebvre le sosteneva in modo maldestro. Confondeva l’adesione alla Chiesa con l’adesione a un partito. Era uno spirito chiuso.

    Quali sono le altre ombre del post-concilio?
    L’anarchia. Il curato che non obbedisce più al parroco, il parroco al vescovo, il vescovo al cardinale. La catechesi affidata alla gente che passa per strada. Guardi, vicino a casa mia ci sono due parrocchie, Saint-Sulpice e Notre Dame des Champs. E non dicono le stesse cose. Pensi che coerenza può avere una catechesi affidata al primo venuto.

    Il nuovo catechismo risolverà il problema?
    Ecco dov’è il male. Com’è possibile che i cattolici abbiano dovuto attendere trent’anni per sapere cosa è giusto fare, cosa è giusto credere e cosa no? Il nuovo catechismo doveva arrivare tre minuti dopo il Concilio, non dopo trent’anni.

    Vede ancora altre ombre?
    La crisi delle vocazioni. Finito il Concilio, pensavo che i seminari si riempissero. Invece… E poi, siamo arrivati a pensare che basti la sincerità per fare un cristiano. Anche se si è ladri, anche se si è omosessuali. Verità, ci vuole. Pentimento. E fede.

    Ha nostalgia della Messa in latino?
    Sì. In latino ho espresso le emozioni di 60 anni della mia vita di cattolico. Anche Paolo VI soffrì per il cambio di liturgia. Mi disse: dobbiamo sacrificare i nostri sentimenti, per rendere il Vangelo comprensibile a tutti. Aveva ragione. Ma il Concilio non abolì il latino: lasciò libertà di liturgia. Soltanto in seguito la Messa tridentina e’ stata considerata un reperto da museo.

    Quali sono invece le luci?
    Il dialogo. Nei duemila anni prima del Concilio la Chiesa cattolica aveva solo condannato. Ora ha cambiato metodo: non condannare, ascoltare. Il dialogo con i non cattolici continua oggi più che mai: con gli anglicani, con i protestanti; con gli ortodossi, ora che la Russia sovietica è diventata la Russia di San Pietroburgo. Anche i rapporti con l’immenso mondo dei non credenti non sono mai stati così intensi.

    Qual è stata la più bella innovazione del Concilio?
    La libertà religiosa. Ricordo i cardinali spaccati in due partiti. I progressisti dicevano: la religione dev’essere fondata su un atto di libertà. Io ero d’accordo. Sapevo che Sartre aveva affrontato il problema, ma senza risolverlo: perché non c’è libertà senza Dio, non c’è Dio senza libertà. Passò la linea dei progressisti.

    E i conservatori furono battuti. Chi erano?
    Il loro capo era Ottaviani. Uno spirito netto, bello, pulito. Parlava benissimo il latino. Ricordo che dovevamo stabilire quando una famiglia cattolica è numerosa. Qualcuno disse: è numerosa se ha quattro figli. “No, se ne ha dodici!”, urlò lui. “Altrimenti io non sarei nato”. Lo disse in latino, ovviamente.

    Quale altra figura le è rimasta impressa?
    Wiszinsky. Il primate di Polonia era un uomo eccezionale. E di destra.

    E Wojtyla?
    Era il suo allievo. Non so con chi fosse schierato. Sa, nessuno poteva immaginare che sarebbe diventato Papa…

    Perché Paolo VI volle che lei, un laico, prendesse la parola?
    Tra noi c’era un grande affetto, una grande amicizia. È il mistero degli incontri. La prima volta che lo vidi era un 8 settembre, lui era ancora vescovo… fu come un fulmine. Mi fece promettere che ogni 8 settembre sarei andato a trovarlo. Lo feci per 27 anni. Quando divenne Papa gli dissi: “Eminenza, le porto il mio addio”. E lui, gridando: “Ma come, non ho forse un cuore? Non posso più amarla? No, avrò bisogno dei suoi consigli più di prima”.

    Cosa le diceva nei giorni del Concilio?
    La sera del mio intervento mi regalò un orologio, dicendo: “Oggi è stata una giornata storica. Lei porterà questo orologio per ricordare che il tempo non è che un soffio in confronto all’eternità”. Che emozione. Che gioia.

    Cosa le rivelò ancora?
    Che soffriva. Seguiva i lavori su una tv a circuito chiuso. Sentiva nel suo cuore le divisioni dei cardinali, sapeva delle manovre.

    Chi manovrava? I conservatori o i progressisti?
    Entrambi. C’erano 2000 vescovi. In ogni parlamento ci sono uomini abili che tentano con sistemi più o meno corretti di influenzare gli altri.

    Cosa ricorda della fine del Concilio?
    Ora che mi resta poco da vivere posso farle una confidenza. Paolo VI sognava di morire sul campo di battaglia. La responsabilità lo schiacciava. Un giorno mi disse: “Diamoci un appuntamento dopo la morte”. Era l’uomo più solo del mondo. Erano soli, lui e Dio. Lo capisco, il Concilio è stato l’evento del secolo. Me lo disse anche De Gaulle. Io lo lodavo: “Lei ha salvato la Francia”. E lui: “Ma lei ha partecipato al Concilio”.

    Sono stati trent’anni difficili per la Chiesa. Oggi possiamo ancora dirci cristiani?
    I nostri anni sono il trionfo della violenza, l’apoteosi del sesso, della televisione, del denaro. Il più grande nemico del cristianesimo non è l’ateismo. Quello si vede, si tocca. Il nemico invisibile è l’indifferenza.

    E il consumismo, il capitalismo?
    Il capitalismo è come la sua cravatta. Posso usarla per abbellire il suo abito. Oppure per strangolarla.

    Lei ha detto che il comunismo non è morto, e risorgerà in qualche altra forma.
    Le dirò di più. Il comunismo non è di per sé contro il cristianesimo. Lo diventa quando sostiene l’ateismo. I primi cristiani avevano i beni in comune.

    E il cristianesimo, rischia di morire?
    La Chiesa attraversa una crisi terribile. Ma la crisi è la sua condizione esistenziale. Dio vuole così. La Chiesa era in crisi già quando Giovanni scriveva l’Apocalisse. Ma quando al mondo fosse rimasto anche un solo cristiano, la Chiesa vivrebbe con lui. Vede, la nostra è l’età del degrado. È come tirare con l’arco. La freccia deve tendersi all’indietro per schizzare in avanti. Ecco, noi oggi siamo compressi all’indietro. Ma siamo alla vigilia di grandi cambiamenti. Il prossimo secolo sarà l’era della nuova evangelizzazione, e la luce tornerà a illuminare la Chiesa. Ma i miei occhi non faranno in tempo a vederla.

    © LA STAMPA

    Text
    1 nota
    1 mese fa
  9. Perché un sinodo sulla famiglia?

    A leggere l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium in combinato disposto con il famoso discorso programmatico tenuto dal cardinale Kasper sulle prospettive del sinodo, che tanto ha fatto discutere, e poi l’Instrumentum Laboris, si potrebbe pensare che la famiglia si prepara a ricevere forse un colpo mortale, o meglio, data la situazione attuale, il colpo di grazia.

    di Patrizia Fermani (25/07/2014)

    Si risponderà che la famiglia è sotto un attacco tanto potente, sferrato da tempo su più fronti, da fare temere per la sua stessa sopravvivenza. E dunque è ovvio che la Chiesa concentri la propria attenzione su questo pilastro insostituibile per il singolo e per la società. E’ anche vero che tutte le questioni più scottanti riguardanti la famiglia sono già state affrontate e approfondite in atti del Magistero ben prima che entrassero nella discussione corrente. Ma di tutto ciò ben poco, se non nulla, pare sia arrivato ai fedeli attraverso l’insegnamento e la predicazione dei sacerdoti, evidentemente impegnati su altri fronti e interessati ad altre questioni. E ben poco sia entrato nelle direttive diocesane.

    Per questo il Sinodo si è posto un obiettivo pastorale, e in vista di esso è stato diffuso per l’orbe terracqueo cattolico un questionario volto a misurare la effettiva diffusa conoscenza dei nuovi problemi che investono la famiglia, le eventuali opinioni che su di essi si siano formate nei diversi contesti geografici, le soluzioni proposte, nonché le aspettative nei confronti della Chiesa. Su questa base è stato elaborato l’Instrumentum Laboris, che servirà da base di discussione per l’assemblea dei vescovi. Il tutto per rendere più efficace l’insegnamento dei pastori laddove esso risulti inadeguato e deficitario. Fermo restando che i contenuti di tale insegnamento non possono non essere quelli immutabili della dottrina cattolica.

    Il proposito, dunque, sembra più che apprezzabile.

    Sennonché molti fattori hanno concorso, nell’ultimo anno e negli ultimi tempi in particolare, ad insinuare dei dubbi sulla effettiva determinazione della Chiesa di mantenere fermo il proprio deposito dottrinale. In primo luogo è infatti innegabile come lo stesso Bergoglio, attraverso una miriade di interventi estemporanei, abbia incoraggiato l’idea che proprio il principio della stabilità dottrinale possa essere messo in discussione. In particolare, la Istruzione apostolica Evangelii Gaudium potrebbe costituire una seria ipoteca posta sul prossimo sinodo sulla famiglia, e così pure lo stesso Instrumentum Laboris.

    Infatti, a leggere l’esortazione apostolica in combinato disposto con il famoso discorso programmatico tenuto dal cardinale Kasper sulle prospettive del sinodo, che tanto ha fatto discutere, e poi l’Instrumentum Laboris, si potrebbe pensare che la famiglia si prepara a ricevere forse un colpo mortale, o meglio, data la situazione attuale, il colpo di grazia.

    Vale la pena di percorrere anche superficialmente questo itinerario per verificare se tali preoccupazioni possano dirsi fondate, a cominciare dall’Evangelii Gaudium e da quei punti salienti del documento che non lasciano molto spazio all’interpretazione.

    Dopo l’enfasi gioiosa dei paragrafi introduttivi, si capisce ben presto che il gaudio travolgente non ci verrà tanto dalla forza dell’Evangelo in sé, quanto da una sua interpretazione profondamente innovativa, ritenuta ormai imprescindibile. E siamo subito avvertiti, a scanso di equivoci, che “qualunque enunciato della Chiesa, in quanto totalità del popolo che evangelizza, deve essere riconosciuto come di iniziativa divina”. Abbiamo dunque due proposizioni: da un lato si dice che la Chiesa è la totalità del popolo che evangelizza e, dall’altro, che l’iniziativa è comunque di Dio. Anche se il “popolo di Dio” e la sua diffusa vocazione sacerdotale è il noto e accreditato stereotipo conciliare, sfugge il senso di un popolo che è allo stesso tempo autore e destinatario della evangelizzazione. Il mandato di Cristo di annunciare il Vangelo era dato agli Apostoli quale minoranza che aveva avuto il privilegio e il munus di essere depositaria dell’annuncio vero ricevuto direttamente dal Suo Autore. Destinatari erano tutti quelli che avrebbero dovuto convertirsi e credere al Vangelo. Una distinzione di ruoli è nella logica delle cose.

    Inoltre ci si deve chiedere se bisognerà riconoscere come di iniziativa divina anche le strade storte che il popolo possa imboccare, a meno di ritenere che, per il principio di immanenza, qualunque strada scelta dal popolo di Dio sia buona, compresa quella del vitello d’oro. Non per nulla Ratzinger, spiegando il significato veterotestamentario del “popolo di Dio”, lo identificava in Israele che esce per cercare Dio e lungo il cammino costruisce quel vitello d’oro che sarà poi distrutto da Mosè.

    Intanto, sempre secondo l’esortazione, per rendere effettivo tale impellente rinnovamento occorre una “conversione” del papato, da realizzarsi anzitutto con un decentramento ai vescovi di questioni anche dottrinali. A sua volta, l’episcopato deve seguire il gregge che con l’olfatto sa imboccare le strade giuste perché è aiutato dallo Spirito Santo a riconoscere i “segni dei tempi”. Insomma, per la proprietà transitiva, anche le questioni dottrinali sono affidate al gregge dietro al quale si metteranno in buon ordine vescovi e pontefice. Il gregge audace e creatore (meglio dire creativo) deve rompere gli schemi (33). Infatti “Cristo può anche rompere gli schemi noiosi nei quali pretendiamo di imprigionarlo e ci sorprende con la sua costante creatività divina” (11).

    Ora, la creatività di Dio Padre Onnipotente è fuori discussione. Un po’ meno immediata quella del Figlio, che non fa la Propria ma la Sua Volontà. Anzi, come scriveva ancora J. R. in “Dio e il mondo”, “i comandamenti acquistano una forma definitiva con Cristo che vi svela il volto del Padre”. Ma il cattolicesimo di Bergoglio è quello protestantizzato dal Concilio che ha sostituito al Padre creatore l’uomo creativo, appunto, di cui Gesù rappresenta il modello supremo. Così Egli, per certa cultura del progressismo nostalgico ancora duro a morire, è potuto diventare persino il primo rivoluzionario marxista della storia, precursore del Che, e prima di Emiliano Zapata e di Pancho Villa, forse anche modello per la Ibarruri, o magari per Ulrike Meinoff, sempre capace di indicare a tutti trionfalmente il sendero luminoso di una salvezza tutta terrena.

    In questa prospettiva dovremmo dunque trovare le strade nuove (31) dove ci conduce il mito della libertà fine a se stessa, che ha soppiantato come valore assoluto la verità.

    La libertà richiede che si eliminino i divieti (33) secondo il dogma sessantottino del “vietato vietare” che tanti frutti culturali e morali ha portato alla civiltà occidentale. Quindi bisogna previamente liberarsi dalle norme, quantomeno da quelle che limitano appunto la libertà, e dai lacci della dottrina (39), l’attaccamento alla quale dà luogo nientemeno che ad un elitarismo narcisista (93). In secondo luogo dai superati precetti ecclesiali (42) “che possono essere stati molto efficaci in altre epoche ma che non hanno più la stessa forza educativa come canali di vita”, e dal correlativo linguaggio tradizionale (41). Bisogna guardare al progresso del mondo attuale che si dipana in ogni campo, compreso quello della educazione (sic!), altrimenti si finisce per andare contro i bisogni concreti della storia (95).

    L’idea portante ossessivamente ripetuta è dunque quella della necessità di liberarsi dalla legge (45), perché il cuore del Vangelo è l’amore salvifico di Dio e non la sua verità (36). Infatti anche il Vaticano II “ ha posto una gerarchia delle verità nella dottrina cattolica e questa gerarchia vale per i dogmi come per l’insegnamento morale”.

    Dunque bisogna liberarsi dalla idea obsoleta che ci sia una verità da imporre a tutti, perché la verità non va imposta (165), “ma semplicemente proposta”, di certo in omaggio al principio del pluralismo democratico. Ne emerge la confusione insanabile tra la questione di metodo e quella di contenuto, mentre si sostituisce il principio liberale della libertà del consenso, che prescinde dal fondamento etico oggettivo della verità proposta e rinuncia preventivamente a farla valere anche qualora essa sia la condizione per la salvezza. Eppure ad un bambino non chiedo se è d’accordo sulla necessità di assumere l’antibiotico per curare la polmonite. Glielo do e basta.

    Apprendiamo poco dopo che anche le verità (come ha insegnato il marxismo e il Corano) possono essere diverse, che di volta in volta bisogna utilizzare quella funzionale alle contingenze del caso, e che comunque esiste anche una gerarchia delle verità (36) secondo la quale bisogna dare spazio a quelle ritenute più importanti, per la metafisica bergogliana. Sul punto viene chiamato in causa persino S. Tommaso. Solo che il malcapitato dottore angelico, lungi dall’avere sostenuto la gerarchia delle verità, che avrebbe contraddetto la sua intera filosofia, ha osservato che c’è una gerarchia delle virtù, cosa che è evidentemente, tutt’altra storia.

    Data la molteplicità delle verità, non bisogna “rinchiudersi nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili”. Ed ecco espresso in modo lapidario un altro asse portante del pensiero di Bergoglio, secondo il quale con la norma va abolito, ovviamente, anche il giudizio. La conclusione è inevitabile, perché se viene meno la norma sulla quale va modellato il comportamento viene meno anche il criterio per poter giudicare. Ma non in virtù del presunto dettato evangelico. Infatti è evidente come la domanda retorica che servirà al vescovo di Roma per passare alla storia si fonda su una lettura rovesciata del passo di Giovanni 17,24 che raccomanda di giudicare non secondo il punto di vista personale, ma secondo ciò che è giusto (katà ten dikaian krisin).

    Giovanni non interdice affatto la possibilità di giudicare, che sarebbe come interdire la possibilità di distinguere tra il bene e il male, ma riafferma come il solo criterio vero di giudizio sia quello fornito da ciò che è giusto. E l’unico criterio di giustizia oggettivamente valido è ovviamente la legge divina, proprio quella della quale invece siamo invitatati ora a disfarci con tanta insistenza. La norma pone l’esigenza dell’osservanza e la trasgressione quella del giudizio. Tertium non datur. E abolita la norma e il giudizio sulla trasgressione viene abolito anche il peccato, che per il Vangelo della famiglia altro non è se non la violazione delle norme della creazione. E di tale abolizione avremo conferma programmatica, come vedremo, proprio attraverso l’Instrumentum Laboris.

    Intanto è confortante andare a rileggere le belle pagine con cui l’arcivescovo di Monaco che diventerà Benedetto XVI affrontava con fede intatta e bellezza di pensiero il tema de quo.

    Sempre dall’Evangelii Gaudium apprendiamo che, se bisogna liberarsi dal miraggio di una verità assoluta, altrettanto pericolose sono le “verità soggettive” dei “neopelagiani”, che “si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme e sono fedeli ad un certo stile cattolico proprio del passato” con la relativa “presunta sicurezza dottrinale e disciplinare” (94).

    A questo punto l’orizzonte ermeneutico si fa sempre più chiaro: non rimane che affidarsi allo spirito del tempo.

    Non manca un qualche riferimento specifico al tema della famiglia laddove al numero 66 vengono citati i vescovi francesi secondo i quali il matrimonio “nasce dalla profondità dell’impegno assunto dagli sposi che accettano di entrare in una comunione di vita totale”. Un po’ poco per il matrimonio cattolico che quell’impegno lo intende perpetuo, ma quanto basta per fare entrare nello schema anche altre forme di comunione di vita.

    Colpisce infine come a proposito dell’omicidio, quale contravvenzione ad una norma fondamentale della convivenza umana, vengano menzionate le vittime della povertà, ma non quelle dell’aborto.

    L’Evangelii Gaudium contiene molte cose succose anche nella parte successiva, ma fin qui ce n’è già a sufficienza per indirizzare il Sinodo sulla famiglia verso la liberazione dai principi regolatori di matrimonio, filiazione e doveri relativi, cioè ci sono tutti i presupposti per arrivare al Sinodo senza il fardello della legge posta dalla Creazione, e dal peccato che segna la sua violazione.

    In seguito è venuta la sconcertante relazione del cardinale Kasper al Concistoro straordinario sulla famiglia del 20 febbraio 2014. Una sortita non casuale e non irrilevante da parte di chi tiene entrambe le chiavi del cuore di Federigo come Federigo stesso ha tenuto a far sapere urbi et orbi quando nel primo angelus lo ha eletto a proprio alter ego teologico. E Kasper, dopo una vita passata in seconda fila a cercare di contrastare il pensiero cattolico ratzingeriano, ora recupera con malcelata euforia il tempo perduto. (Per una esposizione esauriente della teologia Kasperiana, quale è espressa nella Relazione basta leggere quanto scrive Danilo Castellano nel numero di aprile di “Instaurare Omnia in Christo”). Le premesse di quel discorso erano già tutte in una sua opera del 1975 intitolata “Fede e storia” in cui si legge fra l’altro: “la realtà di un mondo senza Dio, di fronte alla quale ci troviamo, è in parte solo la reazione ad un Dio senza mondo”. La tesi è che il male del mondo dipende dalla inveterata pretesa della Chiesa di imporre Comandamenti e Vangelo secondo una interpretazione estranea alla vita della comunità cristiana e che essa sola può essere maestra a se stessa. È la stessa idea che troviamo nell’Evangelii Gaudium: del gregge che può lasciarsi alle spalle la guida, per affidarsi al fai da te. Dunque, i mali della secolarizzazione sarebbero venuti anche dalla sfiducia della Chiesa verso il mondo, una sfiducia che le ha impedito di coglierne i “valori” e la capacità di autoregolarsi. Una cecità imperdonabile che Bruno Forte, anche lui in grande ascesa nel firmamento bergogliano, attribuiva persino – guarda un po’ – alla esasperata accentuazione del sacro della Chiesa preconciliare ( La Chiesa della Trinità).

    Su quelle premesse Kasper ha portato l’attacco a tutti quei principi e a quelle regole ritenute prive di una base scritturale e comunque inadeguate allo spirito del tempo. Quello che si avvia ad essere identificato con lo Spirito Santo.

    In definitiva, questa teologia “cattolica” non ha trovato di meglio che addossare il misterium iniquitatis, che è esploso con inaudita violenza nel novecento e prosegue ora in altre forme più subdole, alla inadeguatezza dei precetti piuttosto che alla loro violazione.

    Ora, tale teologia, dopo avere riabilitato il mondo, decide che il male non esiste perché il mondo è hegelianamente anche buono e non va corretto, ma accarezzato in un dialogo permanente di condivisione semi amorosa. Perché il mondo, come diceva ancora Bruno Forte, “riconosciuto come il luogo del Vangelo nella storia è diventato partner del dialogo della salvezza”. Insomma la realtà è capace di governare se stessa attraverso una fede fatta su misura.

    Messe da parte le norme perché nocive, e riabilitato il mondo, manca soltanto la formalizzazione di un nuovo codice che sancisca la pace ufficiale tra Chiesa e mondo e un patto di non belligeranza.

    Proprio a questo potrebbe provvedere il Sinodo sulla base di quanto ha predisposto l’Instrumentum Laboris, preceduto come abbiamo visto dal famoso questionario che, come efficace strumento di marketing, può servire le eventuali finalità di adeguamento alle leggi di mercato.

    Il documento può sembrare innocuo a chi, aprendolo a caso, vi legga i numerosi riferimenti alla consolidata dottrina della Chiesa sulla famiglia e sui temi limitrofi.

    Dunque nulla di nuovo sotto il sole? Purtroppo no. Perché, attraverso un percorso tortuoso quanto ambiguo, emerge l’intento di assecondare le ansie creative e innovative dell’Evangelii Gaudium e di superare proprio l’ostacolo di quella dottrina parte del depositum fidei che, se non può essere abrogata per decreto, deve essere relegata in una teca a lato, in funzione ornamentale come è avvenuto per il tabernacolo nella chiesa postconciliare.

    Infatti, poiché il depositum fidei che riguarda l’etica della famiglia si radica nella legge naturale, è proprio questa che viene attaccata frontalmente.

    L’operazione è disarmante nella sua quasi patetica evidenza: poiché il vangelo della famiglia si fonda sulla legge naturale, che nel pensiero cristiano coincide con la legge di Dio, e poiché è prematuro cambiare quest’ultima, si cambia il contenuto della legge naturale come se fosse cosa diversa dalla prima.

    Si parte dal presupposto che essa sia divenuta ostica agli intervistati, come lo è probabilmente anche agli intervistatori. La sua “inattualità” sarebbe poi dimostrata dal fatto che viene contestata attraverso la pratica massiccia del divorzio e la diffusione delle famiglie allargate. Che non ne viene più compreso il significato anche da chi di fatto la osserva, mentre in altri casi è del tutto ignorata, come accade per le popolazioni aborigene che con le loro usanze la contraddicono.

    Non vale la pena di soffermarsi sulla confusione tra natura, contenuto e applicazione della legge naturale che emerge da queste e da altre osservazioni sparse nel testo, e che potrebbe essere anche intenzionale. Quello che emerge in modo preoccupante è infatti il disegno dichiarato di sostituire la legge naturale con tutt’altra cosa, con la sua contraffazione laica e razionalistica.

    La base programmatica di questa operazione la si trova ai n. 20 e 21 e al rinvio a quanto già enunciato dalla Commissione Teologica Internazionale nel 2009 (35) in un documento intitolato non a caso “Alla ricerca di un’etica universale: nuovo sguardo sulla legge naturale”. Qui dunque si afferma che “la relazione tra Vangelo della famiglia e legge naturale poggia sul necessario rapporto tra il Vangelo e l’umano in tutte le sue declinazioni storiche e culturali. La legge naturale risponde così all’esigenza di fondare sulla ragione i diritti dell’uomo e rende possibile un dialogo interculturale e interreligioso e di fondare la pace universale”. E poiché si dice che attualmente “la legge naturale non è più da considerarsi universale perché non esiste più un sistema di riferimento comune”, è evidente come suo elemento essenziale sia divenuto anche per il Magistero la universalità assicurata da un sistema di riferimento comune esterno, quello del fascio dei “diritti dell’uomo” fondati sulla ragione e codificati dalla nuova morale laica sovranazionale alla quale tutti devono guardare. Quella aggiornata alle svariate Dichiarazioni dei Diritti e dalle Costituzioni buone per ogni apertura alle pretese di tutti e ai doveri di nessuno.

    Eppure, come diceva Benedetto XVI, per la Chiesa la legge naturale “è quella indicazione interiore che si riverbera in noi dalla creazione”. Ed è compito della evangelizzazione portare gli uomini a scoprirne il contenuto, laddove essi non l’abbiano riconosciuto. Essa è tale non perché osservata statisticamente dal maggior numero di persone possibile, ma perché ha il valore intrinseco datole dalla Provvidenza divina. E la legge giusta deve essere riconosciuta anche se non obbedita, perché preesiste alla obbedienza dell’uomo e rimane oltre la sua disobbedienza. Ci si dimentica che la legge naturale che si manifesta nel logos cristiano non ci dice ciò che facciamo, ma ciò che dobbiamo fare. Essa opera sul piano della obbligazione morale, è la traduzione di un imperativo che sussiste indipendentemente dalle statistiche sulla sua osservanza e che dovrebbe essere svelato anche a chi non è stato in grado di riconoscerne il valore proprio attraverso la missione evangelizzatrice. Perché, cosa significa mai portare la buona Novella se non indicare la via di salvezza? Quella che richiede di essere intrapresa per il bene del singolo e della collettività anche se non risparmia le difficoltà e non riceve una ricompensa esistenziale immediata?

    La sofferenza stessa della vita, che l’uomo moderno cerca di allontanare e di eludere pateticamente, diventa sopportabile solo se sentita come parte di un disegno guidato comunque da una Provvidenza che sa e vede oltre quello che noi riusciamo a vedere e di cui ci possiamo dare ragione. Ma la Provvidenza è uscita ormai da tempo dal sentire e dal linguaggio comune e se ne è perduto il significato profondo per gli uomini che, non riconoscendone più il mistero, non trovano più neppure le risorse morali per portare il fardello della esistenza.

    Eppure prendiamo atto di questa trovata surreale che ha già fatto la sua strada: dovendo disfarsi della Legge divina che le impedisce di abbracciare il mondo, la Chiesa si mette sotto il controllo di una legge e di un potere oscuri, che sono di per sé incontrollabili. Sposa la legge del mondo nella sua forma falsamente giuridica e falsamente morale dei Diritti Umani, che si legittimano per il fatto di chiamarsi umani e si impongono per l’aggettivo intimidatorio che li dice inviolabili. Come quello di uccidere il proprio figlio e di rinnegare in via anagrafica la propria maternità. Perché la loro “umanità” discende semplicemente dall’essere ciò che l’uomo via via immagina di poter pretendere. Eppure quell’aggettivo è suonato suggestivo e al suo fascino neppure un Wojtyla è riuscito a sottrarsi.

    Quello delle dichiarazioni universali dei diritti umani è l’ultima spiaggia cui è approdata un’idea di legge naturale antitetica a quella cristiana di legge divina data all’uomo per la sua salvezza e iscritta, prima ancora che nel suo cuore, dove spesso fa fatica a d essere individuata, nel quadro della creazione, dove non può fare a meno di essere letta attraverso il racconto biblico e l’insegnamento di Cristo.

    La legge naturale identificata con il plafond dei diritti umani è la negazione stessa dello orizzonte cattolico, sia sotto il profilo concettuale, sia per le conseguenze nefaste che l’allargarsi aberrante di essi produce ai danni della comunità umana, sia per il loro vizio di origine e per la trama di equivoci che si va aggravando col tempo attorno ad essi.

    Il vizio di origine consiste nel fatto che sulla scia delle fluviali Dichiarazioni e Costituzioni che li hanno consacrati, i “diritti” sono andati a sostituire il “diritto”, oscurandone la funzione e stravolgendone il significato.

    Diritto è ciò che l’uomo si dà per tutelare una esperienza e una sapienza acquisita a fatica, ma riconosciuta come un bene irrinunciabile da preservare e tramandare a vantaggio di tutti. E’ la sapienza acquistata da una collettività, non senza fatica, per regolare la propria vita comunitaria. Il diritto preserva un sistema di valori riconosciuti attraverso la composizione delle aspirazioni individuali, le pretese che vengono compensate dagli impegni assunti in cambio nei confronti degli altri, cioè attraverso la rete dei diritti e dei doveri. E a garantire la irrinunciabilità e sacralità di quei valori c’è la legge divina, scritta e sentita come garanzia superiore di giustizia.

    Ma già i prototipi di tali Dichiarazioni, a cominciare da quella francese, hanno spostato tutto il peso sulle pretese quali realizzazioni della libertà eletta a bene e dono principale dell’uomo. Una libertà che non soffre limitazioni e restrizioni per non perdere il proprio significato di emancipazione da ogni finitezza e da ogni fatica. Per trovare una solida base di ancoraggio, i diritti, al pari di tutto il “diritto”, avrebbero dovuto guardare alla “natura umana” nello orizzonte di una società ricivilizzata dal Cristianesimo. Da una teologia che vede l’uomo come colui che riceve da Dio il proprio status e i doni di creatura eletta ma decaduta per l’atto di disobbedienza.

    Ma una volta staccato il legame ideale con la paternità divina, l’uomo è figlio di se stesso e lo stato è la sua proiezione ipostatizzata: ora i diritti umani sono quelli che l’uomo si attribuisce attraverso le leggi dello Stato, attraverso le Costituzioni.

    Quando poi anche lo Stato svapora in una entità sovranazionale, in un potere senza più volto e senza responsabilità, inafferrabile quanto invasivo, al quale non possiamo neppure ribellarci per l’impossibilità di identificare il bersaglio, diritto umano diventa un contenitore al quale questo potere senza volto concede l’accesso purché sia funzionale allo allargamento del proprio spazio di controllo universale. Ogni pretesa degli umani che il potere senza volto acconsente di inserire nella gora dei diritti diventa diritto umano, dove l’attributo non ha un contenuto di valore ma sta ad indicare soltanto il beneficiario umano immediato, anzi particolare.

    Dalla aspirazione alla trascendenza ideale del diritto come qualificante i valori oggettivi riconosciuti dalla società umana, si è passati alla contabilizzazione di pretese contingenti funzionali agli egoismi particolari, ma anche a poteri sconosciuti.

    Se la Chiesa si metterà al servizio di tutto questo, non avrà più nulla da dire e nessun motivo di esistere.

    Dopo le proposizioni di fondo l’Instrumentum Laboris abbozza incidentalmente quelle indicazioni che sembrano più in sintonia con i risultati del questionario.

    Si va dalla critica implicita alle comunità parrocchiali in cui si coglie il rifiuto per i divorziati e genitori single (omosex?), a quella per la Chiesa che esclude e non accompagna, mentre al n. 80 arriva la citazione diretta dell’E.G . in cui viene raccomandato di tenere aperta la casa del Padre “…con il rifiuto di una visione legalistica superata dalla misericordia che deve curare le ferite”. E dopo una rassegna dettagliata delle tante situazioni aberranti venutesi a creare, e delle loro conseguenze, si fa notare come molte Conferenze sottolineino la “necessità che la Chiesa eserciti una più ampia misericordia, compassione, clemenza ed indulgenza, più attenzione e separati e divorziati” (92) mentre gli omosessuali debbono essere accolti con rispetto, compassione delicatezza, mentre, non a caso, al n. 111 viene riferita la approvazione crescente per le leggi che regolarizzano le unioni omosessuali. Segue al n.118 l’auspicio di un giusto “equilibrio tra accoglienza misericordiosa e accompagnamento graduale verso una autentica maturità cristiana e umana”.

    Che significato sia da attribuire alla raccomandazione di usare “delicatezza” verso gli omosessuali è difficile dire. Si tratta forse di una nuova virtù teologale ad hoc? Di certo non si accorda con la pretesa normalità, e connessa libertà, della propria condizione, che gli omosessuali brandiscono per estorcere a proprio favore da una società moralmente disarmata surreali benefici giuridici. E si accorda ancora meno con i tentativi ormai quasi riusciti delle loro potentissime lobby internazionali di impossessarsi della innocenza e della libertà e della vita di intere generazioni da sottrarre alle famiglie per avviarle al panomosessismo.

    Infatti fra tanta misericordia non si dice nulla sulla minaccia che questi movimenti, organizzati capillarmente su scala internazionale, stanno traducendo nella imposizione dei devastanti programmi di educazione sessuale e di tutte le aberrazioni che la nuova cultura della libertà senza luce di ragione ha imposto inalberando proprio la bandiera dei “diritti umani”.

    Al n. 138 arriva poi la quadratura del cerchio: di fronte a quelle realtà familiari che possono essere definite come irregolari (l’eufemismo è d’obbligo se viene meno il criterio per definirle come peccaminose), si raccomanda di non generare nei bambini e ragazzi coinvolti l’idea di una discriminazione dei loro genitori, nella consapevolezza che “irregolari sono le situazioni, non le persone”.. La spiegazione finale riassume un po’ tutte le distorsioni logiche e purtroppo anche teologiche che hanno eroso il pensiero cristiano, e che in questi atti magisteriali sfiorano il grottesco. La famosa invenzione roncalliana della separazione ontologica tra peccato e peccatore, escogitata come sappiamo per i brutali motivi di una avventata politica ecclesiastica, hanno fatto fortuna al punto di sedurre anche tanti ignari di strategie politiche. Le azioni si distinguono dai fatti, in quanto sono il frutto della coscienza e della volontà dell’uomo, che ne acquista così la paternità e anche la responsabilità. Tanto che sia l’inferno sia le patrie galere hanno sempre ospitato peccatori e rei, e non peccati e reati. Ora, se non si vuol più avere a che fare con i peccatori, bisogna abolire il peccato e prima ancora la legge. Ma se la legge viene abolita, nessun peccato può sopravvivere, neppure la corruzione, l’evasione fiscale, l’ingiustizia sociale o il tradizionalismo liturgico dei neopelagiani..

    L’evangelizzazione di cui si parla con una frequenza inversamente proporzionale alla comprensione del suo significato reale non può consistere nell’adeguare l’annuncio alla realtà come si vorrebbe, come se la realtà avesse inglobata anche la propria sapienza, cosa che lo renderebbe del tutto inutile, ma deve porsi come ciò che guida le esistenze e le aiuta a tenere una direzione. È l’indicazione della via vera da percorrere, non il monitoraggio a scopo statistico di quella che viene percorsa.

    Ecco invece che l’instrumentum laboris, mentre compie questo monitoraggio rilevando proprio quale sia la perdita dello orientamento nella comunità cristiana e mentre riconosce che sia venuta meno la solida mano della Chiesa, si propone quale rimedio un adeguamento del linguaggio “in modo da comunicare i valori del Vangelo in modo comprensibile all’uomo di oggi”. Ma va da sé che, se di un nuovo Vangelo della famiglia si deve trattare in virtù dell’afflato creativo dell’Evangelii Gaudium e della teologia Kasperiana, il nuovo linguaggio posto a “migliorare il quadro concettuale di riferimento” (sic!) altro non è se non un adeguamento della dottrina alla prassi, anzi una dimenticanza della dottrina tout court.

    Non ci si propone di riavvicinare la prassi alla dottrina attraverso la pastorale, ma con una operazione inversa, creare una nuova dottrina dettata dalla prassi e agevolata dalla pastorale.

    Ecco perché il Sinodo sulla famiglia minaccia di essere il trampolino di lancio non solo di una nuova pastorale, ma di una nuova teologia. Anzi di una nuova religione: quella elaborata nelle stanze delle ineffabili organizzazioni internazionali che, oltre a vegliare sul nostro benessere materiale, ci assicurano anche una luminosa vita spirituale omologata, su delega espressa della Chiesa Cattolica.

    © RISCOSSA CRISTIANA

    (Fonte: riscossacristiana.it)

    Text
    1 nota
    1 mese fa
  10. “La Chiesa non è un sanatorio”. Oltre la misericordia c’è di più.

    cristianesimocattolico:

    image

    di Matteo Matzuzzi (25 Luglio 2014)

    “San Tommaso d’Aquino ha affermato che la misericordia è precisamente il compimento della giustizia, perché con essa Dio giustifica e rinnova la creazione dell’uomo. Pertanto, non dovrà mai essere una scusa per sospendere o rendere invalidi i comandamenti e i sacramenti. In caso contrario, saremmo in presenza della pesante manipolazione dell’autentica misericordia e perciò, anche di fronte al vano tentativo di giustificare la nostra indifferenza verso Dio e gli uomini”. E’ così che deve essere intesa la misericordia secondo il cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto della congregazione per la Dottrina della fede. In vista dei prossimi sinodi sulla famiglia, il porporato tedesco ha consegnato le sue riflessioni a una lunga conversazione con Carlos Granados, direttore delle edizioni spagnole Bac, da oggi in libreria in un piccolo volume, “La speranza della famiglia” (Edizioni Ares). Di misericordia s’è abbondantemente parlato dopo la relazione concistoriale del cardinale Walter Kasper, che per i divorziati risposati desiderosi di riaccostarsi all’eucaristia ha invocato misericordia, dal momento che “tramite la penitenza chiunque può ricevere clemenza e ogni peccato può essere assolto”, ogni ferita può essere curata nell’ospedale da campo le cui tende furono piantate nell’intervista di Francesco alla Civiltà Cattolica – “L’immagine dell’ospedale da campo è molto bella”, dice Müller, ma “non possiamo manipolare il Papa riducendo a questa immagine tutta la realtà della chiesa. La Chiesa in sé non è un sanatorio: la Chiesa è anche la casa del Padre”.

    image

    E’ vero, assicura il custode dell’ortodossia cattolica, che “Dio perdona anche un peccato tanto grave come l’adulterio; tuttavia non permette un altro matrimonio che metterebbe in dubbio un matrimonio sacramentale già in essere, matrimonio che esprime la fedeltà di Dio. Fare un simile appello a una presunta misericordia assoluta di Dio, equivale a un gioco di parole che non aiuta a chiarire i termini del problema. In realtà – aggiunge il capo dell’ex Sant’Uffizio in una delle frasi sfuggite alla lunga anticipazione pubblicata da Avvenire – mi sembra che sia un modo per non percepire la profondità dell’autentica misericordia divina”. Visioni diametralmente opposte, dunque, che portano Müller a dirsi sorpreso dell’impiego “da parte di alcuni teologi, dello stesso ragionamento sulla misericordia come pretesto per favorire l’ammissione ai sacramenti dei divorziati risposati civilmente”. Il principio della misericordia, osserva ancora, “è molto debole quando si trasforma in un unico argomento teologico-sacramentale valido. Tutto l’ordine sacramentale è precisamente opera della misericordia divina, ma non lo si può annullare revocando lo stesso principio che lo regge. Al contrario, un errato riferimento alla misericordia comporta il grave rischio di banalizzare l’immagine di Dio, secondo cui Dio non sarebbe libero, bensì  sarebbe obbligato a perdonare”. E’ vero, sottolinea il prefetto, che Dio non si stanca mai di perdonare e di offrirci la sua misericordia, ma “il problema è che noi ci stanchiamo di chiederla”. E poi, “oltre la misericordia, anche la santità e la giustizia appartengono al mistero di Dio. Se occultassimo questi attributi divini e si banalizzasse la realtà del peccato, non avrebbe alcun senso implorare per le persone la misericordia di Dio”.

    Il cardinale Müller tocca poi un altro punto delicato, la grande sfida della relazione tra dottrina e vita, anche in seguito alle richieste di adattamenti dell’insegnamento cattolico in fatto di morale sessuale alla realtà pastorale. “Si tratta di un malinteso, come se la dottrina fosse un sistema teorico riservato ad alcuni specialisti di teologia. No, la dottrina, oltre alla Parola di Dio, ci dà la vita e la più autentica verità della vita. Non possiamo confessare dottrinalmente che ‘Cristo è il Signore’ e poi non compiere la sua volontà”. Si cerca, insomma, di “rendere la dottrina cattolica come una specie di museo delle teorie cristiane: una specie di riserva che interesserebbe solamente qualche specialista” e “il severo cristianesimo si starebbe convertendo in una nuova religione civile, politicamente corretta, ridotta ad alcuni valori tollerati dal resto della società. In tal modo, si otterrebbe l’obiettivo inconfessabile di alcuni: accantonare la Parola di Dio per poter dirigere ideologicamente l’intera società”. Gesù, spiega il porporato, “non si è incarnato per esporre alcune semplici teorie che tranquillizzino la coscienza e in fondo lascino le cose come stanno senza alterare l’ordine costituito”. Non si può, insomma “andare la mattina in chiesa e il pomeriggio in un bordello, come una specie di sintesi schizofrenica tra Dio e il mondo, come se si potesse vivere nella casa di Dio il mattino e nella casa del diavolo la sera”.

    © FOGLIO QUOTIDIANO

    (Fonte: ilfoglio.it)

    Text
    1 nota
    1 mese fa