La Cristianità come l’antico Israele rifiuta Dio come suo re per seguire un re umano.

di Cesare Maria Glori (16/01/2014)

La prima lettura della Santa Messa del giorno 17 gennaio narrava della richiesta del popolo ebraico di darsi un re seguendo l’esempio delle altre nazioni. Dio parlò al profeta Samuele, cui era stato richiesto dal popolo di designare la persona giusta e gli disse che di fronte alla pervicacia della sua gente avrebbe permesso che quel desiderio si avverasse. Dio faceva notare che il popolo ebraico, che aveva già il suo re nel suo Dio, ora Lo rinnegava per seguire la moda dei tempi:il popolo ebraico rifiutava di avere Dio come suo re per darsi un re umano come gli altri popoli. Quel che sta avvenendo ai nostri giorni nella Cristianità è il ripetersi di quanto avvenne quasi 2600 anni fa per Israele. Da quando la Cristianità si è divisa in più rami è cominciato il rifiuto. Le eresie dei primi secoli, la divisione fra Oriente ed Occidente, il Cesaropapismo di alcuni imperatori d’Oriente e, a seguire, quello degli imperatori del sacro Romano Impero, il tradimento degli Umanisti che accantonarono Dio per dedicare le loro attenzioni all’Uomo, le aspre divisioni che precedettero la Rinascenza, allorquando anche il successore di Pietro indulgeva a tenere una corte ove il paganesimo si celava sotto le vesti del lusso e delle belle art,i offrendo alla superbia di Lutero l’occasione di farsi giudice e demolitore della Chiesa invece che restauratore. In quel sedicesimo secolo la Cristianità divisa si dette nuovi re, piccoli e grandi. Una novella Jezebel si assise sul trono inglese e perseguitò i veri cristiani e, soltanto pochi anni dopo, il gran re di Francia Luigi XIV rifiutò l’offerta di Gesù stesso fattagli tramite Margherita Alacoque per inseguire i suoi nefasti sogni di gloria, arrivando persino ad allearsi col Turco, il nemico più pericoloso della Cristianità pur di osteggiare ciò che restava del Sacro Romano Impero. Con l’Illuminismo la Cristianità dette inizio alla sua apostasia che venne a maturazione alla fine del secolo diciottesimo con la grande Rivoluzione. L’Illuminismo, emanazione politica della gnosi massonica, prese a demolire le basi del Cristianesimo appoggiandosi alle cristiane frange separate dal Vicario Pietro erodendo una alla volta le fondamenta su cui si reggevano le istituzioni dei popoli cristiani. Ora la Cristianità sta recitando, forse, l’ultimo atto della sua apostasia e l’Italia, giunta quasi ultima a porsi sulla strada della perdizione ,quasi in contemporanea con la sorella spagnola, che tanto si era prodigata per diffondere la buona novella nel Nuovo Mondo, sta ora recuperando la distanza che la separa dalle nazioni d’Europa che l’hanno preceduta. Anche l’Italia, come l’antico Israele, rifiutò il suo Re che da quasi mille e cinquecento anni la proteggeva e la guidava al punto da farla assurgere a guida e a faro della civiltà cristiana stessa. Si scelse un nuovo re (Vittorio Emanuele II) pilotata, in questa sostituzione, dalle altre nazioni (tribù) del nuovo Israele (Inghilterra, Francia e Prussia) per seguire la moda del tempo. Ma quel re e i suoi eredi durarono poco, nemmeno un secolo, per lasciar il posto ad un nuovo tipo di re, una monarca senza capo né coda che muta in continuazione e che, non avendo il capo, continua a brancolare nelle tenebre più fitte da oltre 67 anni e sta cercando di recuperare la distanza che lo separa dalle tribù che l’hanno preceduto adottando tutte le misure più idonee per scardinare definitivamente ciò che resta delle fondamenta della antica grandezza.

Da Occidente giunse in Palestina il pesante piede romano che dominava su tutta quella parte della Terra che s’affacciava sul Mediterraneo, omologando in’unica cultura e in un unico ecumene il mondo di allora. Su quella novella Terra Promessa si diffuse tra oppressioni e vittorie la buona novella sino a giungere all’affermazione del nuovo Re che pose nella vecchia capitale di quel mondo il suo vicario. Quel regno si sparse per tutto il mondo e ne conquistò quasi la metà. Ora per conquistare il resto, ove il seme ha già attecchito, ha bisogno di affrontare le stesse persecuzioni di allora. Scorrerà ancora tanto sangue e il vicario subirà, forse, una pena come il fondatore del Regno. Il nuovo conquistatore è in marcia da molto tempo. Non ha un volto solo, non ha eserciti che marciano al rombo dei pesanti e decisi passi (mit schwehren festen Schritten) delle sue truppe. Si avvale di armi più letali. Armi che sconvolgono le coscienze degli uomini e li inducono ad autodistruggersi. Periranno in tanti, troppi, specialmente tra coloro che resteranno fedeli all’antico Re, ma alla fine Questi con la Sua Regina al fianco, trionferà e gli idoli di Jezabel, idoli che adescano con i piaceri del sesso più sfrenato, rovineranno al suolo come d’incanto, come se fossero stati toccati da un fulmine silenzioso, un fulmine globulare che fa poco rumore ma colpisce come un chirurgo eliminando la parte malata del mondo.

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La ribellione dei padri modernizzanti e le incaute concessioni di Giovanni XXIII

“Il Concilio parallelo” — Il Concilio Vaticano II si è svolto secondo un’ispirazione diversa e talora del tutto contraria a quella dichiarata dai documenti preparatori, elaborati dalla curia romana sotto la sapiente direzione del cardinale Alfredo Ottaviani, in esecuzione delle direttive di papa Giovanni XXIII, il quale invitava ad approfondire e sviluppare eodem sensu et eadem sententia la dottrina della Chiesa cattolica, un’impresa che, nel 1870, il Concilio Vaticano I non aveva portato a termine a causa dell’occupazione di Roma.

di Piero Vassallo (17/04/2014)

Purtroppo i risultati del Vaticano II capovolsero le buone intenzioni dichiarate dal papa e attuate dai collaboratori del card. Ottaviani. Uno dei più influenti e celebrati protagonisti dello storico evento, nell’introduzione ai documenti del Vaticano II, afferma risolutamente – e si è tentati di dire sfacciatamente: “Non si può negare che un determinato gruppo di teologi romani nei mesi precedenti all’apertura, avesse creduto che il Concilio non potesse fare praticamente altro che accettare ed applaudire al progetto di decreti elaborati dalle commissioni preconciliari radunate sotto il controllo del papa e che non fosse né possibile né pensabile, qualunque discussione o diversità di opinione notevole. Ma il Concilio, e fin dalla prima sessione, ha sempre respinto recisamente questo metodo e questo sistema, Le discussioni si svolsero in piena libertà e con indiscussa franchezza e così il Concilio arrivò a conclusioni che prima non solo non erano prevedibili ma nemmeno pensabili” (Cfr. Karl Rahner, Introduzione a “I Documenti del Concilio Vaticano II”, edizioni Paoline, Roma 1967).

Lo studioso di storia ecclesiastica, se onestamente impegnato nella ricerca della verità sul Vaticano II, deve affrontare pertanto il problema della doppia ispirazione del Vaticano II, quella dei documenti preparatori, elaborati da teologi obbedienti alle direttive di Giovanni XXIII e quella emergente dai documenti finali, prodotti da una agguerrita minoranza assembleare, che, pur dichiarandosi refrattaria e ostile alla dottrina proposta dai teologi del regnante pontefice, ottenne da lui l’autorizzazione a procedere contromano.

Paolo Pasqualucci può dunque affermare, senza temere smentite, che “il vero Concilio era quello preparato dalla Curia sotto la guida del cardinale Alfredo Ottaviani e di padre Cornelio Tromp. … Un eccellente e validissimo lavoro, al quale avevano preso parte i migliori teologi ortodossi, fu buttato a mare nella convulsa e anomala fase iniziale del Concilio, grazie a una serie di colpi di mano procedurali dei progressisti, che riuscirono a conquistare la prevalenza nelle dieci Commissioni conciliari incaricate di elaborare gli schemi dei testi da sottoporre all’assemblea”.

Ora il radicale e rovinoso mutamento d’indirizzo (che è vantato senza ritegno da Karl Rahner) non sarebbe stato possibile se non fosse intervenuta l’approvazione talora esplicita talora surrettizia e occulta di Giovanni XXIII.

Il nodo che deve sciogliere il qualunque fedele intenzionato a capire l’enigma del Vaticano II, è stretto intorno al doppio pontificato di Angelo Roncalli, che fu padre esitante dei documenti pre-conciliari e padre entusiasta dell’anti-concilio.

Edito in questi giorni dalla casa editrice veronese Fede & Cultura il saggio di Paolo Pasqualucci, “Il Concilio parallelo“, propone la soluzione del dilemma che si presenta al qualunque fedele che esamina senza pregiudizio quelle alterazioni e quegli abusi del diritto canonico e del regolamento conciliare, che favorirono l’impresa dei teologi intenzionati a compiere la metamorfosi dei testi proposto dalla Curia romana. Da una tale lettura emerge infatti l’immagine di un’assemblea alterata dall’agitazione dei modernizzanti e di un pontefice ingannato dall’abbacinante miraggio che rappresentava l’errore dei moderni nell’avanzata fase della pia autocritica.

A dimostrazione delle incertezze (per non dire delle ambiguità) di Giovanni XXIII, Pasqualucci cita un brano del Giornale dell’anima scritto durante il drammatico dibattito sullo schema presentato dal card. Ottaviani: “Dibattito increscioso circa le fonti della Rivelazione. Nonostante gli sforzi per la corrente Ottaviani, essa non riesce a contenere l’opposizione che si rivela molto forte”.

Pasqualucci sottolinea la sorprendente definizione (corrente) che papa Roncalli applicò alla commissione da lui istituita. E giustifica il proprio stupore: “Lo schema presentato e difeso da Ottaviani, e con lui dagli altri cosiddetti ‘conservatori’, schema approvato dal Papa, non conteneva né voleva contenere tesi personali ed originali, per il semplice motivo che esponeva, con la massima chiarezza possibile, l’insegnamento ufficiale e plurisecolare del Magistero. Ma per il Papa esso era l’espressione della “corrente Ottaviani”, un prodotto di parte! Il punto di vista di una “corrente” teologica! I novatori non dicevano forse lo stesso?”

In un’altra annotazione di Giovanni XXIII si leggono parole ancor più stupefacenti e francamente sgradevoli: “Anche oggi ascolto interessante di tutte le voci del Concilio. In gran parte sono di critica agli schemi proposti (dal card. Ottaviani), che, preparati da molti insieme, rivelano però la fissazione un po’ prepotente di uno solo e il permanere di una mentalità che non sa divincolarsi dal tono della lezione scolastica. La semi cecità di un occhio è ombra sulla visione dell’insieme. Naturalmente la reazione è forte, talora troppo forte…”.

Pasqualucci commenta: “Qui lo stupore non nasce solo a causa del doppio senso di cattivo gusto, non privo di malignità, sulla parziale cecità che aveva cominciato ad affliggere il cardinale Ottaviani; nasce soprattutto dalla constatazione che a Giovanni XXIII l’esposizione e la difesa del dogma della fede contenuto nello schema De Fontibus altro non appaiono se non la “fissazione”, per giunta “un po’ prepotente”, “di una mentalità che non sa divincolarsi dal tono della lezione scolastica”; ragion per cui, “naturalmente”, la reazione è forte. Anche qui, Giovanni XXIII usa lo stesso linguaggio dei teologi novatori, sprezzatori, come si è visto, del Magistero: i testi dello schema, che esprimono la dottrina di sempre (ovviamente chiusa ad aperture e compromessi con l’errore) sono “scolastici” e quindi non vanno bene; sono frutto della “fissazione” anche “prepotente” di uno solo, e quindi non vanno bene!”

Di qui una severa ma motivata opinione sull’ingiustificato voltafaccia di papa Roncalli: “Con il suo comportamento, Giovanni XXIII legittimava di fatto l’interpretazione che i novatori davano delle aperture “ecumeniche” da lui volute; legittimava di fatto l’abbinamento “ecumenismo = mutamento dottrinale”, consentendo così al Concilio di consolidarsi nell’andamento anomalo, rivoluzionario, che i novatori avevano voluto imprimergli sin dall’inizio, in quello che Amerio chiamò il suo carattere “autogenetico, improvviso, atipico”.

Pasqualucci dimostra peraltro che Giovanni XXIII non nascose il suo autentico pensiero, per evitare che potessero sorgere equivoci su cosa si dovesse intendere con “aggiornamento” della Chiesa: “Di fronte ad interpretazioni, come quella del cardinale Siri, che volevano vedere nella sua allocuzione di apertura del Concilio principalmente la difesa della dottrina e della tradizione, egli, nel discorso d’auguri per il nuovo anno tenuto come da tradizione al Collegio dei Cardinali (gennaio 1963), citando sé stesso nella versione in volgare, più audace in alcuni punti del testo latino, soprattutto nella famosa frase in cui affermava che la dottrina deve essere “studiata ed esposta attraverso le forme dell’indagine e della formulazione letteraria del pensiero moderno”, fece capire che l’allocuzione valeva soprattutto per le novità che enunciava“.

Il libro di Pasqualucci, filosofo del diritto e perciò in grado di misurare la gravità degli abusi compiuti da papa Roncalli, si raccomanda per la magistrale ricostruzione delle irregolarità che hanno punteggiato e tormentato lo svolgimento del Concilio Vaticano II, fino all’infelice esito rappresentato dalle ambiguità insinuate nei documenti, che hanno sviato il clero cattolico e narcotizzato i fedeli. E offre finalmente un’immagine veritiera e non zuccherina del “papa buono” tale da giustificare i dubbi manifestati da Roberto de Mattei sull’opportunità di santificare un uomo che incise sulla vicenda del Vaticano II il segno delle contraddizioni del suo carattere e la traccia della sua debolezza davanti all’errore dei moderni.

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Le canonizzazioni del 27 aprile sono infallibili? Intervista al prof. Roberto de Mattei

Il mensile Catholic Family News, che ha una versione quotidiana on-line, ha intervistato il prof. Roberto de Mattei sulle prossime canonizzazioni del 27 aprile. Riportiamo la traduzione italiana dell’intervista.

Professor de Mattei, le imminenti canonizzazioni di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II suscitano, per vari motivi, dubbi e perplessità. Come cattolico e come storico, quale giudizio esprime?

Posso esprimere un’opinione personale, senza pretendere di risolvere un problema che si presenta complesso. Sono innanzitutto perplesso, in linea generale, per la facilità con cui negli ultimi anni si avviano e si concludono i processi di canonizzazione. Il Concilio Vaticano I ha definito il primato di giurisdizione del Papa e l’ infallibilità del suo Magistero, a determinate condizioni, ma non certo l’ impeccabilità personale dei Sovrani Pontefici. Nella storia della Chiesa ci sono stati buoni e cattivi Papi ed è ridotto il numero di quelli elevati solennemente agli altari. Oggi si ha l’impressione che al principio dell’infallibilità dei Papi si voglia sostituire quello della loro impeccabilità. Tutti i Papi, o meglio tutti gli ultimi Papi, a partire dal Concilio Vaticano II vengono presentati come santi. Non è un caso che le canonizzazioni di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II abbiano lasciato indietro la canonizzazione di Pio IX e la beatificazione di Pio XII, mentre avanza il processo di Paolo VI. Sembra quasi che un’aureola di santità debba avvolgere l’era del Concilio e del postconcilio, per “infallibilizzare” un’epoca storica che ha visto affermarsi nella Chiesa il primato della prassi pastorale sulla dottrina.

Lei ritiene invece che gli ultimi Papi non siano stati santi?

Mi permetta di esprimermi su di un Papa che, come storico, conosco meglio: Giovanni XXIII. Avendo studiato il Concilio Vaticano II ho approfondito la sua biografia e ho consultato gli atti del suo processo di beatificazione. Quando la Chiesa canonizza un fedele non vuole solo assicurarci che il defunto è nella gloria del Cielo, ma ce lo propone come modello di virtù eroiche. A seconda dei casi, si tratterà di un perfetto religioso, parroco, padre di famiglia e così via. Nel caso di un Papa, per essere considerato santo egli deve avere esercitato le virtù eroiche nello svolgere la sua missione di Pontefice, come fu, ad esempio, per san Pio V o san Pio X. Ebbene, per quanto riguarda Giovanni XXIII, nutro la meditata convinzione che il suo pontificato abbia rappresentato un oggettivo danno alla Chiesa e che dunque sia impossibile parlare per lui di santità. Lo affermava prima di me, in un celebre articolo sulla “Rivista di Ascetica e Mistica”, qualcuno che di santità se ne intendeva, il padre domenicano Innocenzo Colosio, considerato come uno tra i maggiori storici della spiritualità nei tempi moderni.

Se, come Lei pensa, Giovanni XXIII non fu un santo pontefice e se, come sembra, le canonizzazioni sono un atto infallibile dei pontefici, ci troviamo di fronte a una contraddizione. Non si rischia di cadere nel sedevacantismo?

I sedevacantisti attribuiscono un carattere ipertrofico all’infallibilità pontificia. Il loro ragionamento è semplicista: se il Papa è infallibile e fa qualcosa di cattivo, vuol dire che la sede è vacante. La realtà è molto più complessa ed è sbagliata la premessa secondo cui ogni atto, o quasi, del Papa è infallibile. In realtà, se le prossime canonizzazioni pongono dei problemi, il sedevacantismo pone problemi di coscienza infinitamente maggiori

Eppure la maggioranza dei teologi, e soprattutto i più sicuri, quelli della cosiddetta “scuola romana” sostengono l’infallibilità delle canonizzazioni.

L’infallibilità delle canonizzazioni non è un dogma di fede: è l’opinione della maggioranza dei teologi, soprattutto dopo Benedetto XIV, che l’ha espressa peraltro come dottore privato e non come Sovrano Pontefice. Per quanto riguarda la “Scuola romana”, il più eminente esponente di questa scuola teologica, oggi vivente, è mons. Brunero Gherardini. E mons. Gherardini ha espresso sulla rivista Divinitas, da lui diretta, tutti i suoi dubbi sull’infallibilità delle canonizzazioni. Conosco a Roma distinti teologi e canonisti, discepoli di un altro illustre rappresentante della scuola romana, mons. Antonio Piolanti, i quali nutrono gli stessi dubbi di mons. Gherardini. Essi ritengono che le canonizzazioni non rientrano nelle condizioni richieste dal Concilio Vaticano I per garantire l’infallibilità di un atto pontificio. La sentenza della canonizzazione non è in sé infallibile perché mancano le condizioni dell’infallibilità, a cominciare dal fatto che la canonizzazione non ha come oggetto diretto o esplicito una verità di fede o di morale, contenuto nella Rivelazione, ma solo un fatto indirettamente collegato con il dogma, senza essere propriamente un “fatto dogmatico”. Il campo della fede e della morale è vasto, perché comprende tutta la dottrina cristiana, speculativa e pratica, il credere e l’operare umano, ma una precisazione è necessaria. Una definizione dogmatica non può mai implicare la definizione di una nuova dottrina in campo di fede e di morale. Il Papa può solo esplicitare ciò che è implicito in materia di fede e di morale ed è trasmesso dalla Tradizione della Chiesa. Ciò che i Papi definiscono deve essere contenuto nella Scrittura e nella Tradizione ed è questo che assicura all’atto la sua infallibilità. Ciò non è certamente il caso delle canonizzazioni. Non a caso né i Codici di Diritto Canonico del 1917 e del 1983, né i Catechismi, antico e nuovo, della Chiesa cattolica, espongono la dottrina della Chiesa sulle canonizzazioni. Rimando su questo tema, oltre che al citato studio di mons. Gherardini, ad un ottimo articolo di José Antonio Ureta sul numero di marzo 2014 della rivista Catolicismo.

Ritiene che le canonizzazioni abbiano perduto il loro carattere infallibile, in seguito al mutamento della procedura del processo di canonizzazioni, voluto da Giovanni Paolo II nel 1983?

Questa tesi è sostenuta sul Courrier de Rome, da un eccellente teologo, l’abbé Jean-Michel Gleize. Del resto uno degli argomenti su cui il padre Low, nella voce Canonizzazioni dell’Enciclopedia cattolica, fonda la tesi dell’infallibilità è l’esistenza di un poderoso complesso di investigazioni e di accertamenti, seguito da due miracoli, che precedono la canonizzazione. Non c’è dubbio che dopo la riforma della procedura voluta da Giovanni Paolo II nel 1983 questo processo di accertamento della verità sia divenuto molto più fragile e ci sia stato un mutamento dello stesso concetto di santità. L’argomento tuttavia non mi sembra decisivo, perché la procedura delle canonizzazioni si è profondamente modificata nella storia. La proclamazione della santità di Ulrico di Augsburg, da parte del Papa Giovanni XV, nel 993, considerata come la prima canonizzazione pontificia della storia, fu proclamata senza alcuna inchiesta da parte della Santa Sede. Il processo di investigazione approfondita risale soprattutto a Benedetto XIV: a lui si deve, ad esempio, la distinzione tra canonizzazione formale, secondo tutte le regole canoniche, e canonizzazione equipollente, quando un Servo di Dio viene dichiarato santo in forza di una venerazione secolare. La Chiesa non esige un atto formale e solenne di beatificazione per qualificare un santo. Santa Ildegarda da Bingen ricevette dopo la sua morte il titolo di santa e il Papa Gregorio IX, fin dal 1233, iniziò un’inchiesta in via della canonizzazione. Tuttavia non c’è mai stata una canonizzazione formale. Neanche santa Caterina di Svezia, figlia di santa Brigida fu mai canonizzata. Il suo processo si svolse tra il 1446 e il 1489, ma non fu mai concluso. Essa fu venerata come santa senza essere canonizzata.

Che cosa pensa della tesi di san Tommaso, ripresa anche dall’articolo Canonisations del Dictionnaire de Théologie catholique, secondo cui se il Papa non fosse infallibile in una dichiarazione solenne come la canonizzazione, ingannerebbe sé stesso e la Chiesa.

Bisogna dissipare innanzitutto un equivoco semantico: un atto non infallibile, non è un atto sbagliato, che necessariamente inganna, ma solamente un atto sottoposto alla possibilità dell’errore. Di fatto quest’errore potrebbe essere rarissimo, o mai avvenuto. San Tommaso, come sempre equilibrato nel suo giudizio, non è un infallibilista ad oltranza. Egli è giustamente preoccupato di salvaguardare la infallibilità della Chiesa e lo fa con un argomento di ragione teologica, a contrario. Il suo argomento può essere accolto in senso lato, ma ammettendo la possibilità di eccezioni. Concordo con lui sul fatto che la Chiesa, nel suo insieme non può errare quando canonizza. Ciò non significa che ogni atto della Chiesa, come l’atto di canonizzazione sia in sé stesso necessariamente infallibile. L’assenso che si presta agli atti di canonizzazione è di fede ecclesiastica, non divina. Ciò significa che il fedele crede perché accetta il principio secondo cui normalmente la Chiesa non sbaglia. L’eccezione non cancella la regola. Un autorevole teologo tedesco Bernhard Bartmann, nel suo Manuale di Teologia dogmatica (1962), paragona il culto reso a un falso santo all’omaggio reso al falso ambasciatore di un re. L’errore non toglie il principio secondo cui il re ha veri ambasciatori e la Chiesa canonizza veri santi.

In che senso allora si può parlare di infallibilità della Chiesa nelle canonizzazioni?

Sono convinto che sarebbe un grave errore ridurre l’infallibilità della Chiesa al Magistero straordinario del Romano Pontefice. La Chiesa non è infallibile solo quando insegna in maniera straordinaria, ma anche nel suo Magistero ordinario. Ma così come esistono delle condizioni di infallibilità per il Magistero straordinario, esistono condizioni di infallibilità per il Magistero ordinario. E la prima di queste è la sua universalità, che si verifica quando una verità di fede o di morale viene insegnata in maniera costante nel tempo. Il Magistero può insegnare infallibilmente una dottrina con un atto definitorio del Papa, oppure con un atto non definitorio del Magistero ordinario, a condizione che questa dottrina sia costantemente conservata e tenuta dalla Tradizione e trasmessa dal Magistero ordinario e universale. L’istituzione Ad Tuendam Fidem della Congregazione per la dottrina della Fede del 18 maggio 1998 (n. 2) lo ribadisce. Per analogia si potrebbe sostenere che la Chiesa non può sbagliare quando conferma con costanza nel tempo verità connesse alla fede, fatti dogmatici, usi liturgici. Anche le canonizzazioni possono rientrare in questo novero di verità connesse. Si può essere certi che santa Ildegarda da Bingen sia nella gloria dei santi e possa essere proposta come modello, non perché essa è stata solennemente canonizzata da un Papa, visto che nel suo caso non c’è mai stata una canonizzazione formale, ma perché la Chiesa ha riconosciuto il suo culto, senza interruzione, fin dalla sua morte. A maggior ragione, per i santi per cui c’è stata canonizzazione formale, come san Francesco o san Domenico, la certezza infallibile della loro gloria nasce dal culto universale, in senso diacronico, che la Chiesa ha loro tributato e non dalla sentenza di canonizzazione in sé stessa. La Chiesa non inganna, nel suo Magistero universale, ma si può ammettere un errore delle autorità ecclesiastiche circoscritto nel tempo e nello spazio.

Ci vuole riassumere la sua opinione?

La canonizzazione di Giovanni XXIII è un atto solenne del Sovrano Pontefice, che promana dalla suprema autorità della Chiesa e che va accolto con il dovuto rispetto, ma non è una sentenza in sé stessa infallibile. Per usare un linguaggio teologico, è una dottrina non de tenenda fidei, ma de pietate fidei. Non essendo la canonizzazione un dogma di fede, non esiste per i cattolici un positivo obbligo di prestarvi assenso. L’esercizio della ragione, suffragato da un’accurata ricognizione dei fatti, dimostra con tutta evidenza che il pontificato di Giovanni XXIII non è stato di vantaggio alla Chiesa. Se dovessi ammettere che Papa Roncalli abbia esercitato in modo eroico le virtù svolgendo il suo ruolo di Pontefice minerei alla base i presupposti razionali della mia fede. Nel dubbio io mi attengo al dogma di fede stabilito dal Concilio Vaticano I, secondo cui non può esserci contraddizione tra fede e ragione. La fede oltrepassa la ragione e la eleva, ma non la contraddice, perché Dio, Verità per essenza, non è contraddittorio. Sento in coscienza di poter mantenere tutte le mie riserve su questo atto di canonizzazione.

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Conferenza “Questo Papa piace troppo”

Venerdì 28 marzo si è tenuta, presso il Circolo Culturale John Henry Newman di Seregno, la conferenza di presentazione del libro “Questo Papa piace troppo”, di Ferrara – Gnocchi – Palmaro, edito da Piemme. Siamo grati agli organizzatori, che ci hanno trasmesso gli interventi dei relatori, che ora proponiamo all’attenzione dei nostri lettori. In calce agli interventi riportiamo anche il testo dell’omelia di Don Marino Neri, nella S. Messa celebrata sabato 29 marzo, in suffragio di Mario Palmaro.

16 aprile 2014

Presentazione - di Andrea Sandri

inc pal gnLa conferenza di oggi riguarda un libro, che contiene, assieme a un interessante scritto introduttivo di Giuliano Ferrara, una serie di articoli comparsi prevalentemente nel corso dell’anno passato e firmati da Alessandro Gnocchi e da Mario Palmaro. L’importanza di questi scritti, che destarono ogni volta grande attenzione e anche un certo clamore, sta nell’avere fissato la natura di una pontificato, quello di Francesco che non cessa, per così dire, di stupire.

Discuteremo questa sera il contenuto e il senso di Questo Papa piace troppo. Un’appassionata lettura critica, tale il titolo del volume, con il coautore Alessandro Gnocchi e don Marino Neri, che è teologo, cultore di antichità classiche ed ecclesiastiche e, cosa che qui più importa, un leale sacerdote cattolico. Devo purtroppo rilevare che Giuliano Ferrara, la cui presenza è stata confermata fino all’ultimo momento, ha comunicato la sua assenza per motivi che ci sono apparsi del tutto plausibili. Pur non potendo assumerci le colpe di questo incidente, ce ne scusiamo di cuore.

Giuliano Ferrara, da canto suo, si è detto disponibile a farci visita a breve termine per riprendere, sotto altri profili, la riflessione che oggi iniziamo.

Questa conferenza è dedicata al coautore del libro Mario Palmaro morto il 9 marzo. Domani mattina alle ore 10.30 don Marino celebrerà una Messa in Rito Romano antico in suffragio dell’anima di Mario presso la Chiesa di San Vittore in Piazza Vittorio Veneto, qui vicino, a Meda. Siete naturalmente tutti invitati. Ringrazio la moglie di Mario, la signora Anna Maria Palmaro, che questa sera ci onora con la sua presenza.

Prima di lasciare la parola a don Marino vorrei, a mo’ di introduzione e di contributo, svolgere alcune brevi considerazioni.

Un Papa gesuita

Il Beato Cardinale J.H. Newman ne La missione di San Benedetto, uno scritto del 1858, osserva, seguendo probabilmente un’indicazione del filosofo positivista August Comte, che ai tre grandi ordini della storia cristiana – benedettini, domenicani e gesuiti – corrispondono tre prevalenze che a loro volta caratterizzano le tre età: antichità, medioevo ed evo moderno.

Nei benedettini prevale la “poesia” (la preghiera, la liturgia e una vita ordinata dall’Ufficio divino); nei domenicani prevale la “metafisica” (la speculazione razionale delle cose della fede che, secondo la formula di San Tommaso d’Aquino, richiedono l’intelletto); nei gesuiti la “pratica” (“la conoscenza dell’umanità – scrive Newman – che non può essere appresa nei chiostri”).

In queste osservazioni Newman, a differenza del positivista Comte, è ben consapevole del fatto che in ogni caso si tratta semplicemente di prevalenze. La prevalenza di ogni ordine religioso è, per così dire, controbilanciata dagli altri elementi: anche il benedettino contempla intellettualmente le verità divine ed esercita il senso pratico; le stesse considerazioni valgono anche per i domenicani e i gesuiti.

Il pericolo del gesuita (potrei soffermarmi anche sul pericolo del benedettino o su quello del domenicano, ma non è questa l’occasione) sta proprio nella costante tentazione di passare dalla prevalenza del senso pratico alla sua assolutizzazione. Se si fa attenzione, ci si accorge che l’evoluzionismo di Theilard de Chardin, l’esegesi storica del Cardinal Bea, la “svolta antropologica” di Rahner, la morale del caso concreto di Josef Fuchs, che oggi sembra riprendere vigore nelle aberrazioni del famoso “teologo in gamba”, sono altrettanti casi di esercizio esclusivo del “senso pratico” da parte di gesuiti moderni. E’ già la tentazione di alcuni francescani del tardo medioevo, di Scoto e di soprattutto Ockham, che ridotta la realtà a nomen videro in ogni cosa la voluntas. E’ la tentazione dei gesuiti di Salamanca che di fronte all’incertezza di una delle premesse di un sillogismo si accontentavano di una volontà sufficientemente autorevole che la confermasse, per dedurre una conclusione certa. Su questo punto ha scritto pagine assai istruttive lo storico inglese Owen Chadwick nel secondo capitolo del fondamentale From Bossuet to Newman. The Idea of Doctrinal Development (University Press, Cambridge 1957)

La “pratica”, privata della metafisica e della poesia (preghiera, liturgia), può presentarsi come “misericordia”, “pastorale” oppure persino come “carità”, ma in realtà nella sua immanenza tende a identificarsi con la volontà che è la sostanza stessa delle costruzioni (o decostruzioni) di ogni razionalismo o irrazionalismo moderno. In questo senso Comte coglie meglio nel segno di quanto faccia Newman.

Nel leggere allora gli articoli di Alessandro e di Mario e, in questi giorni, la prefazione di Ferrara – che, soffermandosi intelligentemente su figure come quelle di Pietro Favre, coglie perfettamente la “modernità” dei gesuiti – mi è sembrato di vedere in questo “Papa che piace troppo” l’immagine riflessa, non saprei dire se più grande o più piccola, del gesuita comtiano che non può giudicare perché può solo volere e risolvere. Ecco, io credo che questo sia il problema.

Intervento di Don Marino Neri

Il vocabolo “simbolo”, come è a tutti noto, è una voce che deriva dalla lingua greca σύμβολον , a sua volta connesso col verbo συμβάλλω “mettere insieme”: il simbolo dunque unifica in un solo segno due elementi altrimenti differenti, l’uno materiale e l’altro ideale o spirituale, a cui il primo è legato per similarità o analogia. Ecco perché σύμβολον significa anche “segno di riconoscimento”: esso consente al soggetto di riconoscere immediatamente qualcosa a partire proprio dalla sua consistenza materiale, la quale tuttavia non si esaurisce in sé , ma veicola un messaggio che la supera. In sintesi, l’enciclopedista e vescovo altomedievale Isidoro di Siviglia così afferma: Symbolum per linguam Graecam signum vel cognitio interpretatur (orig. 1, 19, 57: “Simbolo, in greco, significa segno e conoscenza). Questa definizione è estremamente icastica: simbolo è segno e conoscenza, o meglio ancora, potremmo dire un segno che trasmette una conoscenza, in senso lato.

Pertanto, il simbolo è qualsiasi elemento (segno, gesto, oggetto, animale, persona) atto a suscitare nella mente un’idea diversa da quella offerta dal suo immediato aspetto sensibile, ma capace di evocarla attraverso qualcuno degli aspetti che caratterizzano l’elemento stesso, il quale viene pertanto assunto a evocare in particolare entità astratte, di difficile espressione: la volpe è simbolo dell’astuzia, il leone della forza, il cane della fedeltà, ecc. (vd. Voc. Treccani, sub voce).

L’uomo ha bisogno di segni e di simboli, in quanto non è un angelo, bensì una persona dotata di un’anima, ma anche di un corpo. Dunque, al fine di fare penetrare al meglio determinati concetti spirituali ovvero verità di Fede, egli necessità di simboli e di segni. Così si esprime S. Tommaso d’Aquino, parlando dei segni sacri per eccellenza, i Sacramenti (“segni efficaci della Grazia”): «Ora, all’uomo è connaturale giungere alla conoscenza delle realtà spirituali attraverso quelle sensibili. D’altra parte il segno serve come mezzo per conoscere altre cose. Poiché dunque le realtà sacre significate dai sacramenti sono certi beni spirituali e soprasensibili che santificano l’uomo, ne segue che la significazione dei sacramenti sarà pienamente compiuta attraverso elementi sensibili» (S. Th. IIIa pars q. 60 a. 4 ad 3).

E cosa più delle religioni, in generale, deve evocare elementi astratti? È noto che tutte le religioni si servono di un codice di simboli per dare un’impalcatura al loro complesso di credenze e trasmettere queste ultime nella maniera più incisiva possibile; la religione cattolica, l’unica da Dio rivelata, è massimamente simbolica, in ogni suo aspetto: nella Liturgia, nei Sacramenti, in tutta la sua vita. Anche le persone deputate a un incarico nella Chiesa ricoprono un carattere simbolico: e tra questi, il massimo del simbolismo è concentrato nella persona del Sommo Pontefice, il Papa.

Chi è il Papa? Il Papa è il Vicario di Cristo in terra: se infatti a reggere la Chiesa è Cristo glorificato che siede alla destra del Padre (capo invisibile), poiché lo stesso Cristo ha voluto la Chiesa come societas visibile e gerarchicamente ordinata, l’ha dotata di un principio di unità e di un Capo altrettanto visibile che in sua vece la regga nel governo esterno: e questo è infatti il Papa, Christi Vicarius. Questa definizione è ben spiegata nella Bolla sull’unione con i Greci Laetentur caeli di Eugenio IV (6 luglio 1439), durante il diciassettesimo concilio ecumenico, il Fiorentino (vd. Denz. 1307): «Definiamo inoltre che la Santa Sede Apostolica e il Romano Pontefice hanno il primato su tutto l’universo; che lo stesso Romano Pontefice è il successore del beato Pietro principe degli apostoli, è autentico Vicario di Cristo (successorem esse beati Petri principis Apostolorum et verum Christi Vicarium), capo di tutta la Chiesa, Padre e Dottore di tutti i cristiani; che Nostro Signore Gesù Cristo ha trasmesso a lui, nella persona del beato Pietro, il pieno potere di pascere, reggere e governare la Chiesa universale».

Poiché dunque la figura del Papa è stata rivestita da Cristo stesso di siffatto potere (“pascere, reggere e governare la Chiesa universale”), affinché la coscienza del credente sia sempre più persuasa di questa verità, la Chiesa, nel corso dei secoli, lo ha circondato di una serie di segni che conducano il fedele a non vedere più in quell’uomo elevato al Sommo Pontificato la persona, ma l’altissima funzione cui è stato elevato. Il Papa in qualche modo deve quasi inabissarsi in quel sapiente e talora intricato “reticolato” simbolico che lo circonda al fine di non essere più visto come Cefa (l’uomo semplicemente eletto, con i suoi gusti, le sue peculiarità, le sue opinioni) ma Pietro (il Vicario di Cristo, colui che deve difendere la Fede e la Chiesa non già sulla base di opinioni o di mode, ma in obbedienza suprema alla Traditio).

Se, da ultimo, i simboli non sono indispensabili a livello dell’essenza per l’esistenza del Papa e del Papato, essi sono certo estremamente utili a esprimerne la funzione, a inculcare nei fedeli (ma anche negli infedeli) che egli non è un semplice capo di Stato, un filantropo, o un buon uomo simpatico o con altre caratteristiche, ma è il pontefice, il ponte tra il tempo e l’eternità. Egli è il vertice visibile della Tradizione divina ed ecclesiale e di essa è il garante e il difensore; Egli non annuncia se stesso ma Colui del Quale è Vicario. E per corrispondere con ogni mezzo a questa suprema vocazione, sì, ha bisogno di scomparire sempre più nei simboli del Papato: cosicché poco importerà se un Papa provenga da un ordine mendicante o da una ricca famiglia; dal mondo intellettuale o dalla vita eremitica; dall’estremo Nord dell’Europa o dall’America Latina: egli, pur mantenendo le insopprimibili differenze tra un soggetto e un altro, nell’esercizio della sua funzione pubblica non è più semplicemente “quello di prima” e con umiltà si sottopone a quei segni e simboli che ne rivelano agli occhi del mondo il ruolo. E se è pur vero che, nella storia della Chiesa, talora alcuni Papi hanno fatto prevalere, in qualche aspetto marginale, il gusto estetico personale rispetto al cerimoniale tradizionale, quest’ultimo, osservato comunque nella maggior parte dei suoi elementi, ne assorbiva e ne copriva la temporanea deroga con l’imponenza del suo simbolismo.

Ma, per esemplificare in modo molto concreto e quindi concludere, proviamo a togliere, non già al Papa, ma a un pubblico ufficiale civile pressoché ogni suo segno riconoscibile. Priviamo, p. es., il Carabiniere del cappello, della divisa, del simbolo dell’arma, dei caratteristici pantaloni scuri colle strisce rosse laterali ecc., magari con lo scopo di renderlo meno truce al cittadino, “più vicino a lui” o meglio “uno come lui”. Dopo poco tempo, più nessuno lo riconoscerà né avrà il doveroso contegno che si deve alla Forza Pubblica né si aspetterà da lui che intimi un ordine perentorio. Certo egli resterà sempre un Carabiniere, non verrà meno la sua qualifica,…ma quale impoverimento oggettivo dell’azione sua propria!

Fatte le dovute proporzioni – mutatis mutandis e salva reverentia -, applichiamo tutto ciò alla persona del Sommo Pontefice: tolto (quasi) ogni segno, eliminato il simbolismo, minimizzata la sua visibilità Pontificale ecco che il mondo, cattolici compresi, vedrà sempre di più l’uomo, solo l’uomo, ancora “uno come noi”, ma stenterà a capire che è il Vicario di Cristo. Egli lo resterà pur sempre, senza dubbio, ma quale impoverimento oggettivo dell’azione propria a lui e a lui solo! E dunque? E dunque il mondo, cattolico e non, si aspetterà da lui sempre più gesti, parole, atteggiamenti umani, troppo umani, che inquadreranno la persona in un determinato target secolare più che delineare nella sua pienezza la figura, da tutti lontana e proprio per questo a tutti così vicina, del Vicario di Cristo, che nella storia dell’uomo si staglia come araldo di un Regno che non è di questo mondo.

Intervento di Alessandro Gnocchi

UNA CHIESA MALINCONICA

Dal linguaggio della rivoluzione alla rivoluzione del linguaggio.

L’anima “pop” del Concilio Vaticano II

Si affronta l’argomento sul piano dell’analisi del linguaggio. Ma si deve tenere presente che il linguaggio non è una modalità neutra di comunicare un contenuto. Non c’è aspetto del comunicare che sia neutro. Il linguaggio dipende da una forma: esprime, manifesta quella forma e, allo stesso tempo, entra a farne parte e contribuisce a definirla e a modificarla. Non si tratta di un semplice fenomeno, ma tocca l’intimità di ciò che esprime.

Questa analisi del CVII terrà presente questo evento storico come in una fotografia e, invece che cercare di collegarne i vari momenti e i vari aspetti nel corso del tempo, li legherà come contemporanei l’uno all’altro in quanto, a un certo punto, tutti insieme, come cause prime o cause seconde, hanno dato vita a un fatto che si è manifestato al mondo sotto le spoglie mediatiche del CVII.

Da questo punto di vista rende perfettamente l’idea ed è tecnicamente ineccepibile il titolo che recentemente sulla rivista La vita pastorale è stato dato a un articolo rievocativo di Alberto Melloni: “E fu il Concilio”.

A cinquant’anni di distanza, anche nella particolare prospettiva che è appena stata enunciata, sarebbe metodologicamente infruttuoso leggere un fatto storico come il CVII senza tenere conto di ciò che ne è seguito. A questo proposito, anche senza entrare programmaticamente nel merito teologico, il CVII va letto nel quadro della crisi della Chiesa cattolica, che è una “crisi formale”, cioè una crisi che ne tocca l’intimità dell’“essere” e, senza mutarne l’essenza poiché la Chiesa cattolica non è passibile di tale mutazione, si manifesta in una sorta di “mal d’esistere” che può essere ben spiegata con il concetto di “melancholia”.

La “melancholia” è una sorta di tristezza di fondo, una depressione inconsapevole, che porta un soggetto, pur tra sussulti di incomprensibile esaltazione, a vivere passivamente, senza prendere iniziative, adattandosi agli avvenimenti esterni con la convinzione che non lo riguardino o che in essi non possa avere un ruolo determinante. Si potrebbe definire come il desiderio, in fondo all’anima, di una cosa, di una persona mai conosciuta o di un amore che non si è mai avuto, ma di cui si sente dolorosamente la mancanza o per raggiungere i quali non ci si sente all’altezza. La melancholia si manifesta in espressioni e in atteggiamenti indolenti che caratterizzano spesso l’intera esistenza di un individuo, salvo fugaci momenti di esaltazione in cui l’oggetto del desiderio sembra a un passo dall’essere raggiunto. Cfr. Bella Addormentata: la deriva kantiana della Chiesa che si ritiene inadeguata a parlare al mondo e si concepisce come problema. Da qui nasce l’ermeneutica.

Basta andare per oratori, parrocchie e curie per convenire che questa è la cifra comune e dominante del mondo cattolico postconciliare. Basta ascoltare un’omelia, leggere un documento, assistere a una liturgia del giorno d’oggi per comprendere che i “mal d’essere” è percepibile ovunque, anche là dove si parla in modo evidentemente forzato di “entusiasmo della fede”.

Nella prospettiva di questa analisi si può dunque definire “linguaggio melancholico” l’insieme di tutte le modalità espressive che manifestano il “mal d’esistere” che tocca la Chiesa nel suo “essere” e, se si vuol essere ancora più precisi, nel suo “essere cattolica”. In questo senso, nella sua componente umana, si può parlare, usando in senso traslato il linguaggio della metafisica, di “crisi formale”. Ciò è provato dal fatto che la crisi si manifesta proprio attraverso i due aspetti che ne devono caratterizzare l’“essere cattolica” della Chiesa, il suo “avere forma cattolica”: la dottrina e liturgia, che vanno considerate anche come forme del linguaggio.

Potrà apparire contraddittorio parlare di “linguaggio melancholico” a proposito di una Chiesa che nella Messa, la sua più alta forma di espressione, ha quasi completamente sostituito il concetto di sacrificio con quello di festa. Una Chiesa che fa dell’entusiasmo l’unico criterio per misurare la fede. Ma è proprio l’insistere ossessivo sul concetto di festa, il suo intellettualizzarlo, a mostrare che si tratta di un concetto debole, incapace di dare all’uomo il di più che cerca nel rito: il legame vero con il divino. Ma, anche in questo caso, si parla ossessivamente di ciò che non si ha. L’uomo che parla continuamente di festa è colui che è costretto a vivere perennemente nella ferialità celebrando se stesso.

Il concetto di “crisi formale” può sembrare eccessivo. Ma non si può tacere che, come ha teorizzato l’arcivescovo di Trieste Gianpaolo Crepaldi, all’interno della cattolicità, si fa sempre più evidente l’esistenza di due Chiese e che la chiesa antagonista sta oscurando quella cattolica. Senza entrare ora nel dettaglio delle celebrazioni del CVII, che vedremo più avanti, per rendersene conto basta pensare a che cosa hanno prodotto la morte e l’immediata beatificazione del cardinale Martini, oppure al clamore mediatico sulle iniziative del cardinale Ravasi che hanno trovato eguale enfasi sulla stampa laica e su quella cattolica. Ciò mostra come e quanto la chiesa antagonista abbia toccato nel profondo la vita della Chiesa cattolica diffondendo l’infezione di quel “mal d’essere”, quella “melancholia”, che rende passivi tanti suoi membri davanti al decadere della liturgia e della dottrina.

Detto questo, va ribadito che la Chiesa è e rimane quella di Roma: ma va curata. Questo non esime, anzi sprona il cattolico dalla doverosa comprensione della gravità e della profondità della crisi. Ed è proprio qui che si incontra il CVII. Se si vuole trovare il momento in cui la malattia, dalla fase di incubazione passa a quella conclamata, la si trova nell’istante in cui la Chiesa si autodefinisce “pastorale” rinunciando di fatto a essere “dogmatica”. Ma una Chiesa che non sia “dogmatica” di fatto finisce per non esserlo neanche di principio. Tutto questo si manifesta anche nel linguaggio, che si è fatto sempre più impreciso, sganciato dalla realtà, onirico, rinunciatario davanti alla vita e al mondo e quindi “melancholico”. L’esatto contrario di quello “dogmatico”, preciso e tagliente, dunque vitale e, sembra strano dirlo al giorno d’oggi, felice.

Chiameremo il quadro storico e culturale di riferimento di questa analisi “tardo-moderno”. Questa definizione, più e meglio di “post-moderno”, permette di comprendere il momento attuale come frutto estremo della modernità. Tale quadro ha influenzato anche la Chiesa, prima in singoli settori e correnti di pensiero e di azione ecclesiale, poi, a cominciare dal CVII, anche sul piano istituzionale e formale. Questo fenomeno, assolutamente inedito, è stato possibile perché la Chiesa ha assunto come propri gli strumenti del comunicare tipici della modernità.

Per rendersi conto della profonda intimità del CVII con i mezzi di comunicazione moderni e il loro linguaggio, vale a dire la loro essenza, bisogna partire dalla celebrazione del cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio: un unicum nella storia della Chiesa.

Non risulta che si sia celebrato, tanto meno con questa modalità e questa finalità, il cinquantesimo dell’apertura di Efeso, di Nicea, di Costantinopoli, di Trento, del Vaticano I…

Il motivo è molto semplice: quei Concili, in quanto emanavano esplicitamente dottrina e quindi impiegavano un “linguaggio dogmatico” e “vitale”, non chiedevano di essere celebrati, ma di essere applicati. Invece, il CVII, in quanto ha emanato modalità di rapporto con il mondo attraverso un “linguaggio pastorale” e “melancholico”, chiede soltanto di essere propagandato e celebrato, come un qualsiasi avvenimento politico o sociale.

Mentre nei Concili precedenti e nel magistero che ne è disceso l’applicazione coincideva e si misurava con l’effettivo cambiamento in meglio nella vita dei cattolici, nel CVII e nel magistero che ne è seguito, l’applicazione coincide con la sua diffusione e il consenso tra cattolici e non cattolici ai quali non è dato un motivo per cambiare. Non si innesca più un movimento verso l’alto, ma si punta a una diffusione orizzontale. Come per un fenomeno politico o sociale, non si chiede più la conversione ma l’adesione, non si chiede più la consapevolezza ma l’entusiasmo. Da qui discendono le grandi manifestazioni imposte per via burocratica in cui si chiedono manifestazioni entusiastiche proprio a coloro a cui si sono tolti i motivi di entusiasmo e gli strumenti per manifestarlo. Non esiste spettacolo più penoso di un uomo triste che vuole sembrare allegro.

Si pensava di dar vita a una Chiesa giovane e, invece, se ne è prodotta una vecchia. Esempio della gente in San Pietro l’11 ottobre sera a vedere sul megaschermo il discorso di Giovanni XXIII.

Per approfondire questa analisi, non ci si può nascondere che gli avvenimenti politici che vengono celebrati nel loro anniversario, solitamente, sono le rivoluzioni, le prese del potere, i colpi di stato: insomma, eventi che hanno sovvertito l’ordine che li precedeva. In questi casi, anche i cosiddetti simposi di approfondimento, non contemplano voci difformi e, di fatto, sotto spoglie scientifiche, non sono che megafoni della propaganda.

Il linguaggio parlato e visivo che si sta riversando sull’Orbe cattolico a celebrare il CVII è perfettamente sovrapponibile a quello utilizzato dai regimi politici del Novecento: dalle adunate oceaniche al dettaglio che travalica il semplice dato religioso entrando in una vera e propria visione totalitaria.

Esempio padre Bartolomeo Sorge in un’intervista di Renzo Allegri lanciata dall’agenzia Zenit: “In mezzo a questa rivoluzione, tremenda, la Chiesa e i cristiani hanno lottato e lottano. Molti sono stati sconfitti, ma molti hanno fortificato la loro testimonianza. Chi oggi frequenta la Chiesa, lo fa per sua profonda convinzione completamente libera. Le associazioni del volontariato, che coinvolgono soprattutto i giovani, sono un meraviglioso fenomeno di altruismo spontaneo. Le condizioni di lavoro degli operai (di quelli che il posto ce l’hanno, ovviamente!) sono migliorate. La consapevolezza della dignità della persona umana è più diffusa di un tempo. Nonostante tutte le apparenze, sono molte le famiglie nel mondo che vivono la fede cristiana con impegno serio. E tutto questo è dovuto in gran parte al Concilio Vaticano II”.

Come i fenomeni politici del Novecento, anche quello postconciliare si manifesta attraverso due aspetti: la propaganda e la burocrazia, anche queste due forme del comunicare tipicamente moderne. È il destino di tutti gli organismi che nascono dalla rivoluzione: dopo la spinta propulsiva, mantengono se stessi attraverso l’azione conservativa tipica dell’apparato burocratico a cui vengono iniettate periodiche dosi di entusiasmo tramite cartolina di precetto con le adunate di massa in cui si celebra la nascita di una nuova era.

Dopo aver rigettato la categoria di “evento” grazie alla quale il progressismo della scuola di Bologna ha imposto la propria linea nella Chiesa postconciliare, la si canonizza di fatto e di principio attraverso la celebrazione: è evidente che attraverso la tecnica della comunicazione non si può celebrare altro che un “evento”.

Con il CVII, la Chiesa è entrata nella fase “pop”.

La contiguità, la contaminazione si dice oggi, con l’anima “pop” è la prima idea che un esperto di comunicazione ricava dalla lettura dei testi del CVII. Più che a una raccolta di documenti e di atti della Chiesa scritti per essere compresi in ogni epoca, per la natura sostanzialmente descrittiva ed empatica rispetto al mondo che viene raccontato, l’impressione è quella di avere tra le mani un magazine, una raccolta di quotidiani o il testo redazionale di un telegiornale tipici del periodo in cui sono stati prodotti, gli Anni 60, e quindi sostanzialmente estranei a qualsiasi altro tempo: incapaci di recepire il passato e incapaci di parlare al futuro. Questa è l’essenza del “pop”, un fenomeno artificiosamente “popolare” che si svolge nel suo presente ignorando ogni legame, ogni eredità e ogni progetto.

Tutto ciò si adatta perfettamente alla natura pastorale di un Concilio che si è dato da se stesso la consegna di non giudicare. Ma se ci si priva del giudizio, e quindi di un punto di vista, diventa impossibile raccontare, anche solo fare la cronaca. Senza un punto di vista, non si può scrivere neanche una riga sul fatto più banale. L’unica via d’uscita è dunque l’empatia attraverso la quale il narratore si fa acriticamente tutt’uno con il narrato e con la narrazione. È ciò che avviene nei testi conciliari nei confronti del mondo moderno. Cfr. Descrizione del tipo di linguaggio Che cosa è successo nel Vaticano II,

Ma è chiaro che farsi acriticamente tutt’uno con la modernità significa rilanciarne le contraddizioni, la sostanziale incapacità di afferrare il reale nella sua essenza e, in definitiva, alla melancholia. Si ritorna alla deriva kantiana già spiegata.

La sublimazione del “pop”, che è una vera e propria estensione del linguaggio, dalla forma scritta a quella figurativa e musicale, è la tecnica pubblicitaria. Abile nello sfruttare le caratteristiche del linguaggio mitologico alieno al principio di non contraddizione, questa tecnica è in grado come poche altre di generare fugaci momenti di entusiasmo per sogni che non potranno mai essere realizzati, pena la caduta di interesse per il prodotto da veicolare nell’immaginario. Ma tutto questo fluttuare perenne al cospetto di un oggetto irraggioungibile, pur punteggiato da attimi di esaltazione, riconduce al cuore della “melancolhia”.

Il linguaggio del CVII è un caso di scuola nell’applicazione, consapevole o no, di questa struttura linguistica. Cfr. Descrizione del tipo di linguaggio Bella Addormentata

Tanto che il Concilio può essere analizzato anche alla luce del concetto di Brand, la vera essenza del messaggio pubblicitario.

Il Brand è

- Identità che si costruisce nel tempo attraverso un sistema di coerenze che esulano dal campo della logica.

- Non è il logo, non è il marchio, non è il nome, non è il packagin… Ma è l’anima del prodotto.

- Risiede nella mente dei clienti, è l’idea che il pubblico ha del prodotto o dell’azienda nel complesso.

- È specchio della reputazione dell’azienda che produce il prodotto e, allo stesso tempo, del cliente che lo esibisce come status.

Definizione di Walter Landor, pioniere del branding: “Il Brand è una promessa. Attraverso l’identificazione ed autenticando un pordotto/servizio, il Brand dichiara al mercato un impegno di soddisfazione e qualità”.

Definizione di Colin Bates: “Il Brand è un insieme di percezioni nella mente dei clienti”.

Esempio promessa: nuova Pentecoste

Esempio coerenze che esulano dalla logica: Contraddizioni all’interno dei documenti e continui rimandi dell’uno all’altro SC, UR, LG+Nota previa, GS

Esempio percezione nella mente dei clienti: ognuno ha un “suo” CVII

Esempio identità costruita nel tempo: nulla esiste al di fuori del CVII

Questa operazione è iniziata adottando termini e concetti del linguaggio della rivoluzione finendo per rivoluzionare il linguaggio.

Esempi di concetti riconducibili al linguaggio della rivoluzione:

“popolo di Dio” in LG, che non è certo una novità assoluta nella storia della Chiesa, ma va assumendo presto connotazioni rivoluzionarie contrapponendosi a quello di Corpo mistico e di società perfetta (cfr. Bella Addormentata);

“magistero vivo” che interpreta la parola scritta o trasmessa in DV.

Il concetto di “popolo di Dio”, come quello di “magistero vivo”, è un concetto dinamico e aperto che necessita di un contenitore a sua volta aperto e dinamico. Un’esigenza che si può soddisfare solo rivoluzionando i termini e le gerarchie del discorso.

Ecco così che Lumen Gentium rimanda a Unitatis redintegratio: giusti acattolici (i protestanti in buona fede) sono membri della Chiesa? Non si sa con certezza (cfr. LG 15 e il rimando a UR 3); i testi non sono molto chiari su questo punto. Una costituzione “dogmatica” come LG rimanda dunque a un testo di inferiore importanza come un decreto dichiarando di essere un contenitore aperto e di fatto da completare.

Lo stesso fenomeno lo si trova descritto da Benedetto XVI nella prefazione ai suoi scritti conciliari: “Tra i francesi si mise sempre più in primo piano il tema del rapporto tra la Chiesa e il mondo moderno, ovvero il lavoro sul cosiddetto ‘Schema XIII’, dal quale poi è nata la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Qui veniva toccato il punto della vera aspettativa del concilio. La Chiesa, che ancora in epoca barocca aveva, in senso lato, plasmato il mondo, a partire dal XIX secolo era entrata in modo sempre più evidente in un rapporto negativo con l’età moderna, solo allora pienamente iniziata. Le cose dovevano rimanere così? La Chiesa non poteva compiere un passo positivo nei tempi nuovi? Dietro l’espressione vaga ‘mondo di oggi’ vi è la questione del rapporto con l’età moderna. Per chiarirla sarebbe stato necessario definire meglio ciò che era essenziale e costitutivo dell’età moderna. Questo non è riuscito nello ‘Schema XIII’. Sebbene la Costituzione pastorale esprima molte cose importanti per la comprensione del ‘mondo’ e dia rilevanti contributi sulla questione dell’etica cristiana, su questo punto non è riuscita a offrire un chiarimento sostanziale.

Inaspettatamente, l’incontro con i grandi temi dell’età moderna non avvenne nella grande Costituzione pastorale, bensì in due documenti minori, la cui importanza è emersa solo poco a poco con la ricezione del concilio. Si tratta anzitutto della Dichiarazione sulla libertà religiosa (…). Il secondo documento che si sarebbe poi rivelato importante per l’incontro della Chiesa con l’età moderna è nato quasi per caso ed è cresciuto in vari strati. Mi riferisco alla dichiarazione Nostra aetate sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane”.

Si pensi anche all’esautorazione del principio di non contraddizione.

Esempio Sacrosanctum Concilium: affermazioni prettamente tradizionali sulla liturgia si alternano ad altre che le smentiscono.

Esempio Dei Verbum: c’è una tradizione costitutiva della fede della Chiesa? Non si sa perché il Concilio lascia la questione aperta: si può rispondere di sì o di no (cf. DV 8 e 9).

Ne esce un insieme di termini, concetti, proposizioni, documenti che non sono in grado di reggersi da soli, hanno continuo bisogno di un rimando ad altro che li spieghi. Sono testi aperti hanno bisogno di un’ermeneutica.

L’ermeneuticità è la causa formale dei testi del CVII, che senza interpretazione non esistono, e di conseguenza è la causa formale della vita stessa della Chiesa postconciliare.

Stabilito questo, il concetto e l’enunciazione dell’“ermeneutica della riforma nella continuità”, formalmente non rappresentano un rigetto delle cause della crisi, anzi ne sono la certificazione. Invece che sancire la fine della crisi, ne formalizzano l’esistenza. Poiché l’ermeneutica non è un criterio veritativo, ma interpretativo e quindi non può impegnare l’autorità che imponga una interpretazione al posto di un’altra, ma presuppone solo un interprete che si pone sullo stesso piano degli altri. Enunciare un qualsiasi genere di ermeneutica significa evocarne potenzialmente un numero infinito di altre. Cfr. cardinale Siri in Getsemani.

Senza entrare nell’ambito dottrinale, con il concetto di “ermeneutica della riforma nella continuità”, sul piano del linguaggio, si sta dicendo che i documenti del CVII, essendo testi aperti, non hanno forza propria. Quindi non possono sostenere neppure un’interpretazione autentica che escluda tutte le altre: operazione che d’altra parte dovrebbe essere inutile quando si ha a che fare con una fonte dottrinale poiché in dottrina si hanno solo due possibilità: la verità e l’errore, che non ammettono interpretazioni.

La cosiddetta interpretazione autentica risulta qui inoperante per sua stessa natura. Lo dimostra l’assurdo statuto di “Nota praevia” conferito al testo che postilla Lumen Gentium nel timido tentativo di arginare la deriva antiromana nella Costituzione sulla Chiesa cattolica. Se il testo si presentava come problematico ancora prima della sua promulgazione, sarebbe stato più corretto e più semplice rettificarlo prima pubblicarlo. Invece, in ossequio allo stile “melancholico” del linguaggio conciliare, se ne è fornita una precisazione che ha un valore minore rispetto al documento vero e proprio: si è prodotto un testo con annessa ermeneutica. Producendo formalmente un documento aperto, si è di fatto dichiarato interpretabile qualsiasi atto.

L’anarchia dottrinale, liturgica e morale comincia oggettivamente qui e qui nasce la formale impossibilità di mettervi rimedio poiché l’autorità si è privata da se stessa non solo possibilità di intervenire ma anche lo strumento per dire questa possibilità.

Lo stessa problematica vale per la successiva dichiarazione Dominus Iesus circa l’universalità e l’unicità salvifica di Cristo e della Chiesa. Nata dall’esigenza di chiarire il problema del “subsistit” di Lumen Gentium, non lo risolve soddisfacentemente sul piano dottrinale poiché non fa chiarezza su quello linguistico.

Dunque, anche ipotizzando il tentativo di imporre una “interpretazione autentica”, se ne vede subito l’impossibilità. L’interpretazione autentica è l’interpretazione della legge effettuata dal medesimo organo che ha posto in essere l’atto normativo. È dunque il soggetto che pone l’atto colui che, fra le possibili interpretazioni di una o più disposizioni, indica quale sia da considerare espressione della voluntas legislatoris. Ma è proprio questo il punto: il linguaggio impiegato nei testi conciliari mostra che non vi è una chiara voluntas, se non quella di non essere chiari. Dunque, anche l’autorità suprema, che ha emanato quegli stessi documenti, è costretta a scendere sul piano dell’ermeneutica, che come si è detto non è un criterio veritativo, nell’ennesima prova di quella che Romano Amerio chiamava desistenza.

“Il testo dottrinale del Concilio sulla Chiesa non è un trattato teologico, né una presentazione completa sulla Chiesa, ma un cartello indicatore” dice nel 2012 Joseph Ratzinger in Mon Concile Vatican II. Enjeux et perspective, Artège Spiritualité).

È importante sottolineare è che questo porsi sul piano dell’ermeneutica, formalmente nocivo alla dottrina e alla sua trasmissione, non viene imputato alla filosofia e o alla teologia di una corrente, di un settore della Chiesa o di un Papa, ma al fattore linguistico, ben più cogente poiché è strutturale.

Siccome continua, e continuerà, a essere vero l’assunto di Marshall McLuhan secondo cui “il mezzo è il messaggio”, l’aspetto più inquietante di quanto sta accadendo nella Chiesa dal CVII in poi sta nel fatto che, il vero messaggio dell’evento conciliare non è la sua dottrina, ma il mezzo attraverso cui questa è stata trasmessa: il linguaggio conciliare. E il linguaggio non è solo un contenuto, una dottrina, ma un metodo. Anzi è metodo che si fa esso stesso contenuto e dottrina. Dunque, ci troviamo davanti a qualche cosa di più mutevole e inafferrabile di un semplice errore dottrinale o di un semplice sistema si errori.

A causa della fallimentare adozione del linguaggio pastorale, gli errori possono essere replicati all’infinito e trovare forme nuove e continuamente cangianti. Il rischio di chi si oppone a tale deriva è quello di combattere battaglie di retroguardia contro i fantasmi degli errori che sono già stati lasciati sul campo dal linguaggio che li aveva prodotti. Non è un caso se persino coloro che si attardano nelle celebrazioni del CVII sembrano così vecchi.

Chi sta sul fronte opposto non deve cadere nella stessa trappola. Naturalmente il lavoro deve essere articolato, richiede un’analisi meticolosa del testo conciliare, ma questo, oggi, non è più sufficiente. Bisogna misurasi con lo sviluppo attuale dei problemi sorti cinquant’anni fa dentro alla lettera conciliare e bisogna persino prevederne lo sviluppo futuro.

Se non si decostruisce il linguaggio conciliare, si rischia di porre riparo ai guasti del CVII quando, di fatto, sono già in atto un Vaticano III, un Vaticano IV, un Vaticano V… che non hanno bisogno di essere formalmente convocati in quanto la loro modalità di esistere non è più quella classica e istituzionale cui è dovuto sottostare il CVII, ma possono essere celebrati direttamente sui mezzi di comunicazione.

Questa non cyber-teologia, ma la realtà in cui siamo immersi. Bisogna far circolare con sempre più insistenza una lingua restaurata che soppianti la neolingua conciliare. Bisogna parlare cattolico come se fosse lingua comune lasciando al neomodernismo imperante l’onere della prova. Ci sono un linguaggio, un metodo, un sistema di principi che può farlo e tutto questo si chiama Tradizione. A patto che la si vada a risvegliare ovunque ve ne sia un piccolo frammento anche nascosto tra i detriti più sporchi, perché là fuori c’è chi aspetta anche solo tenendone in mano un piccolo pezzo, e forse senza neppure saperlo.

Come dice Sam a Frodo nel Signore degli Anelli, quando il padrone sembra scoraggiato: “C’è del buono in questo mondo, padron Frodo. È giusto combattere per questo”.

Intervento di Cristina Siccardi

È per me un onore essere qui presente per parlare di un libro di grande coraggio, Questo Papa piace troppo edito da Piemme e scritto da Mario Palmaro e Alessandro Gnocchi con il contributo di Giuliano Ferrara. Siamo abituati a dire «Gnocchi-Palmaro», ma questa sera citiamo prima Mario Palmaro che ci ha preceduti nel gran passo, ben sapendo che è qui presente fra noi.

Dunque sono stati due laici ad occuparsi di Papa Francesco sul laico quotidiano “il Foglio” di un laico Direttore, Giuliano Ferrara che, come lui stesso afferma, non ha Fede, eppure, avendo grande intelligenza ragiona su un mondo occidentale che ha perso la sua connotazione cristiana, preoccupandosene, ed è per questo motivo che non ha avuto difficoltà ad ospitare sul suo quotidiano gli articoli di due intellettuali che si pongono interrogativi seri e ad essi hanno dato risposte altrettanto serie.

Poco fa Don Marino Neri ha spiegato il significo dei simboli nella Chiesa e in particolare dei simboli del Papa. Ebbene, guardiamo questo settimanale “cattolico” che ho portato qui questa sera: “il nostro tempo”, fondato da Monsignor Carlo Chiavazza nel 1946, uno straordinario cappellano militare che fece la campagna di Russia e la ritirata sul Don… Oggi questo settimanale è diretto da Beppe Del Colle, un nostalgico democristiano che è stato vicedirettore di «Famiglia Cristiana». In prima pagina è riportata la fotografia di Papa Francesco mano nella mano a don Luigi Ciotti, presidente della fondazione «Libera». L’editoriale di Mariapia Bonanate, che porta il titolo «La Chiesa del coraggio», inizia con queste parole: «Ci sono immagini che parlano più delle parole». Ecco, allora, il risultato ottenuto: l’immagine riconduce ad un concetto: la Chiesa è coraggiosa perché è dalla parte dell’antimafia. Ma è questo il ruolo della Chiesa. È questo il ruolo del Papa? Perché Francesco non dà la mano a Padre Stefano Maria Manelli? Fondatore dei perseguitati Francescani dell’Immacolata e che vive una vita di contemplazione, di santificazione e di oblazione per le anime e la offre, invece, ad un prete che non porta l’abito sacerdotale e si occupa di sociale, di politica, di ideologia e di denaro? Da anni conosco questo prete di Torino che di religioso ha ben poco: la sua religione è «la strada», come dice lui stesso, non il Cielo.

Eppure Papa Francesco il 21 marzo scorso, sotto i riflettori del mondo, lo ha abbracciato e si è avviato stretto a lui alla chiesa di San Gregorio VII per incontrare i familiari delle vittime della mafia.

«Pensavamo di incontrare un padre, abbiamo trovato un fratello, fratello Francesco» ha detto don Luigi Ciotti. Ciotti pensava di incontrare non un Papa, ma un padre, ma neppure questo si è verificato; ha incontrato un fratello, quindi, un uomo qualunque per un mondo che vuole essere assolto e giustificato nei suoi peccati, e nei suoi «vizietti», come afferma Ferrara. Peccati non solo veniali, ma anche capitali e mortali. E il Papa “qualunque” illude questo mondo, che si fonda sulle illusioni.

Francesco, rivolgendosi ai mafiosi, ha affermato: «Per favore cambiate vita, convertitevi, fermatevi di fare il male! Convertitevi per non finire all’inferno, è quello che vi aspetta se continuate su questa strada». È vero, Papa Francesco, nei suoi discorsi, parla di diavolo e di Inferno, ma ciò non disturba i media (come, invece, furono disturbati nel 1972 quando Paolo VI ne parlò con angoscia, annunciando che Satana era entrato nella Chiesa) e non disturba neppure facebook o twitter… perché l’individuazione del «male» non è quello presentato nelle Sacre Scritture e nella Chiesa di sempre, ma quello così definito dal mondo: il mafioso è «male» (frutto del demonio) perché il mondo dice che è «male», non lo dicesse ne sarebbe esente; mentre con la donna divorziata che convive o quella che ha abortito occorre essere indulgenti e non soltanto in fatto di castigo eterno, ma anche elargendo sacramenti con misericordia.

Scrive San Pietro nella sua prima Lettera:

«Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, e testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi: pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge. E quando apparirà il pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce» (I Pt 5, 1-4). Questo passo può essere collegato con quello di San Paolo, il quale, nella prima Lettera ai Corinzi, scrive:

«Sia dunque che mangiate sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la Gloria di Dio», dunque non per la gloria del mondo, tale da soddisfare il mondo. «Non date motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio» (1 Cor 10, 31-33), quindi la Chiesa del Dio cattolico. Eppure Papa Francesco ha dichiarato ad Eugenio Scalfari, nell’intervista a lui rilasciata lo scorso anno che, oltre alla necessità della Chiesa di aprirsi alla cultura moderna e di non convertire al Vangelo («Il proselitismo è una solenne sciocchezza. Bisogna conoscersi e ascoltarsi»): «Io credo in Dio. Non un Dio cattolico, non esiste un Dio cattolico, esiste Dio». E la Trinità?

Il Dio definito dalla Chiesa cattolica è il Dio della Trinità, il Papa gesuita e non sprovveduto, che spesso parla pubblicamente come stesse di fronte ad un’assemblea di scolaretti, non sa questo? Il Dio Uno e Trino è presente soltanto ed esclusivamente nel Cattolicesimo, non nell’Islam, non nella religione ebraica e neppure nella “religione massonica”, quella che ha preso e scopiazzato tanti simboli della Chiesa, facendone il pappagallo e scimmiottandola. Tuttavia in essa non si parla del Dio Uno e Trino, ma di un grande Architetto.

Conclude San Paolo nella sua lettera citata, che l’obiettivo finale della «Chiesa di Dio» è quello che tutti e ciascuno giungano alla Salvezza. Ma la Salvezza si raggiunge soltanto attraverso la Croce. La nostra Fede sarebbe vana, afferma ancora San Paolo, se Cristo non fosse risorto, perché altrimenti non avrebbe dimostrato il suo essere Figlio di Dio. Ma la sua Resurrezione e la nostra resurrezione è avvenuta e potrà avvenire soltanto attraverso la Sua Croce e le nostre croci, senza la quale e senza le quali la salvezza sarebbe negata.

La responsabilità petrina (di difesa della Fede e della Chiesa), sulla quale è fondata la Chiesa di Cristo, è pertanto immensa. Non abbiamo bisogno di un Papa che prende in braccio un bimbo vestito da papa e che grida; non abbiamo bisogno di vedere un Papa al quale lanciano corone del rosario che gli si appendono all’orecchio; non abbiamo bisogno di un Papa che telefona a destra e a sinistra… tutto questo e molto altro ancora ricorda lo scenario di un circo equestre. Le anime, anche quelle che vogliono e pretendono di essere assolte e giustificate nei loro peccati mortali, hanno bisogno di un Papa che assuma il suo ruolo e la sua funzione di Vicario di Cristo. I figli possono far presente al proprio padre che cosa da lui si aspettano, così come i fedeli ai quali veramente sta a cuore la Fede e la vita della Chiesa, possono far presente al loro Pastore di pascere agnelli e pecorelle come Cristo chiese a San Pietro e come San Pietro attuò.

OMELIA DI DON MARINO NERI ALLA S. MESSA IN SUFFRAGIO DI MARIO PALMARO

Tuis enim fidelibus, Domine, vita mutatur, non tollitur. «Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita è trasformata, non tolta». Queste sono le parole che la Chiesa, dal V secolo, pone sulle labbra dei sacerdoti nel prefazio della S. Messa esequiale, quando si raccomanda un’anima alla Clemenza divina. Esse esprimono il dato di Fede della vita eterna che consola i cuori dei fedeli, specie nei sacrifici e nelle sofferenze: quanto si soffre e si offre, in varie circostanze, nel corso della nostra storia, in piena obbedienza alla Volontà di Dio, trova il suo senso ultimo nell’Eternità, in quel “luogo di refrigerio, di luce e di pace” per cui ogni giorno la Liturgia prega in suffragio dei fedeli defunti. In quell’abitazione eterna nei Cieli, il Paradiso, la Misericordia Divina introdurrà le anime che nella vita terrena avranno vissuto secondo la vera Fede, una, santa, cattolica, apostolica, la sola per la quale valga la pena di vivere, di combattere e di morire, perché è divina e sempre concede quello che promette. Quella Fede che, ricevuta nel Battesimo e accresciuta coll’umile ascolto della Dottrina, è fecondata dalla Grazia e sempre più si fortifica, elevando l’intelletto e l’anima alla percezione delle realtà invisibili che la sola ragione non potrebbe contemplare. «Ma perché la Fede faccia nel cristiano questa operazione che le è propria – scriveva dom Emmanuel Marie Andrè nel XIX secolo – bisogna che sia pura, che sia intera». Una Fede annacquata o falsificata da elementi eterodossi non eleva, non infervora, non premia, bensì avvilisce, danneggia, corrompe.
«Non è cosa di poco conto avere, anche nella Chiesa Cattolica, una Fede integra, e quindi credere assolutamente, non di una creatura, ma di Dio stesso, nient’altro che la verità», afferma sant’Agostino nel De Baptismo (3, 14, 19) contro i Donatisti. Queste parole del santo dottore d’Ippona ci conducono a meditare quanto la Fede sia un bene sommo, da custodire, approfondire e difendere al fine di integram habere fidem e condurre una vita a essa conforme. Non è sufficiente aver ricevuto il Battesimo, per avere una Fede integra, ma essa va sempre meglio conosciuta e quindi tutelata. Infatti la Fede, essendo consegnata da Dio agli uomini a loro Salvezza, è calata nella storia. E nel mondo, si aggira anche l’errore, disseminato dal demonio che vuole contaminare la purezza della Fede, e dannare le anime. Il mezzo che consente senza dubbio di mantenere integra la Fede è l’accoglienza umile e devota della Santa Tradizione della Chiesa, che non può ingannarsi, in quanto sigillata e garantita dallo Spirito Santo: ciò che a questa Tradizione è conforme va assunto, a ogni costo; ciò che da essa si allontana come novitas va additato, senza alcun rispetto umano.
Veritatem autem facientes in caritate, crescamus in illo per omnia qui est caput Christus. «Operando secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di Lui, che è il capo, Cristo». Così ammonisce l’apostolo san Paolo la comunità di Efeso. Questo ha tenuto ben presente come stella polare del proprio agire intellettuale e morale Mario Palmaro, che oggi presentiamo davanti al trono dell’Altissimo. In lui hanno trovato realmente fecondo connubio la Fede cattolica e la finezza dell’intellettuale. Ma se di quest’ultima, messa umilmente al servizio della Fede, altri e in altre sedi parleranno, noi ora vogliamo guardare al Palmaro cattolico… un cattolico integrale, senza tiepidezze né tentennamenti! Egli, ben lo sappiamo, non ha lesinato preghiere e sacrifici fino agli ultimi giorni della sua esistenza terrena al fine di tutelare e annunziare integra in tutto il suo deposito dottrinale la Fede cattolica, anche a costo dell’incomprensione se non addirittura del giudizio da parte di alcuni. A quella Fede ha aderito con l’intelletto mosso dalla volontà e dalla Grazia; per quella Fede ha immolato tempo e forze; quella Fede egli ha valorosamente difeso, quale bonus miles Christi, in tutta la sua purezza per amore a Cristo, alla Chiesa Cattolica e al Papa; quella Fede lo ha sostenuto e consolato lungo il Calvario della malattia; quella Fede ha annunciato in modo sublime alla sua amata famiglia (la sposa Annamaria e i quattro figli) e agli amici, specie dalla cattedra di dolore che sempre più lo ha conformato a Cristo Crocifisso. Un Fede che a Mario ha fatto dire: «Dunque, la malattia è un tempo di grazia, ma spesso i vizi e le miserie che ci hanno accompagnato durante la vita rimangono, o addirittura si acuiscono. È come se l’agonia fosse già iniziata, e si combattesse il destino della mia anima, perché nessuno è sicuro della propria salvezza». Certamente nessuno può presumere della propria salvezza. Tuttavia, ci insegna a più riprese ancora sant’Agostino, la perseveranza finale è segno sicuro di predestinazione. L’attesa di “sora nostra morte corporale” non ha sfiancato la tempra spirituale di questo soldato di Cristo, ma l’ha sempre più affinata, attraverso una preparazione degna per la battaglia più dura: quella della sofferenza e del trapasso. I Sacramenti ricevuti con devozione, la preghiera incessante, i nomi di Gesù e di Maria nel cuore sono il suggello con cui oggi la Chiesa presenta all’Eterno Padre l’anima fedele di Mario Palmaro: possa Iddio raccogliere e premiare ogni sua opera buona, ogni sua fatica, ogni sua lacrima, nonché perdonare qualsivoglia residuo di colpa.

Caro Mario, nel congedarci da te, sostenuti dalla medesima Fede cattolica, osiamo altresì sperare che la tua anima, già purificata dall’esigente Grazia della malattia, sarà gradita al Buon Dio come un olocausto e le varrà la beata pace del Paradiso, riservata ai “sevi buoni e fedeli”. E noi tutti, ancora pellegrini verso la Patria celeste, sostenuti da tanto esempio, continuiamo il buon combattimento della Fede e preghiamo con le parole del b. card. Newman: «O Mio Dio, porrò me stesso nelle tua mani senza riserve. Ricchezza o affanno, gioia o dolore, amici o abbandono, onore o umiliazione, buona o cattiva reputazione, agiatezza o disagio, la tua presenza o il nascondersi del tuo volto: tutto è bene se viene da te. […] Cosa possiedo in cielo e cosa voglio sulla terra oltre a Te? La mia carne e il mio cuore vengono meno: invece Dio è il Dio del mio cuore, e la mia parte di eredità per sempre». Amen

© RISCOSSA CRISTIANA

P. Cavalcoli, Vassallo e Pasqualucci: confronto e discussione sul Concilio Vaticano II

Dopo la pubblicazione, su Riscossa Cristiana dell’8 aprile 2014, del commento di Piero Vassallo al libro “Unam Sanctam” di Paolo Pasqualucci, P Giovanni Cavalcoli, OP, ha scritto una lettera a Piero Vassallo, con la quale confuta le posizioni di Pasqualucci (e dello stesso Vassallo) sul Concilio Vaticano II. Ne è nato un dibattito tra i tre illustri Autori, che reputiamo sia di grande interesse per quanti hanno a cuore il bene della Santa Chiesa, le cui miserevoli condizioni sono sotto gli occhi di tutti. Ringraziamo P. Cavalcoli e i proff. Vassallo e Pasqualucci, che ci hanno autorizzato a pubblicare questo epistolario, che proponiamo ai nostri lettori, con la certezza di fare un utile servizio al bene della Chiesa e quindi di operare per il bene e la salvezza di tutti.

Paolo Deotto (16/04/2014)

Lettera di P. Giovanni Cavalcoli, OP al prof. Piero Vassallo

Caro Professore,

unamsanctamho letto il suo commento al libro di Pasqualucci “Unam Sanctam”. Vedo che, nonostante le chiarificazioni che io insieme con altri teologi e col Magistero degli ultimi Papi, compreso il “Catechismo della Chiesa Cattolica”, stiamo dando circa il vero significato delle dottrine del Concilio Vaticano II, purtroppo continuano a sussistere pericolosi equivoci, che si potrebbero riassumere nella sua affermazione: “il Vaticano II si può interpretare quale “grande illusione” nutrita da un’assemblea intesa all’esecuzione del suo progetto anacronistico: stabilire una pace ecumenica con ideologie in discesa furente verso il delirio l’autodistruzione“. Questa è una calunnia bella e buona. Il Concilio non fa affatto la pace con gli errori della modernità, ma al contrario li denuncia e li corregge, e ci insegna a vivere un cattolicesimo sanamente moderno, che sappia discernere con saggezza ed assumere i valori della modernità, come già fecero il Maritain, il Congar, lo Journet ed altri precursori del Concilio.

Tutti gli storici seri, informati ed obbiettivi della cultura moderna sanno benissimo che la modernità non è un mostro, non è un semplice cumulo di errori, ma un complesso fenomeno nel quale è dato di trovare il buono e il cattivo, il sano e il malato, il pregio e il difetto, il santo e il criminale. Il Concilio, con discernimento ispirato dallo Spirito Santo, ci insegna a “raccogliere il positivo e a respingere il negativo”. Accusare il Concilio di modernismo, come fanno i lefevriani, è stoltezza ed è a sua volta eretico, perché le dottrine di un Concilio ecumenico, siano o non siano esposte nella forma di definizioni solenni (qui Gherardini e De Mattei si sbagliano), sono sempre “infallibili” (purché rettamente interpretate), ossia “immutabilmente vere”, in quanto interpretazione ecclesiale della Parola di Dio. Tutt’al più un Concilio può sbagliare nelle direttive pastorali, e qui possiamo anche avanzare delle riserve o delle critiche sugli insegnamenti del Concilio, tanto che non sarebbe forse male convocare un nuovo Concilio per dissipare gli equivoci e correggere gli errori pastorali, come sempre del resto si è fatto nella storia della Chiesa. Ma “non è assolutamente consentito accusare un Concilio di errori dottrinali o dogmatici, anche se non definiti”. E questo ovviamente non per un cieco partito preso fideistico o papolatrico, ma perché ad un attento esame dei testi risulta che i supposti errori effettivamente non esistono.

Le nuove dottrine sono un’esplicitazione, una spiegazione e uno sviluppo di quelle della Tradizione, come hanno detto i Papi un’infinità di volte, né diversamente potrebbe essere, perché allora vorrebbe dire – cosa impossibile – che è mancata l’assistenza dello Spirito Santo. Lo Spirito ha soffiato, ma i Padri non lo hanno ascoltato? Anche questo è un sospetto eretico. Queste cose lasciamole dire ai luterani, ma non sono idee da cattolici. Certo al Concilio erano presenti dei mestatori e dei criptomodernisti, certo si fa fatica a capire come Papa Giovanni si stato così ingenuo da ammetterli al Concilio, ma resta sempre che i loro errori, benché essi abbiano tentato, non sono affatto penetrati nei documenti finali del Concilio. Qui De Mattei confonde ciò che si è discusso durante i lavori del Concilio con le conclusioni alle quali è arrivato. Le obiezioni di Pasqualucci sono tutte risolvibili. La grande e dura battaglia da portare avanti non è contro il Concilio per un malinteso ritorno alla Tradizione ma contro il modernismo, “soprattutto quello di Rahner”. La “Messa di sempre” non è solo quella di S. Pio V, ma anche quella di Paolo VI; cambiano solo cose accidentali. Come ho dimostrato ad abundantiam nel mio libro, Rahner non è interprete, né tanto meno protagonista, ma FALSIFICATORE del Concilio. Lo vogliamo capire una buona volta? “Il rimedio al rahnerismo è proprio il Concilio!!” Finché interpreteremo il Concilio come modernista, faremo come l’ammalato che scambia il medico per la malattia.

Con viva cordialità

P. Giovanni Cavalcoli, OP

Piero Vassallo ha così risposto:

Reverendo Padre, ho letto con attenzione la sua lettera e ne ho capito l’intenzione caritatevole, per cui la ringrazio di cuore. Le chiedo se possiamo pubblicare il suo testo e i commenti di Pasqualucci e mio nel sito Riscossa Cristiana. Devo dirle che ho la certezza che Benedetto XVI abbia iniziato (cautamente e con lo stile da gran signore) la revisione del Concilio, dicendo che la Gaudium et Spes parla di mondo moderno senza definirlo (è poi questa la principale obiezione che rivolgo io ai testi conciliari: una visione imprecisa e illusoria del “mondo moderno”, concetto ambiguo – anche Pio XII e Fabro appartengono al mondo moderno… – perché induce a cercare la bontà dove l’errore comanda la trafila dei pensieri).

P. Giovanni Cavalcoli ha replicato:

Caro Professore,

non ho alcuna difficoltà a che la lettera che le ho scritto sia resa pubblica. Desidero tuttavia fare alcune precisazioni, soprattutto in relazione alla posizione di Benedetto XVI nei confronti dell’interpretazione del Concilio. Come tutti i Papi da Giovanni XXIII fino al presente, Benedetto distingue nel Concilio una parte “dottrinale”, che deve ricevere la nostra incondizionata adesione essendo un’esplicitazione del patrimonio di fede della Tradizione (“continuità nel progresso”) e una parte “pastorale”, circa la quale Benedetto è stato il primo Papa del postconcilio a riconoscere che esistono elementi discutibili ed ha parlato addirittura della necessità di una “rottura” col passato, con particolare riferimento al fatto che il Vaticano II insegna il diritto alla libertà religiosa al posto della dottrina della religione di Stato, ancora in vigore con il concordato del 1929.

Questo implica che la Chiesa, mentre nel dogma (anche se non definito) è infallibile, invece nel campo delle direttive pastorali può cambiare e può sbagliare. inoltre Benedetto XVI, nelle trattative con i lefevriani, ammise che certe parti o modi di esprimersi del Concilio erano “discutibili”, cosa evidentemente da riferirsi alla pastorale o al linguaggio e non alla dottrina, a proposito della quale il Papa disse ai lefevriani che, se volevano essere in piena comunione con la Chiesa, dovevano “accettare tutte le dottrine”, certamente quelle dogmatiche, del Concilio.
Quanto alla questione della modernità, la cosa è molto semplice. Bisogna smetterla con la condanna globale della modernità secondo un modulo o linguaggio preconciliare, che si basa su di una visione parziale e quindi ingiusta della modernità, che fa il gioco dei modernisti. Nella vera e reale modernità non esistono solo errori, ma anche pregi e novità positive. Non esiste forse un tomismo moderno? E nelle stesse ideologie moderne non si trovano forse elementi positivi? Tutto ciò va accolto ovviamente facendo uso di quei giusti criteri che il Concilio stesso ci offre, del resto nel solco della Tradizione. La vera, sana modernità non è il modernismo, ma è quella insegnataci dal Concilio. Siamo stati in passato troppo acquiescenti a certe espressioni “ad usum delphini” che hanno fatto solo il danno della cultura cattolica, facendola passare per superata, come per esempio il chiamare Cartesio “fondatore della filosofia moderna”. Si deve invece dire che è stato l’iniziatore degli “errori “moderni, appunto perché la modernità non si risolve, grazie a Dio, negli errori di Cartesio. Sono stati gli storici e i propagandisti cartesiani che per far adorare il loro idolo sono riusciti ad imporre quella ingannevole espressione. Ma adesso basta. Il Concilio ci insegna qual è la vera e “sana “modernità senza per questo cadere nella rete dei suoi errori. Il metodo è molto semplice, saggio profondo. E’ il metodo di S. Paolo: “provate tutto, tenete ciò che è buono”.
Con viva cordialità

P. Giovanni Cavalcoli, OP

Ecco infine le risposte complete di Piero Vassallo e di Paolo Pasqualucci alle obiezioni di P. Giovanni Cavalcoli:

Risposta di Piero Vassallo al rev. padre Giovanni Cavalcoli o. p.

Reverendo Padre e fraterno Amico, le ragioni del reciproco contendere (se non sbaglio) sono il giudizio sulla filosofia / ideologia moderna e la recezione generosa e forse incauta della sua improbabile autocorrezione nell’allocuzione Gaudet Mater Ecclesia e nel Concilio Vaticano II.

Ora il mio giudizio critico sulla filosofia moderna ha origine dalla condivisione delle critiche rivolte dal magistero di Pio XII, oltre che da illustri filosofi e teologi (Cornelio Fabro, Antonio Messineo e Nicola Petruzzellis, ad esempio) ai pensatori cattolici, che hanno abbandonato l’ortodossia tomista per seguire la “via modernorum“.

La infelicissima scelta dei modernizzanti (a mio avviso) ha lontana origine dal fraintendimento/tradimento del tomismo da parte della scolastica decadente e la tentazione (finalmente accolta da Cartesio) di affermare il primato del pensiero puro sulla realtà, in ultima analisi la decisione di capovolgere la legge che stabilisce nihil in intellectu quin fuit prius in sensu.

Che il pensiero dei filosofi procedenti sulla “via modernorum” sia afflitto da un tale male è indubitabile. Chi possiede una modesta conoscenza dei filosofi idealisti conosce la loro avversione al metodo classico, che afferma il primato dell’essere rispetto al pensiero e perciò riconosce la necessità di astrarre i concetti dalle cose.

Rosmini ha intuito il paradosso che inficia gli idealismi moderni dimostrando che Hegel afferma che in Dio è presente l’essere e il non essere, e che nella mente umana (mente divina caduta nel mondo) si raccolgono i concetti e la materia delle cose.

Il pensiero moderno (moderno nel senso sopra definito), a mio parere, non è altro che il risultato estremo e catastrofico del cammino sulla infeconda via modernorum.

Che bisogno c’è di cercare in Hegel e nei moderni della sua classe (Heidegger, ad esempio) le verità esposta con espressioni insuperabili da San Tommaso d’Aquino? Perché mai dovremmo contrastare il senso comune addentrandoci nella foresta tenebrosa dell’idealismo? Perché dovremmo credere nell’attitudine della tradizione moderna a correggersi? Visibile è soltanto la retrocessione del “moderno” all’arcaico.

Io sono convinto (pronto a ricredermi a chi dimostrasse vero il contrario) che Cartesio è il prodotto “penultimo” della scolastica decadente e perciò il padre (o il pre-padre) della filosofia che afferma il primato del pensiero sull’essere (filosofia da me giudicata prosecuzione catastrofica dell’errore avviato dai pensatori cattolici in cammino sulla via modernorum).

E’ per me arduo capire quale utile lezione si possa cavare dalle opere dei filosofi che hanno battuta la via indicata dal cogito di Cartesio.

Che cosa possiamo apprendere se non l’avversione alle verità di ragione, da Spinoza, da Kant, da Hegel, da Heidegger, da Sartre e dai neognostici francofortesi, affossatori del “moderno”?

Il “vertice speculativo della modernità“, l’opera di Hegel, è peraltro inquinata da concetti di provenienza gnostica. Lo ha dimostrato un allievo di Hegel, Karl Rosenkranz e, in anni recenti, lo hanno magistralmente confermato padre Ennio Pintacuda e il prof. Massimo Borghesi.

E da Heidegger cosa possiamo apprendere se non gli errori madornali che sono esposti nelle fluviali opere di Karl Rahner, suo venerante discepolo e anima nera del Vaticano II?

Ovviamente non affermo l’obbligo di ignorare i problemi posti dai filosofi moderni. Ho difficoltà a credere che nelle loro opere si trovino idee utili a rafforzare la ragione e la fede.

Lo stesso giudizio si può facilmente applicare all’ideologia comunista, anche senza bisogno di ricordare il suo dichiarato fallimento. Qui, a mio avviso, si incontra il nodo stretto da Maritain e non ancora sciolto dai cattolici (quelli della scuola bolognese, ad esempio) che, al seguito di “Umanesimo integrale” e dei commenti di don Dossetti, hanno vissuto l’avventura della teologia progressista.

Nel saggio ”À travers la victoire”, Maritain affermava: “Lo spirito della Resistenza ha modellato tra gli uomini della rivoluzione e quelli della speranza cristiana vincoli d’intesa e di collaborazione, che, liquidando i vecchi pregiudizi, hanno aperto la strada ad una nuova democrazia”.

E di seguito: “Abbiamo combattuto insieme nella resistenza, contro il nemico comune. Dunque continuiamo a guerra finita a collaborare strettamente. Costruiamo insieme una società radiosa. Congeliamo le nostre differenze; prima umanizziamo, evangelizzeremo dopo”.

Che cosa rimane di quei vincoli dopo la fine patetica dell’avventura comunista? Che cosa rimane del glorioso Arcipelago Gulag? Che cosa rimane del sogno di costruire una società radiosa con i teorici della società concentrazionaria? Infine che cosa rimane dei pensieri prodotti dai marciatori sulla via modernorum? Temo rimanga soltanto l’utopia ultramoderna – apostasia totale, negazione babilonese dell’onesto benessere, sovversione della famiglia, avversione alla vita, promozione dell’omosessualità – una mostruosità realizzata dal “profeta” cattocomunista Fiesoli nella comunità del Forteto.

Le edizioni Settecolori in questi giorni hanno pubblicato, in Lamezia Terme, a cura di Stefano Berselli, una raccolta di saggi intitolato “Il Forteto, destino e catastrofe del cattocomunista”. Si tratta di un documento che indica il capolinea del cattocomunismo e la dissoluzione della modernità apprezzata dal Vaticano II: la guerra malthusiana alla famiglia combattuta con l’arma dell’inversione pederastica. E’ l’ultima, definitiva lezione del moderno.

Risposta di Paolo Pasqualucci al padre Giovanni Cavalcoli, OP

Reverendo Padre Cavalcoli,

1. Non si può ammettere l’infallibilità implicita dei documenti di un Concilio solo pastorale

Nella sua accorata difesa del Vaticano II, lei tiene a ribadire la sua personale nozione di una infallibilità implicita degli insegnamenti di un Concilio Ecumenico, anche quando non impartiti come dogmi. E quindi di tutti i documenti di un Concilio solo pastorale quale ha voluto essere il Vaticano II. Lei, infatti, non si limita al caso del documento pastorale del Vaticano II che ribadisce un insegnamento infallibile del passato (vedi art. 25 della costituzione Lumen Gentium), non diventando per ciò stesso infallibile, il documento: va ben oltre! Chiamo “implicita” questa supposta infallibilità perché non risultante né dai segni né dai concetti tipici delle dichiarazioni solenni con le quali in passato i Concili ecumenici condannavano errori o definivano verità di fede da ritenersi come dogmi da parte di tutti e ciascuno. Ma una dogmaticità implicita o surrettizia non sarebbe cosa del tutto nuova nella storia della Chiesa? E in verità non la si può ammettere, già per il fatto che il fedele deve sapere con certezza quando si trova di fronte ad una dichiarazione dogmatica, visto che disattendervi significa cadere nel peccato mortale di eresia, prenotarsi un posto all’Inferno. Se le pronunce del non dogmatico Vaticano II (dotatosi espressamente di un “fine pastorale” – vedi le “Notificazioni” in appendice alla costituzione dogmatica Lumen Gentium sulla Chiesa – “dogmatica” notoriamente senza dogmi) sono da ritenersi “infallibili” e quindi “immutabilmente vere”, come lei dice, per il semplice fatto di essere “interpretazione ecclesiale della Parola di Dio”, dobbiamo allora ritenere infallibile la dottrina esposta nello sconcertante art. 22.2 della costituzione Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, nel quale si afferma che “Infatti, con l’Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo”? E dottrina infallibile anche la sua riesposizione senza lo “in certo modo”(quodammodo), ad opera dell’art. 432 del Catechismo della Chiesa Cattolica e di Giovanni Paolo II, nell’art. 13 della sua enciclica “Redemptor hominis”, intitolato appunto: Cristo si è unito ad ogni uomo; riesposizione nella quale lo stravolgimento dell’Incarnazione in senso panteistico ossia il pancristismo infiltratosi nel testo conciliare appare in modo ancora più evidente? Quest’incredibile frase, che si situa in un contesto teso ad esaltare la dignità dell’uomo in quanto tale, cercandole un fondamento addirittura nell’Incarnazione, non sembra far riapparire un antico e gravissimo errore, già combattuto da san Giovanni Damasceno e confutato da san Tommaso? Se l’Incarnazione del Verbo, oltre che con l’individuo storico Gesù di Nazareth, ha realizzato un’unione con ognuno di noi, ognuno di noi viene innalzato ad una dignità sublime come quella dell’uomo perfetto (perché senza peccato) che era Nostro Signore, venendo così a partecipare della divinità del Verbo stesso! In tal modo non si divinizza l’uomo, rendendo incomprensibile il dogma dell’Incarnazione e non si fa, di fatto, sparire il dogma del peccato originale? E difatti, di quest’ultimo chi ne ha più sentito parlare dal Vaticano II in poi? E non si oscura anche la dottrina trinitaria ortodossa? Ma valga il vero: come avrebbe potuto il Verbo unirsi per il fatto stesso dell’Incarnazione “ad ogni uomo”, afflitto com’è “ogni uomo” dalla corruzione del peccato?

2. Se gli insegnamenti del Vaticano II sono infallibili, come mai ci sono stati “sbagli” nelle direttive pastorali che li attuavano?

Dopo aver dichiarato infallibile il Vaticano II, lei scrive tuttavia che “un Concilio può sbagliare nelle direttive pastorali”. Le critiche al Vaticano II dovrebbero perciò limitarsi agli errori emersi nella sua pastorale, non alla dottrina della quale la pastorale è l’applicazione. Ma come è possibile, mi chiedo, che direttive pastorali attuanti dottrine supposte infallibili possano essere “sbagliate”? Forse che l’assistenza dello Spirito Santo, che si suppone guidi l’enunciazione di ogni dottrina concernente il dogma, è venuta all’improvviso meno quando si è trattato di attuare nella prassi certe dottrine (supposte) infallibili del Vaticano II? Lo Spirito Santo non l’assiste sempre la Chiesa, anche quando non emette pronunce dogmatiche? (Certo, poiché Dio ci lascia l’uso del nostro libero arbitrio, volendo da noi una “obbedienza consapevole”, l’assistenza dello Spirito Santo bisogna anche volerla). E mi permetta di chiederle: forse che il Tridentino e il Vaticano primo, due concili ecumenici sicuramente dogmatici, nella forma e nelle intenzioni, hanno emanato “direttive pastorali sbagliate”?

3. Il sensus fidei dei credenti non può ammettere che certe singolari dottrine del Vaticano II provengano dallo Spirito Santo.

Lei poi sembra addirittura terrorizzato dall’idea che rilevare gli errori infiltratisi in certi testi del Concilio, comporti negare l’assistenza dello Spirito Santo allo stesso. Ma da semplice cattolico, come posso credere che lo Spirito Santo abbia ispirato la nuova dottrina dell’Incarnazione, appena richiamata, o la nuova definizione della Chiesa di Cristo di cui a Lumen Gentium 8, e al decreto Unitatis redintegratio 3: quella della Chiesa del “subsistit in”, che include nella Chiesa di Cristo anche gli acattolici, pur se in comunione non piena o imperfetta con la Chiesa cattolica (ma che vuol dire?). O l’incredibile dualismo provocato dalla nuova collegialità, di cui all’art. 22 della Lumen Gentium, che ha creato due titolari della somma potestà di giurisdizione sulla Chiesa, il Papa da solo (come da tradizione) e il collegio dei vescovi con il Papa, con l’unico limite per il collegio di non poter esercitare la somma potestà se non con l’autorizzazione del Papa, che invece non ha (ovviamente) bisogno del permesso di nessuno per esercitarla. Due organi titolari della suprema potestà e due esercizi della stessa, uno libero ed uno limitato: un dualismo fonte di perenne conflitto tra il Papato e le Conferenze Episcopali nazionali, che ha indebolito il Primato di Pietro e contribuito ampiamente all’anarchia oggi dilagante nella Chiesa. E dottrina infallibile devono ritenersi anche le straordinarie aperture del Concilio alla creatività liturgica, contenute nella costituzione Sacrosanctum Concilium sulla liturgia (artt. 22, 37-40), contrarie a tutta la Tradizione della Chiesa ed in passato sempre riprovate dal Magistero? O la nuovissima dottrina sulla “libertà religiosa” (dichiarazione conciliare Dignitatis humanae) che appare un calco di consimili dottrine profane, frutto quest’ultime dell’agnosticismo, della miscredenza, del rifiuto del Sovrannaturale, dell’avversione a Nostro Signore che caratterizzano il pensiero moderno e contemporaneo?

Reverendo Padre, mi consenta di dirle, in tutta franchezza: tanto meglio, se lo Spirito Santo non ci ha avuto a che fare, con certi testi del Concilio: un domani sarà cosa ancor più semplice per un Papa o un Concilio Ecumenico r i f o r m a r l i , purgandoli dagli errori.

4. Il vero Vaticano II non è quello che conosciamo dai testi finali.

Sulle ambiguità e gli errori penetrati nei documenti conciliari, c’è da fare un’ulteriore, fondamentale considerazione. Il Vaticano II che conosciamo non è il vero Vaticano II. Il vero Concilio era quello preparato dalla Curia, sotto la guida del cardinale Alfredo Ottaviani e di padre Cornelius Tromp, gesuita olandese, eminente teologo, sentiti i pareri di tutti i vescovi, in tre anni di duro lavoro, con documenti del tutto ortodossi, contenenti concessioni di poco rilievo alle istanze dei “progressisti”, rappresentate nella fase preparatoria dai ben noti cardinali Liénart, Bea, Frings, Koenig, Doepfner, Suenens, Lercaro, e alcuni altri. Un eccellente e validissimo lavoro, al quale avevano preso parte i migliori teologi ortodossi, fu buttato a mare nella convulsa ed anomala fase iniziale del Concilio, grazie ad una serie di colpi di mano procedurali dei “progressisti”, che riuscirono a conquistare la prevalenza nelle dieci Commissioni conciliari incaricate di elaborare gli schemi dei testi da sottoporre all’assemblea e ad inserire le Conferenze Episcopali nei lavori del Concilio. L’approntamento dei nuovi testi si rivelò ovviamente tanto laborioso quanto ambiguo e tormentato, anche per l’opposizione degli elementi “conservatori”, dato che le istanze che si volevano far valere in questi nuovi testi erano in sostanza quelle – lei lo sa meglio di me – dei vari Rahner, de Lubac, Congar, Chenu, etc., tutti teologi sottoposti a censure e costretti al silenzio da Pio XII a causa delle loro cattive dottrine, fatti invece partecipare da Giovanni XXIII alle Commissioni conciliari in veste di periti, già nella fase preparatoria. L’azzeramento del “Concilio preparato”, come lo chiamò Romano Amerio, grazie ad un vero e proprio “brigantaggio procedurale” che consegnò in pratica il Concilio alla minoranza degli adepti della “nouvelle théologie” neomodernista, non sarebbe stato possibile senza l’acquiescenza e la complicità di Angelo Roncalli.

Con i miei più cordiali saluti, in corde Mariae,

Paolo Pasqualucci

© RISCOSSA CRISTIANA

Gaudio e dolori del magistero di Francesco

cristianesimocattolico:

La novità di metodo della “Evangelii gaudium” spiegata da un teologo australiano. Ma non sempre il papa è interpretato correttamente. Nemmeno dal direttore de “La Civiltà Cattolica”. Il caso emblematico del battesimo di Córdoba.

di Sandro Magister (15/04/2014)

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Dai capidicastero della curia romana, da lui chiamati a rapporto all’inizio di questo mese di aprile, papa Francesco ha voluto ascoltare una sola cosa, così riassunta nel comunicato ufficiale: “le riflessioni e le reazioni suscitate nei diversi dicasteri dall’esortazione apostolica ‘Evangelii gaudium’ e le prospettive che si aprono per la sua implementazione”.

Che la “Evangelii gaudium” sia effettivamente la carta programmatica del pontificato di Jorge Mario Bergoglio è ormai al di là di ogni dubbio.

Ma proprio per questo la sua comprensione è importante. Ed è nello stesso tempo difficile. Perché la forma in cui la “Evangelii gaudium” è scritta non è affatto conforme ai canoni classici del magistero ecclesiastico, così come non lo è il quotidiano discorrere pubblico di papa Francesco.

Nel saggio pubblicato in esclusiva più sotto, Paul-Anthony McGavin sostiene che Francesco rifugge dalle astrazioni, mette al bando quelli che chiama i “freddi sillogismi”, ama invece un pensiero e un’azione “olistici”, cioè globali. E mostra come proprio questa sia la novità di metodo della “Evangelii gaudium”.

McGavin, australiano, 70 anni, è sacerdote della diocesi di Canberra e Goulburn e assistente ecclesiastico all’Università di Canberra. Nel 2010 pubblicò su “L’Osservatore Romano” un commento altrettanto ampio e approfondito all’enciclica “Caritas in veritate” di Benedetto XVI.

In papa Francesco – scrive McGavin – “incontriamo una mentalità radicata nell’empirismo pastorale, che integra le circostanze concrete dentro una comprensione strutturata e fondamentale del Vangelo”.

Ma lo stesso McGavin riconosce che questa mentalità “non frammentata” espone il papa a notevoli rischi di fraintendimento. Specie quando alcune sue affermazioni sono assunte dai media come aforismi a sé stanti e trasformate in chiavi interpretative globali dell’attuale pontificato.

Due esempi recenti sono prova di questo fraintendimento.

Nell’arco di 36 ore, tra giovedì 10 e venerdì 11 aprile, papa Francesco si è anzitutto scagliato – e non è la prima volta – contro “la dittatura del pensiero unico” che sopprime “la libertà dei popoli, della gente, delle coscienze”.

Poi ha difeso con forza “il diritto dei bambini a crescere in una famiglia con una papà e una mamma, nel confronto con ciò che è la mascolinità e la femminilità di un padre e di una madre, così preparando la maturità affettiva”.

Poi ancora ha espresso giudizi durissimi contro “gli orrori della manipolazione educativa” che “con pretesa di modernità spinge i bambini e i giovani a camminare sulla strada dittatoriale del pensiero unico”. Ed ha aggiunto la testimonianza di un “grande educatore” che gli aveva detto pochi giorni prima: “A volte non si sa se con questi progetti – riferendosi a progetti concreti di educazione – si mandi un bambino a scuola o in un campo di rieducazione”.

E infine ha ribadito la contrarietà all’uccisione di ogni “nascituro nel seno materno”, citando il lapidario giudizio del Concilio Vaticano II: “L’aborto e l’infanticidio sono delitti abominevoli”.

I riferimenti a fatti, a leggi, a sentenze giudiziarie, a campagne d’opinione riconducibili all’ideologia del “gender”, entrati nelle cronache recenti in Italia, in Francia e in altri paesi, erano trasparenti nelle parole di papa Francesco.

Ma nei media, in generale, questi suoi moniti hanno avuto un impatto praticamente nullo. Come fossero pura astrazione, ininfluente sulla realtà e aliena da qualsiasi giudizio. Perché la chiave di spiegazione di tutto – nella narrazione che i media fanno di papa Francesco – è ormai diventato il “chi sono io per giudicare?” detto dallo stesso papa una prima volta nella conferenza stampa sull’aereo di ritorno da Rio de Janeiro e una seconda volta nell’intervista a “La Civiltà Cattolica”, con riferimento all’omosessuale “che cerca il Signore e ha buona volontà”.

Il secondo esempio mostra come un uso distorto ed estensivo del “chi sono io per giudicare?” ha fatto breccia anche dentro la Chiesa e persino in chi dovrebbe essere interprete affidabile del pensiero di papa Francesco.

Il 1 aprile, in un’affollata conferenza pubblica a Roma, il direttore de “La Civiltà Cattolica” e intervistatore del papa, padre Antonio Spadaro, ha detto testualmente: ”Se non ci fosse stato papa Francesco non sarebbe stato facile battezzare una bambina nata da una coppia lesbica”.

Il gesuita si riferiva al battesimo annunciato con grande risalto e poi effettivamente amministrato il 5 aprile in Argentina, nella cattedrale di Córdoba, della figlioletta di una donna unita in “matrimonio” civile con un’altra donna, entrambe presenti al rito come “madri” e assistite come “madrina” dalla presidente Cristina Kirchner.

Ma se questa, secondo padre Spadaro, era la felice novità propiziata da papa Francesco, va detto che non c’è nulla di nuovo ma molto di antico e di tradizionale nel battesimo di una neonata, comunque venuta al mondo. Sono soltanto talune correnti cattoliche progressiste e anticostantiniane ad essere contrarie alla pratica plurisecolare del battesimo dei bambini.

La novità, per la Chiesa, era invece in tutto il resto della reclamizzatissima cerimonia di Córdoba. Dove tutto – dalla innaturale “famiglia”, alle due “madri”, alla “madrina” Kirchner attiva promotrice della legge che ha consentito alle due di unirsi in “matrimonio”, al nascosto padre biologico della neonata – diceva piena sottomissione proprio a quel “pensiero unico” tanto avversato da papa Francesco.

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CHE COSA C’È DI NUOVO NELLA “EVANGELII GAUDIUM”?

di Paul-Anthony McGavin

Papa Francesco ha attratto su di sé la grande attenzione dei media grazie a battute e interviste in stile colloquiale. La stampa popolare ha per lo più elogiato le sue dichiarazioni, ha ascoltato ciò che vuole ascoltare, ha diffuso ciò che vuole ascoltare, e ha omesso di ascoltare il suo motto ricorrente: “Io sono figlio della Chiesa”.

"Evangelii gaudium" è la prima ampia e approfondita messa per iscritto di molto di ciò che il Santo Padre ha detto oralmente. Io qui mi propongo di mostrare che la novità della "Evangelii gaudium" si trova in quello che chiamo il metodo, la maniera di pensare e di ragionare.

Papa Francesco non si presenta come uno studioso, e le sue battute colloquiali sono spesso di un linguaggio piuttosto sbrigativo. Nonostante ciò, nella “Evangelii gaudium” si fa evidente la sua intellettualità raffinata. Il suo modo di pensare è sofisticato e segue un metodo, una metodologia precisa che è appunto quella della “Evangelii gaudium”. Questo metodo non è nuovo. La novità sta invece nella semplicità e chiarezza con cui lo presenta.

Il paradosso è che questo metodo è semplice e complesso allo stesso tempo.

Semplice perché diretto. Semplice a causa dei continui riferimenti a situazioni concrete e dell’assenza di astrazioni che possono applicarsi a tante situazioni diverse.

Ma questo metodo è anche complesso perché si colloca in un intreccio di interpretazioni. Le battute del papa sbocciano infatti da una mentalità che concepisce un nesso di interpretazioni e non delle argomentazioni unidirezionali basate sulla mentalità della logica sillogistica. Papa Francesco è un pensatore che ragiona in termini di sistema.

La formula “di sistema” potrebbe sembrare astrusa, quando papa Francesco non lo è affatto. Detto in altri termini, papa Francesco è un pensatore “olistico”. Tende a porre i temi che affronta nel quadro di una comprensione globale dell’opera di Dio in Cristo (il Vangelo, “Evangelium”) e a situare la comprensione globale nella varietà delle situazioni evocate, vale a dire nelle circostanze concrete in cui egli sta considerando l’accoglienza e la messa in pratica di ciò che Dio ha fatto e sta facendo nella Chiesa. Il suo pensare è sempre pastoralmente situato, mai astratto. Allo stesso tempo però egli esamina i problemi che richiedono più attenzione in un modo integrale che è complesso.

Eccone un esempio nella “Evangelii gaudium”:

Esiste anche una tensione bipolare tra l’idea e la realtà. La realtà semplicemente è, l’idea si elabora. Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà. È pericoloso vivere nel regno della sola parola, dell’immagine, del sofisma. Da qui si desume che occorre postulare un terzo principio: la realtà è superiore all’idea. Questo implica di evitare diverse forme di occultamento della realtà: i purismi angelicati, i totalitarismi del relativo, i nominalismi dichiarazionisti, i progetti più formali che reali, i fondamentalismi antistorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza saggezza (n. 231).

Uno potrebbe ritrovarsi bloccato dall’ampio elenco di esempi che conclude questo brano, un vasto elenco che comprende delle questioni scottanti per molti lettori. Ma la nostra attenzione dovrebbe concentrarsi sulla distinzione tra idea e realtà.

Il papa sostiene che un’idea si costruisce o si “elabora”, mentre una realtà semplicemente “è”. In senso stretto questa dicotomia è discutibile, perché il soggetto deve concentrare l’attenzione sulle “realtà”, deve utilizzare un’epistemologia capace di comprendere la “realtà”, ma deve anche utilizzare un’epistemologia per conferire una forma ideale a qualcosa di noetico, alle “idee”. Ma l’introduzione di tali problemi strettamente filosofici e psicologici svierebbe l’attenzione dal punto focale del papa.

Il suo punto focale è che c’è una tensione tra il mondo concettuale e il mondo concreto, e che questa tensione ci invita al dialogo. Questo è un esempio di ciò che ho definito al tempo stesso semplice e complesso. Le persone capiscono facilmente che spesso esiste uno stacco tra il mondo delle idee e il mondo delle realtà. Detta così, questa proposizione è semplice. Ma una volta attualizzata, questa prospettiva porta alla complessità. Potrebbe essere la complessità del conflitto, o dei percorsi verso la sua risoluzione. È questa seconda possibilità che il papa propone. Egli propone un dialogo che è tipicamente complesso e radicato nelle culture.

Si pensi alla complessità dello sforzo di moderare la posizione di chi ha costruito un ascetismo disincarnato (i “purismi angelicati”); o di moderare la posizione di chi vede tutto l’ordine morale come auto-definito (i “totalitarismi del relativo”); o di moderare la posizione di chi si pone fuori della comprensione storica della provvidenza di Dio nel mondo (i “fondamentalismi antistorici”), per citare solo tre degli esempi fatti dal papa.

Il papa si mette dalla parte delle “realtà”, quando dice che “la realtà è più importante dell’idea”. Questa affermazione è apparentemente in conflitto con la sua enfasi sulla tensione e sul dialogo. Ma non è propriamente un allontanarsi dai principi della tensione e del dialogo. È invece un approccio che parte dal Vangelo come radicato anzitutto nelle “realtà”, anziché nelle “idee”.

Il Vangelo presenta anzitutto le “realtà” – i fatti – dell’incarnazione del Signore, la sua vita terrena, la sua passione, la sua resurrezione, la sua ascensione. In altre parole, il Vangelo presenta anzitutto i fatti dell’azione di Dio in Cristo. “Egli è risorto!” non è per prima cosa la proclamazione di un’idea, ma di un fatto, di un fatto di cui si è fatta esperienza (n. 7, citando “Deus caritas est”, 217). Il Vangelo è fondato sulla testimonianza: “Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita” (1 Giovanni 1, 1). La potenza straordinaria dell’idea cristiana è di dare voce alla realtà di gesti storici incontrati dai testimoni.

È la “realtà” che precede le “idee” lo schema cristiano delle cose. Per il cristiano – utilizzando solo tre dei esempi del papa – il peccato è una realtà; la salvezza in Cristo è una realtà; le ingiustizie sono una realtà (certo, molti erroneamente pensano alle ingiustizie più percepite che oggettive, ma qui non entro in questa discussione); le scortesie sono una realtà (anche se certe sensibilità errate possono attribuire scortesia ingiustamente). In ciascuno di questi tre esempi si può scorgere il pericolo di un distacco dal realismo empirico dei concetti di peccato, di ingiustizia, di scortesia: “È pericoloso vivere nel regno della sola parola…” (n. 231).

Queste succinte affermazioni del papa si collocano in una prospettiva globale, in una prospettiva olistica sorretta da una esperienza essenziale e da una valorizzazione del Vangelo. È una prospettiva semplice e complessa allo stesso tempo. È una prospettiva che sfocia nel dialogo. È una prospettiva che smaschera le congetture di vario tipo (congetture sia di un artificio di religiosità sia di un relativismo umanistico). “Evitare diverse forme di occultamento della realtà” (n. 231) potrebbe sembrare un’espressione piuttosto dura, e qui passo all’immagine non-testuale del linguaggio corporeo di papa Francesco (n. 140): la sua posizione del corpo non è quasi mai chiusa, è sempre aperta; il suo tipico gesto è verso un incontro, verso una conversazione, un dialogo. Tornando all’aspetto testuale, è un dialogo di sincerità, una sincerità che incontra il realismo.

In questo esempio si vede che il modo di pensare e di agire del Santo Padre non é quello che io chiamo unidirezionale. Non gli interessano le proposte unidirezionali (i “freddi sillogismi”, n. 142). La sua propensione è per un pensiero e un’azione che siano olistici: verso una comprensione globale del Vangelo e verso il radicamento di questa comprensione globale nelle circostanze reali che evitano le astrazioni. Non è attratto da una “teologia da tavolino” (n. 133). Il suo istinto è per una teologia pastorale.

La teologia pastorale al centro del pensiero di papa Francesco può essere illustrata con due altre citazioni chiave:

Una pastorale in chiave missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere (n. 35). Anzitutto bisogna dire che nell’annuncio del Vangelo è necessario che vi sia una adeguata proporzione (n. 38).

In queste brevi citazioni vediamo di nuovo una comprensione implicitamente olistica del Vangelo; vediamo di nuovo che i significati dell’annuncio si collocano in un insieme che dà loro una proporzione. Ciò che il papa presenta emerge da una comprensione sistemica. Non si tratta di una sistematizzazione intellettualistica, ma di una comprensione sistemica radicata nell’esperienza pastorale.

Il papa può incontrare delle incomprensioni se alcune sue affermazioni (particolarmente quelle che attirano i media come “frasi ad effetto”) si prendono come aforismi, perché la mentalità del papa non è frammentata. In papa Francesco incontriamo una mentalità radicata nell’empirismo pastorale, ma questo empirismo partecipa a un dialogo globale sui fondamenti della fede cattolica, che integra le circostanze concrete dentro una comprensione strutturata e fondamentale del Vangelo.

Tutto ciò non è per dire che questa integrazione sia sempre perfetta. Un’esortazione apostolica fa parte dell’insegnamento del magistero, ma non è irriformabile. Papa Francesco ha un passaporto argentino, e il suo contesto culturale è l’America Latina. E l’America Latina e il Centroamerica sono composte senza eccezioni di nazioni segnate dalla povertà e dall’instabilità politica. La sua prospettiva a questo riguardo è piuttosto “formata culturalmente”: formata dall’esperienza più che dai concetti. In breve, papa Francesco non è un sociologo, e non ricava dalla sua formazione culturale una comprensione sociologica della povertà e dell’instabilità politica. Ascoltiamo da lui che la comprensione deve iniziare con “le realtà” e non con “le idee”. Ma i “fatti” sono che circa un secolo fa l’Argentina e l’Australia avevano più o meno la stessa configurazione dell’economia e della società, ma oggi l’Australia è sostanzialmente più avanzata, più egualitaria e con indici di povertà relativamente bassi. Ritengo che i motivi di questa divaricazione tra l’Australia e l’Argentina (rispettivamente la mia patria e quella del papa) sono per la maggior parte “culturalì”; e sono divergenze culturali che riflettono concettualizzazioni (“idee”) dell’economia e della società civile piuttosto diverse.

Non intendo qui lanciarmi in un excursus sull’economia e sulla società. Faccio queste osservazioni per sottolineare il fatto che tutte le affermazioni della “Evangelii gaudium” non si presentano con la stessa solidità. Da sociologo e anche da teologo, ho fatto ampie annotazioni a certi brani della “Evengelii gaudium” (in particolare i nn. 48-50, 144-147, 152s). Ma anche nelle sezioni da me annotate si possono trovare conferme della tesi centrale di papa Francesco. Per esempio:

Perché complicare ciò che è così semplice [come i richiami biblici alla elemosina]? Gli apparati concettuali [così come le teorie economiche] esistono per favorire il contatto con la realtà che si vuole spiegare e non per allontanarci da essa [e per diminuire l’azione diretta per alleviare la povertà] (n. 194).

In questa rapido passaggio si può scorgere l’urgenza dell’invito del papa a una teorizzazione radicata e coerente con le precedenti osservazioni generali. Ma nel suo contesto testuale si può scorgere una visuale che non è ben informata in termini sociologici (e forse neanche in termini biblici, se la prospettiva delle parabole di Luca é presa come paradigmatica).

Ciò suggerisce che nella lettura della “Evangelii gaudium” dovremmo impegnarci in una “conversazione”, in un dialogo (nn. 31, 133, 137, 142, 165). Cioè, non dovremmo prendere il testo come “l’ultima parola”, ma sforzarci di entrare nelle tensioni del testo in un modo colloquiale che moderi le posizioni.

La gran parte dell’esortazione riflette le posizioni personali del papa (la sua “personalità”) e la sua cultura Latino Americana (il principio del radicamento culturale è cruciale per il suo paradigma: si vedano i nn. 115, 123, 132s). I suoi lettori avranno personalità diverse e prospettive culturali diverse. L’apporto più forte della “Evangelii gaudium” è il modo con cui mette alla prova un metodo olistico che ha diverse applicazioni per vivere e comunicare la gioia del Vangelo. Si tratti di problemi dell’economia e della società in termini sociologici; o di problemi di tradizione liturgica e di espressività contemporanea; o di problemi spinosi di discernimento morale; o di problemi spinosi nel dare ragione della fede della Chiesa in situazioni particolari, sempre dobbiamo trovare sia la semplicità che la complessità, che implicano tensione e invitano a un dialogo comprensivo.

Si tratta di un richiamo alla carità, e la carità “coprirà una moltitudine di peccati” (Giacomo 5, 20). L’esortazione di papa Francesco è veramente un richiamo alla carità e alla gioia: la gioia nel Vangelo, “Evangelii gaudium”.

© www.chiesa

Un anno con Francesco. Un anno di sorprese.

di Padre Cristóvão (16/03/2014)

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Dopo un anno con Francesco, mi sento proprio come un naufrago, come un sopravvissuto ad un disastro navale. Ogni mattina, l’inquietudine per ciò che potrebbe accadere. Un’intervista? Una dichiarazione ambigua? Un “rimbrotto” omiletico? Un’etichettatura? … Di tutto! Tra gli applausi isterici dei media anti-cattolici! Mai un papa è stato così amato dai nemici di Cristo!!! Di fatto, nel papato è arrivata la rivoluzione e l’instabilità è diventata il segno distintivo del vertice della Chiesa.

Pseudo-profeti

Ho sempre diffidato di chi “scalcia”, critica e alla fine si definisce profeta. Tuttavia, certi “calci” sono troppo ben assestati, così ben mirati, che non sembrano essere dei “calci”. Pochi ci avranno fatto caso, ma quattro giorni – quattro! – dopo le dimissioni di Benedetto XVI, un politico italiano, Mario Staderini, segretario del Partito Radicale (che si definisce anti-proibizionista e quindi ha lavorato alla legalizzazione del divorzio, dell’aborto, ecc.), in un’intervista a Radio Radicale ha fatto la seguente dichiarazione:

Domada – È stata anche la settimana dell’abdicazione del papa. Tu che hai un’attenzione meno teologica rispetto alle cose del Papa, cosa ne pensi di quello che sta succedendo in Vaticano?

Risposta – Ti sorprenderò. Credo che ci siano due strade che abbiamo davanti: vedere questa abdicazione come qualcosa di valore desacralizzante della figura del papa oppure, come dice Giuliano Ferrara, come qualcosa che porterà a dare forza e animo al magistero di Ratzinger e anche al precedente. Io credo una cosa: la vera sfida per il prossimo Papa sarà quella di liberare la Chiesa dal potere temporale, ovvero quell’immenso potere economico e politico che gli deriva dall’essere il più grande proprietario immobiliare nel mondo e di avere degli imperi finanziari ed economici. Ecco, quel potere che ha determinato le lotte per il controllo di questo potere, un potere che è in grado di condizionare gli Stati, di corrompere gli Stati, ma soprattutto se stessa. Per questo io credo che il prossimo papa debba chiamarsi Francesco I, come San Francesco, il poverello di Assisi che si liberò di tutti i suoi averi per meglio vivere secondo il vangelo, piuttosto che vivere secondo la Chiesa di Roma. Francesco I avrebbe questo significato e credo che sia l’auspicio massimo che si possa fare in questo momento. Ci sarà anche un motivo per cui negli 800 anni dopo la morte di S. Francesco nessun Papa abbia deciso di chiamarsi Francesco, e lo capisco anche perché sarebbe difficile girare con il nome del simbolo della povertà quando si continua a essere i più grandi proprietari di cose. Credo che questa sarà allora la sfida del prossimo Papa e non è neanche qualcosa di irrealizzabile. Ad esempio, si potrebbe convertire tutto il patrimonio del Vaticano in un grande fondo per un welfare universale da affidare eventualmente all’Onu in maniera fiduciaria, nel senso che se l’Onu poi si comporta male gli viene ripreso, secondo le regole di diritto internazionale; un grande fondo che abbia come obiettivo quello di garantire il diritto umano a vivere senza la miseria e credo che nessuno meglio della chiesa potrebbe dare il via a questo, a patto però di separarsi da quella che è stata in questi anni la vera cappa che ha distrutto la possibilità stessa di occuparsi di religiosità anziché semplicemente continuare a blaterare di morale e delle vite delle persone. Credo che questa sia una sfida importante che potrebbe poi avere riflessi positivi anche sugli Stati. Facciamo un esempio: tutti sanno come la penso sull’8 per mille, ma da Francesco I io mi aspetterei che dicesse allo Stato italiano che quel denaro vada direttamente ad aumentare questo fondo. Anzi, meglio ancora: la garanzia sarà che, se lo Stato continuerà a darlo alla Chiesa cattolica, questa si impegnerà a versarlo in questo fondo. Quindi benvenuto, io spero, a Francesco I!

Quattro giorni dopo la rinuncia di Benedetto XVI. Venticinque giorni prima dell’elezione di Francesco. Strano. Ma è anche strano che queste parole siano state riprese da Radio Radicale e si possano visualizzare solo in cache.

Ugualmente strana la “profezia” di Leonardo Boff, che su Twitter è arrivato ad annunciare il nome di Francesco, anche se si è sbagliato sul nome di chi sarebbe stato eletto. Egli ha anche “anticipato” vari passaggi del programma del suo pontificato. Non sbaglia mai questo Boff! … Profeta? Fortunato? Informazioni privilegiate? Come direbbero gli italiani: chi lo sa?

L’entusiasmo delle masse

Comunque, non manca di suscitare stupore l’entusiasmo appassionato espresso con ogni zelo “apostolico” dai media che, lo sappiamo!, sono tutt’altro che devoti amanti del Romano Pontefice. Il fenomeno quasi ipnotico determinato dall’ossessiva informazione su tutti gli atti di Francesco, anche i più banali e ripetitivi, ha generato un vero e proprio fenomeno mediatico che, contrariamente all’autentica convinzione di fede, crea solo ammirazione per un personaggio artatamente confezionato, per una figura mitizzata ancora da viva, per qualcuno la cui immagine viene accuratamente presentata al culto popolare, insomma per un papa-star, compreso il diritto di pubblicare una rivista di gossip, tipo “Chi”, totalmente dedicata a lui. Ma… in cambio di cosa?…

Per inciso notiamo che il fenomeno ha avuto luogo fin dal primo momento, senza la minima distrazione: all’improvviso i giornalisti sono diventati evangelisti; e sempre all’improvviso la Chiesa ha messo da parte tutti i suoi presunti scandali, e tutti hanno incominciato a vivere in funzione di… un uomo.

Il Papa versus Francesco

Sì, non mi sbaglio quando dico che la Chiesa sta vivendo in funzione di un uomo, perché quando Francesco ostenta sua umiltà, facendolo con una roboante auto-proclamazione narcisistica, mentre esalta la sua persona demolisce il papato cattolico. Francesco sì, il Papa no.
C’è stato anche un vescovo, il Presidente della Conferenza Episcopale Polacca, che ha accusato il colpo ed è arrivato a dire:

“Con il Papa si combatte oggi in Polonia contro i vescovi: papa Francesco buono, vescovi cattivi, papa Francesco sì, vescovi e Chiesa in Polonia no”.

È la sintesi dell’opera.

Chi dovrebbe sacrificarsi nel pontificato: occultando il proprio “io” perché risplenda il Successore di Pietro, il Vicario di Cristo, immola invece il pontificato per rendere omaggio a se stesso.

«Darai la tua vita per me? In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte» (Gv. 13, 38). 

La vanità per niente francescana di Francesco traspare dalla cura che egli mette nel cercare di non apparire scomodo e amico del Crocifisso, di Colui che il mondo ha rifiutato. No! Francesco non vuole la Croce, vuole la gloria!

Per questo è presente tra le personalità più onorate: non s’era mai visto un papa tanto amato dai comunisti, dagli abortisti, dagli atei, dai gay, dagli ecologisti e persino…, incredibile!, dai rockettari satanisti. Francesco è apprezzato all’unanimità come raramente è accaduto.

Disgraziatamente, noi cattolici siamo costretti ad assistere al triste spettacolo di un papa in disaccordo con i “valori non negoziabili”, per la gioia dei relativisti. Certo, elogia il predecessore! Ma lo sa chi fu che coniò l’espressione che Francesco dice di non capire? Indovina. Niente di più e niente di meno che… Benedetto XVI. Questa espressione fu da lui coniata in occasione di un discorso rivolto al Parlamento Europeo, ed essa è diventata una formula utilizzata in molti importanti dibattiti di rilevanza pubblica. Ma, bisogna capirlo!, Francesco non era informato.
Disgraziatamente, Francesco evita di parlare dei temi più spinosi, crea aspettative circa una rivoluzione dottrinale che tocca il santo sacramento del matrimonio e la Santissima Eucaristia, si comporta come qualcuno che è al di sopra della dottrina, con quella superiorità tipica dei progressisti alla Kasper, che si considerano superiori alla tradizione della Chiesa per rimanere ammantati dall’aura sacra della modernità, regola e misura di tutto. Frivolo, egli dà l’impressione che tutto sia mutevole, mentre invece si impone con la sua autorità facendo a modo suo come fosse il padrone di tutto.

“Pasci le mie pecorelle”

In effetti, pochi papi sono stati così autoritari come Francesco. Le canonizzazioni li fa per decreto, escludendo miracoli e cerimonie. L’umiltà la usa davanti alle telecamere, ma in pratica fa quello che vuole. Nomina Mons. Ricca, legato alla lobby gay, e avvertito pubblicamente, il nominato resta nominato; cioè: Francesco è infallibile. Nessun Papa è così infallibile come lui.

Di questo gregge, Francesco si sente il padrone, non il vicario del padrone. Per questo tratta con tanta leggerezza le cose importanti, prega come un parroco, senza misurare le parole né considerare i suoi limiti. Nell’intervista al Globo disse di essere un “incosciente”. E infatti sta dimostrando di esserlo davvero!

I poveri di Francesco

“Poveri”. Parola che appare sempre sulla bocca di Francesco. Tuttavia, chi sono questi poveri? I mendicanti, i senzatetto, i barboni?… No! I poveri di Francesco sono quelli degli “intellettuali organici”, delle ONG, dell’ONU.

Su questi poveri si sono scritte intere biblioteche, distribuiti dottorati, si sono spesi milioni in conferenze, mentre essi sono ogni giorno sempre più poveri. In bocca a Francesco, “povero” suona demagogico, populista. Forse è per questo che è stato segnalato come candidato al Premio Nobel per la Pace.

La carità cristiana non è mai retorica, è sempre pratica, e per questo poco loquace, perché troppo occupata a fare, poiché è noto che la perdita di tempo equivale alla perdita di vite umane.

La fede di Pietro

Di fronte a parole così severe, il lettore, abituato ad etichettare le persone per le posizioni che assumono, sarà tentato di collocarmi tra i nemici del papa regnante.

Se lo facesse, sbaglierebbe. Il mio sentire è lo stesso di quello di Cristo: «Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22, 31-32).

La parola qui tradotta con “non venga meno”, in greco ekleipo, esprime omissione, cedimento, morte, fine; esprime quindi una fede svanita… perché la fede di Pietro può venir meno. E noi dobbiamo essere pronti per questa eventualità, che oggi non è solo teorica.

Allo stesso Pietro, Cristo dice: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa» (Mt. 16, 17-18)

e tre versetti dopo, dice: «Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!» (Mt. 16, 23).

Da pietra di fondamento a pietra dello scandalo vi è solo un passo: dal pensare secondo Dio al pensare secondo gli uomini.

Le porte dell’Inferno non prevarranno mai contro la Chiesa, ma Pietro può essere chiamato da Satana, quando si discosta dalla confessione di fede che è il fondamento della Chiesa.

Al fondo di tutto questo, resta la preghiera di Cristo, la cui unica intenzione è chiara: “che non venga meno la tua fede”.
È la fede che dobbiamo conservare, è la fede che ci guiderà in mezzo alla confusione e sarà il nostro porto sicuro, perché “senza la fede è impossibile piacere a Dio” (Eb. 11, 6).

Pertanto, ci conviene pregare per il Papa, perché egli rimanga radicato nella fede e non nelle sue opinioni personali, né tanto meno nella simpatia del mondo, e quando la sua fede si indebolisce, non esitiamo a tenere lo stesso comportamento di San Paolo: «Ma quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto» (Gal. 2, 11).

Sulla scia dei Santi

È con questa pietà ferma e senza anonimato che Dio ha guidato la Chiesa in tempi di crisi. In essa ha brillato Santa Caterina da Siena, il cui amore sublime per il Papa è arrivato a tale manifesto trasporto che lei lo chiamava il dolce Cristo in terra, senza che questo le facesse dimenticare il dovere di censurarlo e di esortarlo a fare il suo dovere.

Nessuno ha amato il Papa con tanta devozione come lei, e tuttavia nessuno lo ha ripreso con tanta libertà ed energia, perché le due cose non sono in contraddizione, se non per coloro che coltivano il rispetto umano come una scusa per perpetuare il proprio comodo.

Che i santi di tutti i tempi, eroi della fede e del coraggio, ci insegnino ad amare, a pregare, a riparare… e a resistere se necessario.

Il diluvio è potente. Il mare, infuriato. La tempesta, terribile. Ma pur con tutte le sue falle, la nave non verrà inghiottita. Aggrappáti al relitto, credo fermamente che non soccomberemo.

Traduzione di Unavox.

© Fratres in Unum

Romano Amerio e postconciliarismo

cristianesimocattolico:

Un Lettore, mi chiede di conoscere dati in più su Romano Amerio da noi spesso citato. In attesa di preparare un articolo, dispongo di questa recentissima intervista rilasciata, sotto il titolo Cattolicesimo romano al blog svizzero LB Report di Léon Bertoletti, da Enrico Maria Radaelli, allievo di Amerio e curatore unico della sua opera.

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Nato a Lugano nel 1905, morto nel ‘97, Romano Amerio è stato un pensatore libero, acuto e controcorrente. Oltre all’edizione critica degli scritti di Tommaso Campanella, agli studi su Epicuro, Dante Alighieri, Giordano Bruno, Paolo Sarpi, Cartesio e Giacomo Leopardi, ha approfondito le Osservazioni sulla morale cattolica di Alessandro Manzoni. Soprattutto, ha guardato con lucidità e disincanto all’evoluzione della Chiesa, individuandone la crisi, tracciando una strada per superarla e ribadendo con forza il primato della verità sull’amore.

Enrico Maria Radaelli è il curatore unico dell’opera di Amerio. Docente di Filosofia dell’Estetica e direttore del Dipartimento di Filosofia dell’Estetica all’International Science and Commonsense Association (ISCA, Roma), ha collaborato per tre anni alla cattedra di Filosofia della Conoscenza (sezione Conoscenza estetica) della Pontificia Università Lateranense.

Guardiamo alla Chiesa cattolica odierna, ben oltre il postconciliarismo vaticanosecondo, e all’eredità (pensante e pesante) di Romano Amerio: sono possibili incontri ravvicinati o parliamo di due mondi diversi, distanti, incomunicabili?
Pio X, in Notre Charge Apostolique, affermava orgogliosamente che chi riposa la sua fede sulla Tradizione è, semplicemente, un cattolico. Oggi la voragine che distanzia chi professa questa pur doverosa prospettiva di fede e chi viceversa chiede a costui che senso ha ancora tale prospettiva è più larga di quella che invece dovrebbe esserci e che non so bene quanto ancora ci sia tra un credente e un non credente, come si rileva da un’osservazione di Papa Bergoglio alla fine dell’intervista concessa a “Papa” Scalfari: “Questo - diceva in quell’occasione - è il mio pensiero sull’Essere. Le sembra che siamo molto distanti?”. Chi sa se il Papa avrebbe lo stesso anelito di comunione, oggi, con un Amerio, con un de Mattei, con un Gnocchi, con un Padre Lanzetta…

Allora ritiene che “Iota unum” sia un’opera di lettura obbligatoria per ogni cristiano, da consigliare anche ai cosiddetti “cattolici adulti”?
Iota unum è un libro difficile. Obbligarne la lettura no, naturalmente, ma consigliarla a chi vuol capire meglio dove si trova la Chiesa oggi sì. Ma ci vuole un sussidio, a tale lettura, perché da solo, quel libro, non si spiega: i suoi tesori ci sono, ma sono nascosti, specie a chi oggi non ha più chiari, in sé, i cippi orientativi della verità. Forse l’Autore sarebbe stato più ascoltato se avesse avuto modo di estrinsecare alcuni pochi punti salienti, alcune linee guida teoretiche, da ciò che poi sarebbe stato il loro sviluppo e il loro naturale svolgimento nella prassi, amplissimi, ma che forse potrebbero non dare al lettore immediatamente la chiarezza della sua situazione.

Occorre un bignamino?
L’edizione Lindau, con la mia Postfazione, ritengo che assolva alla necessità del lettore di capire qual era per Amerio il punto nodale della problematica nata a suo avviso con il concilio Vaticano II, quale l’orizzonte in cui Amerio colloca la teologia da lì germinata, perché mi faccio premura, lì, di segnalare lo snodo principale del libro, ciò che Amerio chiama appunto "la dislocazione della divina Monotriade" (pagina 315), [vedi anche] che è il sopravvento dell’amore sulla verità, la detronizzazione del Logos da parte della carità, che è lo stesso che dire della libertà o della volontà, è lo spodestamento della teoria e l’intronizzazione della prassi, dell’atto, secondo le più sognanti aspettative del Liberalismo e del Modernismo.

Ma le “variazioni” ecclesiastiche che lo studioso luganese ha brillantemente notato e analizzato sono state a suo giudizio corrette, si sono fermate, continuano?
Le “variazioni” dottrinali delineate da Amerio in Iota unum non è facile capire subito che sono variazioni “formali”, ossia variazioni non su un singolo punto, o su un altro, della dottrina, come poteva essere riconoscere a Cristo la natura umano-divina nel 325 a Nicea o il primato e l’infallibilità del Papa nel 1860 col Vaticano I, ma variazioni della forma stessa con cui ogni punto magisteriale è proposto, insegnato, e poi accettato e praticato dai Pastori e dai fedeli nella Chiesa. Sono variazioni della forma della Chiesa e del suo insegnamento, che dalla certezza e dalla garanzia ricevute dal grado dogmatico di magistero - sua spina dorsale per duemila anni -, con il concilio Vaticano II i Pastori riterrebbero invece sufficiente mantenere al grado pastorale, grado, questo, nel quale l’infallibilità e l’indefettibilità dell’insegnamento prodotto non ricevono quella certezza e quella garanzia assolute che invece ricevono dal grado dogmatico, e delle quali si abbevera la Chiesa e tutti i suoi fedeli e gli stessi suoi Pastori.

Le conseguenze quali sono?
Questa degradazione, o de-dogmatizzazione (Antonio Livi), o ipodogmatizzazione (Brunero Gherardini), non sono suggellate da nessuna decisione formale, perché ciò sarebbe contrario allo spirito stesso che regge la Chiesa, ma vengono mantenute nello stato ibrido di una “pastoralità” di massima, in una “terra di mezzo” dove anche le decisioni più importanti - per esempio quella di Paolo VI sulla contraccezione come insegnata dalla Humanae vitae, o quella di Giovanni Paolo II sull’inammissibilità del sacerdozio femminile in Ordinatio sacerdotalis - non sono suggellate dalla forma dogmatica che pur potrebbero/dovrebbero ricevere in qualità di dottrine (e nemmeno vengono spiegate e garantite aleticamente nei fondamenti teoretici su cui pur dovrebbero basarsi), perché il Magistero, dopo il Vaticano II, come aveva osservato Amerio in quelle pagine, aveva scelto, da allora, di non più scegliere, ma solo di praticare.

Si procede allo stesso modo?
Questa scelta molto informale - restare informalmente nell’informalità invece che nella formalità, nel grado pastorale invece che nel dogmatico, è a tutt’oggi persistente e anzi è condotta dall’attuale Pontefice alle sue estreme conseguenze, come ho modo di illustrare ampiamente nel mio La Chiesa ribaltata, in uscita nei prossimi primi di maggio per i tipi dell’Editrice Gondolin, Verona, proprio a partire da quelle fondamentali considerazioni metafisiche di Romano Amerio: la dislocazione Monotriadica si rivela il cuore dell’attacco odierno alla Chiesa, il nucleo del sovvertimento formale che dicevo, e che, come docente di filosofia della conoscenza ‘estetica’, nel saggio che ora ho segnalato mostro come possa svolgere il sovvertimento delle essenze in modo, appunto, “formale”.

Frequentando assiduamente i testi di Amerio, vede quindi la Chiesa smarrita o incamminata in una direzione precisa?
Dalle coordinate che offre Amerio, specie alle pagine 27-28 di Iota unum, editrice Lindau, allorché il Luganese ricorda che esiste una “Legge della conservazione storica della Chiesa”, legge che dice che “la Chiesa non va perduta nel caso non pareggiasse la verità, ma nel caso perdesse la verità”, ecco, da tali coordinate possiamo capire che la direzione presa dalla Chiesa nel Vaticano II, direzione tenuta costantemente, se pur con vari passi, in questi cinquant’anni che ci separano dal Vaticano II, ora accelerata da Papa Bergoglio, è sempre stata la medesima, di voluto e ricercato “smarrimento”, se con ciò si intende una voluta e ricercata fallibilità di magistero (che però si vuol far passare per infallibile), una ipodogmatizzazione, in pratica un’anarchia, insomma, che sarà spinta fino alla casuistica, alla prassi interpretativa del “caso per caso”, per esempio sui temi etici tanto sbandierati dal cardinale Kasper, alter ego di Papa Bergoglio. Come mostro nel mio libro, si sta adombrando una “Chiesa di sabbia”, in luogo della Chiesa fondata su Pietro, sulla Pietra stessa che è il Cristo-Dogma, e il dogma, una volta riconosciuto e rispettato come origine e fondamento della Chiesa, oggi è sgradito dalla Chiesa come un cane morto.

Esistono pressioni in questo senso?
L’intenzione della maggioranza dei Pastori della Chiesa è quella di rompere il Katéchon del Logos, della Legge divina, però - e questo è il punto più sottile di tutta la disamina di Amerio (e in verità non espresso esplicitamente, ma chiaramente desumibile, questo sì, dalle parole citate), senza dar mostra di farlo, come avvenne cinquant’anni fa formalizzando a “pastorale” un concilio che avrebbe dovuto invece essere aperto e condotto al grado dogmatico, e questo avrebbe dovuto per le gravi spinte dottrinali che premevano al momento da parte del Liberalismo con il Modernismo sempre più camuffato e pericoloso, e allora anche da parte del Comunismo, spinte oggi ancor più aggressive, nella componente rimasta vivissima, come si vede dappertutto, del Liberalismo, penetrato nella Chiesa e salito ora al Trono più alto.

Perciò è in atto una specie di tattica segreta? Si può arginarla?
La formalizzazione di questa linea non può avvenire se non nascondendola con quella che Amerio vedeva come sotterranea “dislocazione della divina Monotriade”. La sua sconfitta si può avere solo con il ritorno della Chiesa all’ambienza dogmatica, come sempre è stato, e all’asservimento del magistero pastorale al magistero dogmatico, il solo che può rinverdire la terra di vera carità, di vero amore, di vera libertà, quindi di vera civìltà, fatta di gioia, di futuro, di sogni anche, garantiti e assicurati dalla sicurezza di trovarsi nella verità dell’essere che solo il Dogma, la Rivelazione, cioè Cristo, a tutti coloro che lo accolgono offre. Infatti “l’amore, non passando per il Logos, ma precedendolo, non è più amore vero, ma, come spiega san Bernardo a Guglielmo di Saint-Thierry, del tutto surrettizio” (La Chiesa ribaltata, pagina 206)». (Aprile 2014)

Pubblicato da mic alle 09:00 (11/04/2014)

© CHIESA E POST-CONCILIO

Benedire la notte delle ideologie. Il “pio” equivoco del Vaticano II

Il primo marzo del 1963, l’assegnazione a Giovanni XXIII del Premio Balzan per la pace fu interpretata dai teologi modernizzanti, già attivi nell’aula del Vaticano II, e dai numerosi, entusiasti e rumoreggianti giornalisti al loro seguito, quale annuncio dell’ammissione/promozione del Papa Buono al supremo tavolo della politica mondiale.

di Piero Vassallo (08/04/2014)

Teologi e giornalisti, già implacabili critici del pontificato “trionfalista” di Pio XII, disegnarono lestamente, a edificazione dei fedeli stupefatti, un triangolo equilatero, che, sulla base dell’ottimismo senza ritegni, contemplava l’immaginaria ascesa dei due versanti della modernità, l’americano Kennedy e il sovietico Kruscev, verso un vertice rappresentato da Papa Roncalli, autore e direttore universale di una sinfonia intitolata alla Bontà dialogante/giubilante.

Nell’immaginario ecumenico il Vaticano II rappresentò il riuscito tentativo di indirizzare la luce della verità cattolica sul pensiero laico, ossia l’illusione di ammansire e addomesticare le ideologie della modernità, che proprio negli anni Sessanta incominciavano a battere la strada francofortese indirizzata alla catastrofe libertina/sessantottina e ultimamente thanatofila.

E’ dunque lecito definire il Vaticano II concilio trionfale, apprezzato e incensato dai media per le aperture e le concessioni a ideologie capovolte ed estenuate dalle loro labirintiche contraddizioni.

In altri termini, il Vaticano II si può interpretare quale grande illusione nutrita da un’assemblea intesa all’esecuzione del suo progetto anacronistico: stabilire una pace ecumenica con ideologie in discesa furente verso il delirio e l’autodistruzione.

Tale è, a nostro parere, la chiave di lettura del magnifico, avvincente saggio del prof. Paolo Pasqualucci, emerito di filosofia del diritto, “Unam Sanctam Studio sulle deviazioni dottrinali nella Chiesa Cattolica del XXI secolo“, edito in questi giorni da Marco Solfanelli in Chieti.

Pasqualucci fa parte, insieme con Antonio Livi, Brunero Gherardini, Pier Paolo Ottonello, Ennio Innocenti, Fausto Belfiori, Danilo Castellano, Patrizia Fermani e Roberto De Mattei, del vertice speculativo del Cattolicesimo militante contro l’errore neomodernista, fumo di satana nella casa di Dio.

Con ammirevole acribia, al termine di un faticoso, pluriennale viaggio attraverso la storia infelice e i verbosi, torrentizi e spesso labirintici documenti pubblicati dalla Chiesa nell’età contemporanea, Pasqualucci è riuscito nell’impresa di produrre un elenco puntuale dei malintesi, degli abusi e delle contorsioni mentali, che hanno accompagnato lo svolgimento del Vaticano II. La sua opera svela, finalmente, gli errori insinuati, fra le righe ortodosse dei testi conciliari, da teologi operanti con abilità prestidigitatoria comunque degna di miglior causa.

La prima obiezione sollevata da Pasqualucci contro lo spirito e la lettera del Concilio riguarda la presenza nell’aula del Vaticano II degli studiosi (Congar, De Lubac, Rahner, Kung ecc.) che erano stati allontanati dall’insegnamento per aver sostenuto le tesi condannate da Pio XII, autore nel 1950 dell’enciclica “Humani Generis”.

Pasqualucci, aggiornando i dubbi manifestati da Romano Amerio e da Brunero Gherardini, domanda come mai teologi in odore di Modernismo “sono stati lasciati partecipare come consultori già alla fase preliminare del Concilio: alla Commissione Teologica Preparatoria diretta dal card. Ottaviani, il quale in passato aveva preso provvedimenti contro di loro, nella sua qualità di Prefetto del Sant’Uffizio? E’ uno dei misteri dell’enigma Roncalli”.

Di seguito è proposta una puntuale e scrupolosa ricostruzione dello sconvolgimento della procedura stabilita dal Regolamento del Concilio promulgata dal Papa.

Di tale “atto di brigantaggio procedurale“, la cui conseguenza fu la bocciatura degli schemi preparatori dai consultori e approvati da Giovanni XXIII, furono protagonisti il card. francese Liénart e alcuni suoi confratelli, i tedeschi card. Frings, card. Dopfner e l’austriaco card. Konig.

Afferma Pasqualucci: “Questo aspetto del Concilio è stato sempre accuratamente rimosso dalla storiografia dal politicamente corretto dominanti. E’ un aspetto particolarmente doloroso perché coinvolge anche la persona del Papa allora regnante. Qualcuno potrebbe infatti sostenere che il vero Vaticano II era quello degli schemi di costituzione ancora pienamente ortodossi approvati dal Papa, la cui discussione fu impedita da una serie di ben organizzati colpi di mano. Ma dopo cinquant’anni e di fronte alla crisi sempre più profonda della Chiesa e delle nazioni cattoliche, si può ancora ritenere che non sia giunto il momento di aprire finalmente un franco dibattito su quelle vicende e sul ruolo in esse svolto da Papa Roncalli?”

Di qui l’avvio di una analisi dall’autore indirizzata ad approfondire la critica alla teologia conciliare fino a condurla all’esito ragionevole, che contempla la legittimità della sua definitiva ricusazione.

Pasqualucci inizia la rincorsa di un tale fine segnalando le scivolose ambiguità del ragionamento, che ha comandato l’attività dei novatori, ossia la critica rivolte dal card. Liénart (e al suo seguito dai cardinali Frings e Bea) alla dottrina che contempla due fonti della Rivelazione, la Scrittura e la Tradizione.

Infatti il cardinale Liénart, “protagonista del colpo di mano che, fin dal primo giorno, fece deviare dal loro corso naturale i lavori del Vaticano II” sollevò il dubbio sulla dottrina tradizionale, ammettendo che la Rivelazione è stata trasmessa per due vie ma aggiungendo l’esistenza di un’altra e più profonda fonte, ossia la Parola di Dio.

Osserva Pasqualucci: “da queste dichiarazioni non sembra che la Parola di Dio, che è la fonte più profonda, venga separata da Sacra Scrittura e Tradizione? … Ma la Parola di Dio, osservo, non esiste per noi unicamente nella forma di Scrittura e Tradizione e niente affatto come altra fonte più profonda rispetto a queste due?”

Pasqualucci sostiene che la pretesa di separare la Parola di Dio dalle fonti esprime, in termini guardinghi e oscuri, l’intenzione, a suo tempo dichiarata dai modernisti, di separare il cosiddetto Gesù della storia dal Gesù della fede, “quest’ultimo costruito da Discepoli e fedeli, ossia dalla cosiddetta Comunità primitiva, che avrebbe trasformato il predicatore itinerante ebreo Gesù di Nazareth nel Figlio di Dio dei Testi“.

[L’interpretazione di Pasqualucci, a nostro avviso, consiglia l’apertura di una finestra critica sui panorami modernistici presenti nelle opinioni ecumeniche formulate da teologi, secondo i quali non è necessario che gli ebrei si convertano alla religione di Cristo vero Dio e vero uomo dal momento che la religione cattolica è surrettiziamente dimezzata e adattata].

Ora il fantasma del modernismo, sotto la pia specie di misericordia esercitata a beneficio degli erranti e degli errori, corre nelle righe dei voluminosi documenti del Vaticano II.

Sfuggente ectoplasma del modernismo è, ad esempio, la dottrina esposta in Lumen Gentium 8, in cui è addirittura proposto un concetto di Chiesa di Cristo più ampio del concetto di Chiesa Cattolica, cioè allargato alle comunità eretiche e scismatiche: sembra che il Concilio proponga un “errore dottrinale terrificante, visto che un concetto allargato di Chiesa di Cristo implica di per sé la negazione del dogma dell’unicità assoluta della Chiesa cattolica, in quanto sola, unica e vera Chiesa di Cristo, al di fuori della quale non c’è salvezza, tranne nei casi puramente individuali di battesimo di desiderio”.

Lo scrupolo ermeneutico, con cui Pasqualucci esamina le pagine più sconcertanti dei testi conciliari mancò ai redattori della Lumen Gentium i quali hanno proposto una nebbiosa e forzosa definizione della Redenzione e una arbitraria dilatazione del Corpo Mistico: “Il Figlio di Dio, unendo a sé la natura umana e vincendo la morte con la sua morte e resurrezione, ha redento l’uomo e l’ha trasformato in una nuova creatura (Gal 6,15; 2 Cor 5,17) Comunicando infatti il suo Spirito, costituisce come suo corpo i suoi fratelli, che raccoglie da tutte le genti“.

La tesi della Lumen Gentium ha quale fondamento (si è tentati di dire alibi) l’avventurosa interpretazione di due brani di San Paolo, a proposito dei quali osserva Pasqualucci: “Da questi due testi dell’Apostolo delle Genti si ricava forse l’impressione che l’uomo sia stato redento e trasformato in una nuova creatura direttamente dall’Incarnazione, Morte e Resurrezione di Nostro Signore? Secondo me, no. San Paolo si limita a dire che ognuno di noi può essere la creatura nuova desiderata da Cristo solo se è in Cristo, cioè se vive da buon cristiano, in pensieri, parole e opere, obbedendo ai precetti della Chiesa. E questo non è possibile se non si fa parte della Chiesa o Corpo Mistico di Cristo”.

Si insinua la spiacevole sensazione che l’universalismo (il cattolicesimo) sia stato alterato e contaminato dalla stravagante tesi sui cristiani anonimi proposta dall’autorevole Karl Rahner e ultimamente abbassato alla meschina figura del cosmopolitismo d’impronta magico/rinascimentale [Gemisto Pletone e Marsilio Ficino] e/o all’umanesimo contemporaneo [frainteso, dal momento che il vertice umanistico del Novecento contempla l’uomo pastore del nulla heideggeriano e l’uomo passione inutile di Sartre].

Il disagio è lo spaesamento della coscienza cattolica sono incrementati dalla lettura di Gaudium et Spes 22, dove si trova il seguente brano: “Poiché in lui [nel Verbo incarnato] la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata, perciò stesso è stata in noi innalzata ad una dignità sublime. Con l’incarnazione [infatti] il Figlio di Dio si è unito in certo modo [quodammodo] ad ogni uomo”.

Puntualmente Pasqualucci oppone alla tesi della Gaudium et Spes il giudizio di un teologo della levatura di mons. Gherardini: “l’affermazione che ognuno lo sappia o no è redento in Cristo per il fatto stesso d’esser uomo, non salva chi la pronuncia dall’error in fide. Con maggiore coerenza teologica si potrebbe andare oltre e dire: non salva dall’eresia formale”.

Si pone pertanto il problema di stabilire se è ancora possibile applicare l’ermeneutica della continuità a Gaudium et Spes 22.

Si può quindi azzardare che la credibilità del Vaticano II è appesa al paradossale filo di una continuità discontinua.

La magistrale, devastante obiezione che Pasqualucci indirizza al pensiero rahneriano, motore malcelato della rivoluzione teologica attuata nel Vaticano II, fa scendere in campo un problema che non può essere più oltre eluso: “La natura umana assunta dal Verbo con l’Incarnazione è perfettamente umana, in senso psico-fisico, perché Egli, oltre ad un normale corpo d’uomo, possiede un pensiero, una volontà, un’anima, tanto è vero che durante la Passione esclamò, soffrendo atrocemente nella sua natura umana L’anima mia è triste sino alla morte (Mt 26,38). Ma la sua umanità è anche moralmente perfetta perché è per l’appunto l’umanità del Dio che si è incarnato. Per tal motivo essa ha innalzato la nostra umanità decaduta: ma non in noi bensì in Lui, nell’uomo senza peccato, in Gesù Cristo Nostro Signore! “

Di seguito Pasqualucci dimostra che tale fu sempre la dottrina della Chiesa cattolica e sottolinea l’equivoco insinuato dalla Gaudium et Spes, che cita Calcedonia e gli altri Concili “come se fosse loro l’affermazione secondo la quale l’Incarnazione ha elevato la natura umana ad una dignità sublime anche in noi [comuni mortali]“.

In definitiva si è costretti ad ammettere che il Concilio fece propria l’opinione temeraria di Rahner secondo la quale tutti gli uomini, volenti o nolenti, sono “battezzati” e salvati. Un errore che autorizza alcuni incauti o sprovveduti teologi ad affermare che la redenzione universale è il fatto fondamentale della Rivelazione.

Sorge spontanea una domanda: come è possibile affermare la continuità della Tradizione in un Concilio che ha prodotto testi a dir poco confusi e li ha giustificati mediante citazioni imprecise e fuorvianti? Il dibattito sulla Tradizione, pertanto, deve fare un passo avanti.

© RISCOSSA CRISTIANA

Scandalo nella cattedrale di Cordoba in Argentina

di Christian De Benedetto (10/04/2014)

Sabato 5 aprile la piccola Umma Azul ha ricevuto il sacramento del Battesimo presso la cattedrale di Cordoba in Argentina. Non si può che gioire per la rinascita in Cristo di Umma.

Grazie al sacramento del Battesimo, questa neonata, è redenta, liberata dal peccato originale, incorporata in Cristo, accolta nella Santa Chiesa, elevata alla dignità di figlia di Dio, inabitata dalla Santissima Trinità. La gioia per quest’anima segnata dal carattere battesimale non può che essere grande.

Tuttavia sorge più d’una perplessità quando si scoprono i particolari di questo insolito Battesimo, così pubblicizzato da aver scatenato una vivace polemica internazionale prima ancora d’essere celebrato. Umma, infatti, è il frutto di una fecondazione artificiale, figlia di una donna che risulta unita in “matrimonio” ad un’altra donna. Entrambe le donne si presentano come “madri” di Umma rivendicando la così detta omogenitorialità.

La piccola, secondo questa strana logica, avrebbe due “madri” e nessun padre, essendo il padre biologico ridotto ad un impersonale “fornitore di sperma”. Soledad Ortiz e Karina Villarroel, le “madri” di Umma, non solo hanno contratto, la prima coppia a Cordoba, «matrimonio igualitario (omosessuale)», istituto giuridico illegittimo perché contrario al diritto naturale recentemente introdotto nella legislazione argentina, ma pure manifestano pubblicamente la propria adesione alla “cultura gay” e il proprio orgoglio d’essere lesbiche rivendicando una nuova idea di genitorialità declinata in senso omosessuale.

Il battesimo della piccola Umma è stato così presentato, dalle due donne come dalla quasi totalità dei media, quale sorta di benedizione ecclesiale alle unioni gay. Le due donne hanno rilasciato ampie dichiarazioni in merito e la galassia gay non ha perso l’occasione per rilanciare strumentalmente la vicenda (si veda ad esempio qui).

La scelta stessa della madrina è indicativa. Le due donne hanno voluto che, ad accompagnare Umma Azul al fonte battesimale, fosse Cristina Fernandez de Kirchner, ovvero proprio colei che, in qualità di presidente dell’Argentina, promulgò la legge istitutiva dei “matrimoni omosessuali”. La presidente Kirchner ha accettato e, pur non essendo fisicamente presente al Rito, ha svolto per procura la funzione liturgica assumendo titolo e oneri di madrina. È difficile credere che la scelta della cattedrale quale luogo e del Capo dello Stato quale madrina sia priva di finalità mediatiche e ideologico-propagandistiche. Ci si chiede perché le autorità ecclesiastiche abbiano permesso simile strumentalizzazione d’un sacramento. Sacramento amministrato con il dichiarato consenso, anche relativamente a luogo e modi, dell’arcivescovo monsignor Carlos Nanez.

L’arcidiocesi di Cordoba avrebbe potuto stabilire un luogo più appartato e modesto per la celebrazione del battesimo e imporre la massima discrezione, avrebbe potuto eccepire più d’una obbiezione circa la scelta della madrina, viste le oggettive e pubbliche posizioni assunte dalla Kirchner in aperto contrasto con la Dottrina cattolica. E, invece, nulla di tutto ciò! Ci si chiede, poi, perché l’arcidiocesi di Cordoba abbia accettato di riconoscere Umma come figlia delle due donne quando è figlia solo di una delle due e di un padre ignoto. Cosa rende “madre di Umma” la seconda donna? Forse il fatto d’essere unita alla madre della bimba in uno scandaloso vincolo “matrimoniale” omosessuale?

Aver riconosciuto a Soledad e Karina lo status di genitori, riconoscimento addirittura liturgico avendo svolto, le due donne, ciò che il Rito del Battesimo prevede per i genitori (papà e mamma), e averle persino definite “madri” (a parlare, per prima, di “madri” al plurale è stata Rosana Triunfetti responsabile del Servizio di Comunicazione pastorale dell’arcidiocesi di Cordoba) lascia perplessi costituendo un reale, se pur non esplicito, riconoscimento delle rivendicazioni gay alla omogenitorialità. A rendere ancora più problematica e preoccupante la vicenda ci hanno pensato don Javier Klajner, stretto collaboratore di Bergoglio a Buenos Aires, e padre Antonio Spadaro, direttore de “La Civiltà cattolica”, collegando la vicenda di Cordoba con il pontificato di Francesco.

Padre Spadaro, parlando ad un convegno promosso dalla rivista “Limes”, si è spinto a dire che: «se non ci fosse stato papa Francesco non sarebbe stato facile battezzare una bambina nata da una coppia lesbica». Il direttore de “La Civiltà cattolica” indica così nella vicenda di Cordoba, addirittura, un frutto del pontificato di Bergoglio. Fa rabbrividire notare come per così autorevole gesuita la vicenda di Umma non sollevi alcuna problematicità ed anzi si possa presentare il tutto tra i meriti di papa Francesco. Che poi per padre Spadaro Umma sia “nata da una coppia lesbica” e non, come invece è, da un uomo (irresponsabile) e una donna (“sposata” con un’altra donna) dice quanto l’ideologia omosessualista sia penetrata nel clero.

Abbiamo premesso la gioia per la grazia ricevuta nel Battesimo dalla piccola Umma, che certo non porta su di sé le colpe della madre lesbica e del padre “fornitore di sperma”, ma non possiamo fare finta che non si sia consumato uno scandalo oggettivo, che un Sacramento sia stato strumentalizzato per fini di propaganda immorale, che dentro la cattedrale di Cordoba si sia de facto celebrata la omogenitorialità, che l’autorità ecclesiastica si sia dimostrata connivente e, infine, che tutto ciò sia stato autorevolmente spiegato come frutto della nuova linea impressa alla Chiesa da papa Francesco.

Come la Chiesa insegna, per l’ammissione al sacramento del Battesimo è necessaria le fede. «Nel caso del battesimo degli infanti, la fede dei genitori e del padrino/madrina i quali si impegnano a educare cattolicamente il battezzato. Qualora non vi sia la fondata speranza di ciò, non è lecito battezzare quel bambino»(cfr. CIC, can. 868).

Ma se la fede è l’assenso soprannaturale col quale l’intelletto, sotto l’impero della volontà e l’influsso della grazia, aderisce con fermezza a tutte e singole le verità da Dio rivelate e come tali dalla Chiesa insegnate, come si può avere la fondata speranza che Umma sia educata nella fede cattolica quando la madre e l’altra donna pubblicamente professano idee radicalmente contrarie alla Dottrina cattolica in campo antropologico e morale? Considerato che il padrino e la madrina «devono essere credenti solidi, capaci e pronti a sostenere nel cammino della vita cristiana il neo-battezzato» (CCC, 1255), come può la signora Kirchner adempiere a tale “officium” ecclesiale (Sacrosanctum Concilium, 67) quando ella stessa condivide i medesimi errori sposati dalle due donne e tali errori ha persino tradotto in leggi civili? Compito del padrino/madrina è «adoperarsi ugualmente che il battezzato conduca una vita cristiana conforme al battesimo ed adempia fedelmente agli obblighi ad esso inerenti» (CIC, can. 872);

come può la presidente Kirchner garantire ciò se, per prima, professa convinzioni ideologiche incompatibili con la Dottrina cattolica? Come è evidente, la madrina di Umma non è stata scelta per garantire l’educazione cattolica della piccola, piuttosto per sottolineare propagandisticamente l’ opzione per l’omogenitorialità compiuta dalle due donne e dalla Kirchner resa possibile per legge grazie al così detto “matrimonio omosessuale” introdotto nell’ordinamento argentino. Una funzione ecclesiale è stata, così, manifestamente pervertita, strumentalizzato, per fini contrari al bene, un sacramento, dato scandalo attraverso un atto liturgico e tutto con il tacito consenso delle autorità ecclesiastiche.

Considerato il rilievo mediatico accordato alla vicenda, per evidente iniziativa delle due donne e della rete omosessualista ma non senza responsabilità delle autorità ecclesiastiche e di personalità come p. Spadaro, lo scandalo è stato universale coinvolgendo, indirettamente, persino la figura del Romano Pontefice. Urge, pertanto, una parola di verità che ripari a simile scandalo e tale parola deve venire da Roma. Confidiamo la Congregazione per il Culto Divino e la disciplina dei Sacramenti intervenga con autorità facendo chiarezza e ristabilendo la verità del Battesimo.

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